L’Italia della politica urlata e rabbiosa

Antonino Treppiedi 

È trascorsa più o meno una settimana dalle Elezioni Politiche 2018, dalle quali è emerso un quadro dell’attuale situazione politica italiana tanto chiaro quanto ambiguo.

Infatti, il verdetto dà la coalizione di centro-destra vincitrice al 37%, trainata da una sorprendente Lega al 18%, il Movimento 5 Stelle che si conferma come prima forza politica in Italia, al 32%, e una deludente coalizione di centro-sinistra che, è bene ricordarlo, era risultata vincitrice alle precedenti elezioni con quasi il 30% dei voti ora al 22%.

Le riflessioni necessarie sono molteplici, ma sarebbe opportuno concentrarsi sulle seguenti.

L’indiscusso vincitore di queste politiche è indubbiamente il populismo.

Da una parte troviamo la Lega, un partito nato nel 1989 con intenti autonomisti e indipendentisti, e quindi strettamente legato e circoscritto al territorio padano, che con la guida di Matteo Salvini si è trasformato in un partito nazional-popolare. Proverbiale è stata la cancellazione della parola “Nord” dal nome del partito, che in queste elezioni si è presentato semplicemente come “Lega”, sostituendo come motto della campagna elettorale il tanto decantato “Prima il Nord” con l’ormai noto “Prima gli italiani”.
Dall’altra il Movimento 5 Stelle, nato esplicitamente come movimento anti-casta, nel giro di dieci anni si è espanso rapidamente, ha gestito la politica con una retorica espressamente anti-politica (i militanti non si ritengono infatti un partito), giocando in maniera molto intelligente sul malcontento dei cittadini sulla politica attuale e, infine, accusando gli avversari di fare solo i propri interessi, di arrivismo e di malaffare.

Indubbiamente i meriti del Movimento (e in parte anche della Lega) esistono. Uno su tutti: l’essere stati vicini alle lamentele mai ascoltate dalla classe politica dominante e, con il tempo, accumulatesi negli animi degli elettori.
Tuttavia, riducendosi la forza del M5S per la maggior parte proprio a questo, ciò che ne risulta è una massa di seguaci per lo più rabbiosi e rancorosi, assuefatti da una politica alimentata più da frasi velenose ad effetto che da ponderate riflessioni sul da farsi per il Paese, oltre che dall’incitamento unico e costante ad una politica priva di malaffare. Il Movimento si è infatti presentato all’elettorato con quella patina di verginità e castità morale tanto allettante (e si è visto) quanto a tratti incoerente.

La Lega è ancora più sorprendente da un certo punto di vista: passare da un 4% ad un 18% in soli quattro anni è l’effetto di una eccellente campagna elettorale, condotta da Salvini con strategie costruite proprio come dai Cinque Stelle. Salvini ha costruito la propria campagna elettorale intorno a slogan ad effetto e argomentazioni che fanno della retorica anti-immigrazione, anti-europeista e in generale incentrata sulla dicotomia italiano-straniero il proprio punto di forza. Ne è un fulgido esempio l’incitamento alla valorizzazione del Made in Italy, che però sa più di conservatorismo a tutti i costi che di un’ apertura alla cultura del Bel Paese.

Se queste strategie elettorali hanno ben funzionato, lo stesso non si può dire delle manovre elettorali della sinistra e in particolare del Pd. Come partito di governo dell’ultima legislatura ha condotto la campagna elettorale facendo concentrare gli elettori sui risultati raggiunti in questi anni di governo e su nuovi piccoli obiettivi, consequenziali ai precedenti, da raggiungere.
È evidente che questa strategia molto pragmatica e tecnica non abbia funzionato, facendo scendere drasticamente il livello dei consensi. Il motivo è molto semplice: agli Italiani gli ultimi tre governi Pd (Letta, Renzi, Gentiloni) non sono piaciuti.

Soprattutto Renzi, negli ultimi anni, è stato oggetto di un odio a tratti irrazionale da parte dei cittadini, incolpato di avere azzardato riforme deleterie (Jobs Act e Buona Scuola tra tutti).
Questo malcontento si era già espresso nel referendum del 4 dicembre 2016, quando gli italiani avevano bocciato la riforma costituzionale promossa dal governo Renzi.

Le motivazioni di questo dissenso possono essere le più disparate, ma in realtà esso è riconducibile al fatto che gli italiani negli ultimi tempi, amareggiati dalle condotte politiche attuate negli ultimi vent’anni, non sono più interessati alle idee liberali e politically correct promosse dal centro-sinistra.

Sbaglia, dunque, chi pensa che la sconfitta della sinistra sia stata causata dal presunto spostamento a destra del Pd, poiché anche gli altri partiti di sinistra come per esempio Liberi e Uguali, composto da vecchi rappresentanti staccatisi dal Pd, hanno ugualmente fallito in queste elezioni, come anche i partiti più puristi ed estremisti.

Non è neanche propriamente esatto pensare che la sconfitta delle sinistre liberali a vantaggio dei populismi prevalentemente di destra sia qualcosa di circoscritto al territorio italiano, qualcosa che proviene dal solo rifiuto degli italiani verso questo tipo di politica, poiché di situazioni analoghe se ne trovano in altre parti d’Europa e del mondo: l’avanzata di Marine Le Pen in Francia, il fenomeno Brexit in Inghilterra, l’elezione clamorosa del controverso Trump negli USA a discapito della politically correct Hillary Clinton sono solo alcuni esempi.

Si è affermato come vincente un modo di fare politica urlato e rabbioso, con esponenti di partiti avversari pronti a gettarsi fango l’uno sull’altro.

Questo comportamento purtroppo assunto anche dai partiti liberali e ritenuti più democratici come il Pd (e questo ne diminuisce la credibilità), costretti a difendersi dalle pesanti accuse degli avversari. Tutto questo rende il panorama politico diviso, confuso e manchevole di sane discussioni, producendo una politica che somiglia più ad un tifo calcistico, una appartenenza quasi settaria, che ad una politica fatta da dialoghi aperti e coinvolgenti.
Il risultato di questi fattori è una serie di situazioni paradossali: la sinistra, da sempre la più vicina agli ultimi della società, si afferma come partito alto-borghese, perdendo così la maggior parte dei voti delle fasce più inascoltate e sofferenti, le quali si affidano ai populismi. Un M5S, che ricordiamo nel 2013 aveva rifiutato categoricamente l’invito del Pd ad allearsi per formare il governo per non macchiarsi la coscienza nell’unirsi, a parer loro, a corrotti e mafiosi, ora però chiede il confronto proprio con quei partiti per formare il governo, scontrandosi con il più completo rifiuto da parte del Pd.

In attesa delle consultazioni, il clima incerto e sempre più confuso lascia spazio alle più differenti previsioni su quale sarà la futura situazione politica del nostro Paese.

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