Migranti climatici

Daniela Dincao
In copertina: Ulan Bator, foto di Alessandro Grassani

Baatar era una pastore. Chissà se Baatar avrebbe mai immaginato di vivere in città. Di certo mai avrebbe potuto pensare di trovarsi a vivere chiuso in una “scatola” nel Gher district di Ulan Bator. A ricordargli della sua vecchia vita il nome di quel luogo infestato da lamine e cemento: gher, il nome delle tipiche tende mongole la cui forma rotonda interrompe qua e là quell’ammasso di baracche quadrate che sembrano tante piccole scatole e che circondano la capitale. Baatar era un pastore e come la maggior parte dei pastori in Mongolia era nomade, abituato a muoversi con il suo gregge per quelle terre come per generazioni avevano fatto i suoi avi.  Un giorno però venne l’inverno. Un inverno più rigido, più crudele, un inverno che si portò via tutto. Il gelo iniziò a inghiottire i campi, le tende e infine gli animali. Così Baatar si sposta, come ha sempre fatto, in cerca territori migliori, questa volta però si muove senza le sue pecore. Ma ad aspettarlo non c’è la sconfinata steppa che fin da bambino ha imparato a conoscere, ma un ammasso di “scatole”: Ulan Bator, la città, la capitale. Baatar che sempre si era mosso tra fili d’erba e deserti polverosi ora si muove per strette e trafficate vie, al posto del bastone e delle pecore, quattro ruote. Baatar diventa tassista, lui che probabilmente non aveva mai guidato una macchina in tutta la sua vita. L’inverno gli aveva portato via il suo gregge, la città però non sarebbe stata più generosa. Un incidente. Le gambe di Baatar non si muovono più. Baatar non camminerà più tra lande sconfinate, ma resterà lì chiuso in una casa a forma di scatola tra tante altre piccole scatole.

Baatar è un nome di invenzione ma ciò che non è frutto della nostra immaginazione è però la sua storia e ce la racconta Alessandro Grassani, fotografo, ospite della terza edizione del Festival dei Diritti Umani appena conclusosi a Milano. Tanti sono i Baatar nel mondo costretti a lasciare la propria casa in cerca di un futuro che non si rivela affatto migliore. Nel mondo sono 65.6 milioni coloro che vengono ufficialmente definiti come forcibly displaced persons, quelli che sentiamo più comunemente chiamare “sfollati”; di questi 65 milioni, 40.3 sono migranti interni. I giornali ci parlano per lo più dei restanti 25 milioni e noi tendiamo a farci un’idea del fenomeno migratorio semplicemente osservando le vie di una qualsiasi città, e poi a voler dire dire la nostra opinione sulla questione, eppure difficilmente si conosciamo il fenomeno a fondo. Migrare è una scelta difficile, nessuno o pochissimi abbandonerebbero (e abbandonano) per sempre la propria casa e i propri cari per raggiungere luoghi ignoti; lo si fa solo se costretti e spesso dopo aver rinunciato a un futuro nei luoghi più vicini e familiari. Si parla di guerre, di povertà, di sottosviluppo eppure un fattore unico difficilmente spiegherà una migrazione di massa come quella odierna.

Un’importante causa della migrazione, quella sconcertante e di massa che fa guadagnare i primi titoli sulle varie testate, ma che sui giornali raramente appare è il cambiamento climatico.

Sebbene il gelo dei passati inverni abbia fatto tremare (o meglio cinguettare) di freddo il presidente Trump, il cambiamento climatico e il conseguente riscaldamento globale sono un dato di fatto.

Rispetto all’Ottocento la Terra è più calda di 0,8° C e gli studiosi prevedono un ulteriore innalzamento di 1,55° C entro il 2022. Ciò comporterebbe temperature ancor più alte nelle zone calde, un’accelerazione dei processi di desertificazione, l’innalzamento degli oceani, la sparizione di alcune isole e zone costiere, l’inasprirsi delle piogge tropicali più brevi e più violente, il precipitoso calo delle temperature in altre regioni della Terra, come ad esempio l’Europa, di cui buona parte potrebbe essere investita da una nuova glaciazione.

Di primo acchito un cambiamento di soli 2 gradi centigradi nella temperatura media terrestre potrebbe non sembrare così minaccioso, tuttavia non bastano forse due gradi in più a costringerci a letto con la febbre?

Il cambiamento climatico ci riguarda tutti, non solo in riferimento al nostro futuro o ai nostri nipoti, ma in riferimento al nostro presente. L’Urgano Sandy, poi classificato come tempesta tropicale, nel 2012 ha colpito 26 Stati e causato quasi un milione di sfollati. Il lago Chad, settimo lago al mondo per grandezza, ha perso in 50 anni il 90% delle sue acque e rischia oggi di scomparire. Consideriamo un altro esempio: dal 2007 al 2010 la Siria è stata colpita da una forte siccità. Le gravi conseguenze economiche e le inefficienti politiche adottate non hanno fatto che aggravare la situazione. Sotto un regime autoritario la gente può vivere a lungo, lavorare, studiare e mettere su famiglia. Un popolo può rinunciare ai propri diritti e vivere la politica come un tabù per molti anni specie quando sopra la sua testa non pende un governo isolato, ma forte di importanti alleanze esterne. Tuttavia quando non c’è acqua, i beni di prima necessità scarseggiano, non c’è lavoro e le tasse aumentano nulla più è tollerabile e basta poco per far scoppiare il caos, poco come l’arresto di un gruppo di adolescenti. Così, tra le cause di un conflitto apparentemente interminabile il cambiamento climatico non è difficile che divenga la goccia che fa traboccare il vaso. Improvvisamente il surriscaldamento globale non è più una minaccia futura, ma una realtà contemporanea che prende la forma di bombe, gas nervini, uomini, donne e bambini in fuga in marcia o sui gommoni.

“Il cambiamento climatico è un problema di sicurezza nazionale”, non lo ha detto Assad né Idriss Déby, o Uhuru Kenyatta (rispettivamente presidenti del Ciad e del Kenya dove ogni giorno pastori armati di kalashnikov si sparano per una pozza d’acqua), lo ha detto Barack Obama nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 20 gennaio del 2015.

In uno studio pubblicato sul magazine Science a dicembre 2017 viene spiegato come la temperatura adatta per le coltivazioni si aggiri intorno ai 20° C e che un’eccessiva variazione da tale temperatura può causare effetti devastanti, compromettendo intere coltivazioni. Wolfram Schlenker, autore dello studio citato, analizza le richieste d’asilo presentate in Europa tra il 2000 e il 2014 confrontandole con le variazioni climatiche dei Paesi d’origine.

La correlazione è positiva e sconcertante.

I dati portano a stimare per un innalzamento della temperatura media terrestre pari 1,8°C un aumento del 28% delle richieste di asilo entro il 2100 (ovvero 98 000 richieste d’asilo all’anno) verso la sola Unione Europea  (qualora la variazione dovesse essere superiore tra 2.6 e gli 4.8 gradi centigradi  le richieste d’asilo nello stesso arco di tempo aumenterebbero del 188%).

Mappa raffigurante il numero di disastri naturale registrati per Paese nel 2015 secondo l’analisi effettuata dall’UNISDR (United Nations Office for Disaster Risk Reduction).

Nonostante la correlazione positiva tra cambiamenti climatici e migrazioni, le richieste d’asilo per cause climatiche sono ad oggi 3, spiega Caterina Sarfatti (Manager for Special Projects di C40 Cities Programme e ospite del Festival dei Diritti Umani di Milano), e sono state rivolte tutte in Nuova Zelanda. Sono infatti poche le persone consapevoli di questa realtà e nulle le legislazioni a riguardo; un po’ perché i cambiamenti climatici sono più facilmente ricollegabili a migrazioni interne, un po’ per la complessità di tale fenomeno e delle sue implicazioni. Quel che è chiaro è che i cambiamenti climatici sono una realtà che ci riguarda da vicino. Nel 2015 è stato stipulato l’accordo di Parigi sul clima, uno dei più grandi accordi globali sulla riduzione dei cambiamenti climatici per numero di firmatari, tuttavia esso non può di certo essere considerato né una vittoria né una svolta, a causa dell’insufficienza degli obiettivi fissati, per la sua natura non vincolante e per le azioni nulle o addirittura controproducenti che lo hanno seguito (come l’eliminazione degli Stati Uniti secondi solo alla Cina per emissione di CO2 dagli Stati firmatari).

Prima riunione al mondo di un esecutivo sotto il mare. Il Governo delle Maldive sottoscrive un appello per la riduzione delle emissioni di Co2 da inviare alla conferenza Onu sul clima.

I ministri delle Maldive si sono riuniti letteralmente nella profondità delle acque cristalline dell’arcipelago per denunciare la minaccia dei cambiamenti climatici, la Svezia si propone di diventare il primo Stato fuel-free entro il 2040, alcuni economisti come Greg Mankiw propongono la Carbon Tax per spingere i consumatori a fare la scelta giusta, Nuova Zelanda e Unione Europea discutono sulla possibilità di adattare le proprie legislazioni al fenomeno dei migranti climatici… Eppure il negazionismo pervade Camere e Consigli, la miopia resta diffusa e pochi al mondo sembrano consapevoli del fatto che gli effetti dei cambiamenti climatici sono già realtà e hanno natura non solo ambientale, ma anche economica e sociale. Nel frattempo “la distruzione ambientale del nostro pianeta [persiste e si mantiene come] la più globalizzata delle violazioni dei diritti di tutti gli esseri viventi che minaccia la salute, che genera guerre e causa imponenti migrazioni”, come ricordano gli organizzatori del Festival dei Diritti Umani.

Perché parlare di diritti umani? Un articolo lungo non invoglia di certo una lettura completa, eppure bisogna continuare a rispondere, anche se in poche righe, a questa domanda. Parlare dei diritti umani può sembrare inutile, lottare può sembrare una battaglia persa in partenza e su questo non si sbagliano certo i più scettici. Bartolomé de las Casas ha scritto La Brevísima relación de la destrucción de las Indias nel 1542, eppure la schiavitù in America Latina non fu abolita prima del 1817. Cesare Beccaria ha pubblicato Dei delitti e delle pene nel 1764, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti non è stata firmata prima del 1987… Pare insomma che la realtà sia questa: chi lotta per i diritti umani, difficilmente li vedrà realizzarsi. Vuol dire forse che è tutto inutile? Assolutamente no. Perché i diritti umani vengano rispettati è necessaria una cultura dei diritti e diffondere tale cultura è parte integrante della lotta a favore dei diritti umani. È possibile discutere sul loro contenuto, sui metodi di applicazione e sulla loro gerarchizzazione. Indiscutibile è invece il fatto che i diritti umani vadano difesi e compresi. Per questo ringraziamo iniziative come il Festival dei diritti Umani che mirano a renderci tutti più consapevoli delle sfide che il mondo ci presenta e ci raccontano le storie di persone che quelle sfide le raccolgono e cercano di migliorare la realtà giorno per giorno.

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