Nel dubbio, spariamo all’uomo nero

Immagine di copertina Justin Sullivan/Getty Images

“Show me your hands! Gun, gun, gun!” È successo ancora. Le dinamiche sono sempre le stesse: uomo, nero, disarmato, la polizia non si fida e spara.

Questa volta è accaduto a Sacramento, capitale della California, a Stephon Clark 22enne e giovane padre. Secondo la ricostruzione dei fatti, domenica scorsa, due agenti della polizia gli hanno sparato 20 proiettili uccidendolo sul colpo, dopo che avevano scambiato l’iPhone che stringeva fra le mani per un’arma.
Le forze dell’ordine erano intervenute a seguito della segnalazione di un uomo che distruggeva i finestrini delle auto in sosta nel quartiere. Scambiando Clark per l’autore di tali disordini, lo hanno inseguito (senza mai identificarsi chiaramente come polizia) fin nel cortile dietro la casa dei nonni, dove si era rifugiato e dove si è consumata la sparatoria.

L’intera scena è stata ripresa da una telecamera a infrarossi dell’elicottero della polizia che assisteva gli agenti nell’operazione e dalle telecamere che gli stessi portavano fissate sulla divisa. I video sono stati resi pubblici giovedì. 

L’episodio di Sacramento ha riaperto il controverso dibattito sui metodi duri ed avventati troppo spesso usati dalle forze dell’ordine nei confronti dei cittadini afroamericani.


Qui un abile montaggio dei due filmati, ad opera del The Washington Post. Dalla prima richiesta di mostrare le mani (“Show me your hands! Stop!”) al primo sparo, passano 16 secondi. Dalla fine degli spari al primo avvicinamento al corpo di Clark per prestargli soccorso, passano 5 minuti. Dopo la scoperta dell’errore in merito all’iPhone scambiato per un’arma, gli agenti di polizia spengono i microfoni.
Ad oggi, è stata formalizzata l’apertura di un’inchiesta e i due poliziotti sono stati messi in congedo.

A seguito dell’episodio, si sono fatte sentire le proteste della comunità nera di Sacramento che giovedì e venerdì ha interrotto il traffico tra il municipio e una vicina autostrada, marciando con cartelli delle fotografie di Clark e dagli slogan “Stop killing us!”, “Black lives matter”, “End police brutality”.
Anche la partita di pallacanestro dell’NBA tra i Sacramento Kings e gli Atlanta Hawks ha subito disagi: svoltasi a tribune vuote, solo duemila spettatori (rispetto agli oltre 17.000 che avevano acquistato il biglietto) sono riusciti ad entrare nell’arena, perchè i manifestanti avevano inondato la zona impedendo l’ingresso ai fans.  

Secondo l’ultimo report di Mapping Police Violence, nel 2017 negli Stati Uniti sono morte 1.147 persone per mano della polizia. Tra queste, 149 erano disarmate di cui 49 persone di colore, un terzo delle vittime. Si tratta di una cifra decisamente sovradimensionata se guardiamo alla percentuale che gli afroamericani rappresentano nella popolazione statunitense (solo il 13%).


La morte di Stephon Clark, quindi, va ad aggiungersi alla lunga sfilza di casi analoghi, quale ulteriore prova del timore che i giovani afroamericani, armati o meno che siano (in fondo fa differenza?), incutono nella polizia bianca.

Stephon era il sesto, dall’inizio del 2015, ad essere stato sparato ed ucciso dal Dipartimento di Polizia di Sacramento; cinque vittime su sei erano nere.
Sempre secondo lo stesso report, la popolazione nera, a parità di circostanze con un cittadino bianco, ha più probabilità di rimanere uccisa in uno scontro a fuoco,  più probabilità di essere disarmata e meno probabilità di minacciare qualcuno.
Solo nell’1% di tutti gli omicidi della polizia, gli agenti vengono accusati di crimine.

Gaia Lamperti
Studentessa di lettere moderne. Ho il vizio di comprare voli low-cost quando mi annoio. Sono per il buon rock, i locali chiassosi, i pomeriggi al mare, le menti fresche e gli animi caldi.

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