Stalattiti. Cos’è una disputa felice?

La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico è un testo di Bruno Mastroianni, di formazione filosofo ma con il pallino della comunicazione, pubblicato l’anno scorso da Franco Cesati Editore.

Apprendere in maniera chiara e dettagliata le doti della comunicazione pacifica (che non significa piatta) è, oggi, una necessità. Da quando abbiamo uno smartphone siamo di fatto risucchiati nel dibattito pubblico: siamo chiamati a comunicare.

La capacità di sapersi confrontare non è più soltanto una prerogativa dei mediatori culturali o dei comunicatori di professione, ma di ogni persona.

La disputa felice è una guida efficace per imparare a gestire una discussione, nella vita e sui social, scansando gli impasse più “automatici”: la polemica e il tentativo diplomatico di evitare i conflitti.

Chi disputa per trarne gusto e gratificazione, e quindi essere felice, non vuole né polverizzare l’avversario, né livellare la discussione nascondendosi dietro alla “pace” del politically correct. È curioso poi il fatto che alimentare o smorzare eccessivamente le tensioni portino allo stesso risultato: aggirare il tema anziché affrontarlo.
La disputa, per essere felice, si gioca tutta sul mantenere l’attenzione sui temi in oggetto ― e in questo è molto simile a un dibattito accademico. Solo che qui la razionalità degli argomenti, da sola, non basta per comunicare né per persuadere: rischia di suscitare arroganza, di concludersi con appelli a principi di autorità e quindi di allontanare gli interlocutori. Gli intellettuali e chiunque voglia farsi capire, per comunicare, devono umilmente scendere dal pulpito, dalla torre, da qualsiasi macchinario li abbia innalzati a una posizione di rilievo e avvicinarsi all’interlocutore, per discuterci meglio.

Ma come discutere con persone con idee radicalmente diverse dalle nostre? In tutti noi alberga un Trasimaco, personaggio noto ai lettori della Repubblica di Platone: un sofista impaziente, aggressivo, offensivo. Praticamente un troll. Leggiamo o sentiamo frasi che ci indignano, argomenti che ci urtano: siamo tentati di cedere alle provocazioni e scatenare trambusto o di soprassedere ― perché ci è stato insegnato che si può discutere solo con persone intelligenti e collaborative. Chi vuole che la disputa sia felice, allora, deve con fatica imparare a disinnescare il conflitto. Nel farlo, onora non solo una responsabilità intellettuale ma anche civica ed etica.
Il commento ostile senza risposta, infatti, non è limitato a pochi ma è visibile anche dal grande pubblico silenzioso che popola i social.

L’effetto trolling, se non arginato, può diventare spiacevolmente contagioso e infettare in poco tempo una intera comunità di utenti.

Purtroppo però abbiamo imparato a normalizzare la provocazione ― a considerarla spassosa. La propensione al litigio ci ha assuefatto del tutto e per noi risulta ormai difficilissimo affrontare una questione fuori da cornici binarie (d’accordo/non d’accordo, giusto/sbagliato, favorevole/contrario) ormai strutturali nel mondo dell’informazione. Allo stesso tempo, però, l’ostilità ci coglie impreparati perché le agorà virtuali che sono i social-media abituano al confronto con i nostri soli interessil’arcinoto effetto illusorio della filter-bubble), cioè con noi stessi. Ma in una società multiculturale con una visione dei valori a caleidoscopio, il dialogo rimane l’unica alternativa piacevole alla trincea culturale insieme ai propri simili. La sfida è riuscirci senza schernire, senza blastare, senza bullizzare ma facendo leva sulla dovuta intelligenza relazionale. Non si tratta di moralizzare: si tratta di chiudere una discussione provando, finalmente, soddisfazione da entrambe le parti.

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Lucia De Angelis
Mi entusiasmano i temi sociali, i filosofi greci, le persone intelligenti e le cose difficili.

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