La dannosa parzialità del 25 aprile

Digitando su Google “25 aprile contestazioni” compaiono 857 mila risultati. Tanti, troppi se pensiamo che questa è una delle celebrazioni civili più importanti dello stato italiano.
Come si spiega tutto ciò? Come siamo arrivati alla situazione attuale, in cui diversi comuni decidono di non effettuare cortei commemorativi? Ci sono delle ragioni storiche, culturali e sociali che affondano nel processo di nascita della repubblica.
Il 25 aprile si festeggia la liberazione del nord d’Italia dai nazifascisti per mano dei partigiani e degli alleati, che posero così fine a una guerra civile durata un anno e mezzo. Il sud non aveva invece conosciuto una vera e propria “liberazione”, per via dell’immediata occupazione da parte delle truppe anglo-americane.
Questa divisione si rispecchiò fedelmente nel referendum del 2 giugno, quando il nord votò in massa a favore della repubblica, mentre il sud si schierò con la monarchia. I rappresentanti del nuovo stato, eletti democraticamente, scrissero una costituzione fondata sui valori della Resistenza, valori condivisi e sentiti soprattutto da coloro che avevano lottato per ottenerli. La lotta al fascismo, nel meridione, fatto salvo per alcuni episodi (le Quattro giornate di Napoli) o alcune esperienze di carattere divulgativo (le radio clandestine), fu un processo decisamente più breve e meno sentito. Invece, al centro e soprattutto al nord, a causa della coscrizione obbligatoria voluta dalla Repubblica Sociale Italiana, la lotta divenne interna e divise la popolazione a seconda dello schieramento preso.

Se a tutto questo si aggiunge l’assoluta mancanza di un processo in stile Norimberga contro i criminali fascisti, di fatto transitati dal regime alla repubblica senza colpo ferire, capiamo bene come il 25 aprile in termini di ideali sia una festa “parziale”, non universale.

A rafforzare tale sentimento fu l’atteggiamento più o meno volontario della sinistra italiana di accaparrarsi il copyright della celebrazione, facendone appunto una festa di partito, spesso dimenticando che i partigiani appartennero a diversi colori politici.

Il 25 aprile andrebbe spiegato e studiato, non semplicemente reiterato. Spesso è la ritualità vuota e fine a sé stessa a causare la morte di certe celebrazioni. Un atteggiamento del tutto analogo a quello rivolto alla Giornata della Memoria. Se valori come democrazia, libertà d’espressione, uguaglianza, sono diventate delle vuote parole, buone solo per discorsi in fascia tricolore, è il caso di fermarsi e ragionare. Ripartire dalle basi, per capire le nostre radici, la nostra identità. Non per pedanteria, ma per buon senso.
Feste come questa dovrebbero essere d’aiuto nella lotta ai nascenti autoritarismi, per un motivo molto semplice: la democrazia, in quanto compromesso di opinioni, necessita di essere spiegata, a parole e a fatti, per poter essere accettata.
Feste come il 25 aprile, il 1 maggio, il 2 giugno, devono parlare ai diritti di tutti e a tutti devono parlare di diritti, quotidianamente. Perché l’alternativa è dietro l’angolo e fa orario continuato, dalle 8 alle 21.

Francesco Albizzati
Penso, scrivo, parlo: spesso ironicamente. Allergico agli -ismi.