Lamilanoaltra: oblio e rigenerazione urbana negli scatti dei ragazzi del collettivo LUME

Valentina Nicole Savino

Dal 16 al 30 aprile, alla galleria Tulpenmanie, in via Mauro Macchi 6 a Milano, si può visitare la mostra fotografica Lamilanoaltra, che ha lo scopo di mettere lo spettatore di fronte allo stato di abbandono dei sette scali ferroviari milanesi —Farini, Lambrate, Porta Romana, Greco, Porta Genova, San Cristoforo, Rogoredo—  e della ex Saronio, una fabbrica di Riozzo, frazione del comune di Cerro al Lambro, adibita  alla produzione di armi chimiche durante il fascismo, e destinata anch’essa all’oblio e ad una lenta degradazione.

Protagonisti del progetto sono alcuni ragazzi del collettivo universitario LUME: Luca Scarpa, Nicolò Degni, Giovanni De Mojana, Jacopo Francieri, Giovanni Pagani e Luca Oberti, i quali insieme decidono di mettere la propria arte al servizio della denuncia sociale, e di dare una risposta parallela a quella delle istituzioni ufficiali, che nel frattempo hanno avviato a giugno 2017  il primo piano comunale di riqualificazione.

L’architettura è politica e la politica è un’opera architettonica diceva Platone, e lo dicono oggi i sociologi.

Non sempre, però, accade che la politica sia in grado di plasmare o riabilitare le forme dell’ambiente urbano, in modo che queste si sviluppino in accordo con i propri abitanti.

I ragazzi del collettivo LUME hanno cercato di rispondere all’appello lanciato dalla propria città. Questo è il loro manifesto:

«L’ idea di un progetto artistico che riveli una città che ancora non esiste o che non riusciamo a vedere prende le mosse dalla condizione di invisibilità che caratterizza le lotte urbane. Il neoliberalismo concentra le proprie forze nel tentativo di impedire la possibilità di resistenza informale all’interno della metropoli, ricercando il modello della smart city, città-evento priva di tessuto sociale consapevole. Urbanistica di scorrimento, pianificazione anti-rionale e politiche securitarie del decoro-daspo urbano sono esempi di ciò. Turbolenze comunitarie, tentativi informali di solidarietà, reti di quartiere e comitati cittadini, associazionismo e movimenti rappresentano il primo approccio resiliente a un’idea di città che contiene in sé gli spunti per il cambiamento.
 Dalle sperimentazioni artistiche, sociali e culturali che si attueranno nell’ambiente urbano dipenderà la riuscita di qualsiasi progetto politico di rigenerazione. Questa esposizione si augura di proporre spunti utili a ribaltare gli assunti che oggi caratterizzano i processi di riqualificazione urbana studiando le crepe del modello odierno. 
L’abbandono non incentiva la rigenerazione di identità, significati, usi e memorie. Cerchiamo di esplorare le arterie polverose della nostra città e immaginare un futuro che possa fiorire sui cimeli provenienti dalle sue vite precedenti.
 I differenti sguardi che la mostra contiene rivelano la complessa fisionomia del margine urbano, del luogo abbandonato e privo di un utilizzo funzionale, tentando di rivelare il potenziale riqualificatore che questo tiene nascosto agli occhi di chi non osserva con attenzione. 
Riflettiamo sulle forme metropolitane di assenza di uso, sull’effettiva capacità che abbiamo di gestire gli ambienti di cui disponiamo forgiando al loro interno nuove memorie collettive. Un cambiamento di significato, una città che prende forma da un nuovo modo di abitare, di concepire i luoghi e di relazionarcisi. La riscoperta di una funzionalità latente di una metropoli invisibile, densa di linguaggi comuni e di particolari simbolici che emergono dalla spinta politica dell’occupazione.
 Non esiste un’unica città frutto dell’immaginazione di pochi. Città altre prendono forma dal vissuto, dalle informalità e dalla partecipazione dei loro abitanti».

Abbiamo intervistato due di loro: Luca Oberti e Giovanni Pagani, studenti rispettivamente dell’Università Bicocca di Milano e dell’Accademia di Brera.

Come è nata l’idea di una mostra fotografica sugli scali ferroviari abbandonati?

Luca Oberti: «Il progetto si inserisce nel vocabolario dei Beni comuni, di cui Lume si fa promotore con le proprie attività,ed  è la voce di un orizzonte ideologico ben preciso: quello della rigenerazione urbana, di una progettualità volta a restituire agli spazi un valore comunitario che a volte le istituzioni negano o ignorano».

Giovanni Pagani: «Dalle prime fanzine sui Beni comuni risalenti all’Assedio Culturale a Palazzo Marino, un assedio simbolico e volto a lanciare un messaggio forte alle istituzioni sulla potenza dell’arte, la cui fruizione non può assoggettarsi a sgomberi ingiustificati di spazi che hanno riacquisito valore sociale e aggregativo».

Potete definire meglio il contenuto di questo “vocabolario ideologico”?

Luca Oberti: «Il nostro scopo è quello di rivendicare un uso comunitario degli spazi pubblici, rinnegando il valore di un lusso edilizio, speculativo e fine a se stesso, non dando la priorità ai servizi, che invece potrebbe e dovrebbe elargire alla cittadinanza, e che non si cura di creare luoghi d’incontro fruibili a tutti, limitandosi a creare deserti di perfezione verde».

Da dove deriva la scelta di utilizzare la fotografia come mezzo propulsivo della vostra denuncia?

Giovanni Pagani: «In quanto collettivo artistico e culturale, LUME utilizza nelle sue lotte tutti gli strumenti artistici di cui i suoi membri si fanno rappresentanti: il teatro, la scrittura, il cinema, la musica… e mancava la fotografia, che è andata ad integrare quel lavoro teorico iniziato con l’indagine sui Beni comuni di cui parlava Luca. E poi è il mezzo più intuitivo e diretto: l’immagine è presente e nel darsi parla».

Come giustificate il fatto che il vostro progetto abbia avuto un corso parallelo a quello dei piani di riqualificazione comunali avviati lo scorso giugno?

Luca Oberti: «La ricostruzione e la rigenerazione degli spazi deve partire dal basso. La delegazione del lavoro sugli spazi è illusoria, la progettazione reale rimane nelle mani delle solite firme architettoniche, le cui esigenze non corrispondono a quelle della comunità. Per questo è nostro dovere di cittadini arrivare dove non arrivano le istituzioni, cercando di coinvolgere il maggior numero di persone possibile e di riaccendere l’interesse in una vocazione etica del fare politico».

È un’indagine sociologica, dunque, quella del progetto fotografico dei ragazzi di LUME, che al Bosco Verticale mirano a sostituirne uno Orizzontale.

Esemplificativo è  il caustico videoclip che accompagna la mostra, in cui vediamo Luca Pagani e Giovanni Scarpa interrare una tomba dall’epigrafe perentoria:

«Qui giace il Bosco Orizzontale».

Questa mostra diventa, allora, simbolo di una partecipazione attiva alla vita della propria città e dell’uso sapiente di un medium espressivo potente come la fotografia.