Le donne pagano meno: perché le discoteche non sono femministe

Antonino Treppiedi

Oggi il mondo delle discoteche è uno dei mercati più remunerativi e ricchi dell’industria dell’intrattenimento. Da anni però si assiste ad un fenomeno abbastanza strano: il prezzo d’ingresso in un locale varia a seconda del sesso della persona. Le donne pagano meno degli uomini; in alcuni casi per loro l’ingresso è gratuito.

Cosa dovremmo vedere in questa politica di marketing attuata dalle discoteche? Un gesto di galanteria? Un favore all’uomo che così evita di pagare per due?

Se qualcuno vede in questo una discriminazione di genere a svantaggio degli uomini si sbaglia: in realtà è l’ennesimo atto di mercificazione della donna.

Partiamo dal principio che qualsiasi tipo di commercio, da sempre, è uno scambio di denaro in cambio di un bene materiale (per esempio una macchina o un panino) o di un servizio (per esempio un volo aereo). L’acquisto e la vendita sono, dunque, due fattori complementari nel commercio: di fatto dove c’è un acquisto c’è anche una vendita, poiché c’è sempre un consumatore che paga in cambio di un bene/servizio offerto da un venditore. Se un elemento dell’operazione commerciale non è né il compratore né il venditore, allora… è il prodotto, il prodotto che il venditore vende e che il consumatore acquista.

Perché infatti i gestori dei locali attuano questo tipo di marketing? Tendenzialmente gli uomini sono più propensi ad andare a ballare, mossi principalmente dall’intenzione di “rimorchiare” qualche ragazza.

Se il numero di uomini è numericamente maggiore di quello delle donne all’interno di un locale, allora buona parte di loro starà lì a girarsi i pollici, quella serata sarà deludente e un bel po’ di ragazzi non avranno più intenzione di andare in quel locale.

Poiché i gestori non vogliono assolutamente questo, che strategia attuano? Semplice: invogliano le ragazze ad andare in discoteca, facendole pagare di meno o non facendole pagare del tutto, invogliando in questo modo la popolazione maschile a frequentare quel dato locale.
Quindi, è scorretto pensare questi sconti siano un regalo da parte dei gestori dei locali oppure sia un privilegio per il gentil sesso, perché in realtà va tutto a vantaggio del locale.

Le donne diventano così oggetto di attrazione nei locali tanto quanto il DJ famoso, perché attirano clientela maschile pagante. Gli uomini pagano tanto quanto pagano per la musica, il DJ e il luogo. Tutto compreso nel prezzo.

Di fatto si crea un patto inconsapevole tra le donne e i gestori dei locali, basato su una logica di questo tipo: “Ma dài venite, tanto non vi costa nulla e vi passate una serata gratis, alcol compreso, che comunque vi sarà offerto dalla miriade di uomini che vi si accollerà intorno”.

Si dirà che il problema è culturale, che da sempre la donna viene trattata come un oggetto, dalle veline in TV alle modelle seminude sulle riviste. Queste donne sono più o meno consapevoli di sfruttare la loro bellezza fisica per trarne sostentamento per la vita (si tratta di lavoro a tutti gli effetti), e nella stragrande maggioranza dei casi si potrebbe obiettare che non ci sia nulla di male in ciò.

Cosa ne pensano di questo fenomeno le ragazze che vanno a ballare in discoteca? Abbiamo preso un campione di 12 ragazze universitarie comprese tra i 18 e i 20 anni. Cinque di loro hanno detto di essere d’accordo con questo tipo di politica, e che considerano un privilegio il fatto di non dover pagare per entrare, altre cinque hanno affermato di non essere d’accordo, perché non vedono il motivo per cui un uomo dovrebbe pagare di più (quindi non sono consapevoli del meccanismo) ma di approfittarne ugualmente poiché è loro conveniente. Soltanto due hanno affermato di essere in disaccordo, più o meno per le motivazioni sopra citate.
Evidentemente la maggior parte delle donne non sono consapevoli della reale situazione. Non solo, ma alcune ritengono addirittura che sia una politica a svantaggo dei locali, per il fatto che fanno entrare gratuitamente tutte le ragazze.

Le conclusioni sono due: o questa analisi è del tutto errata e i gestori dei locali sono dei veri galantuomini, o tutte le associazioni e i movimenti femministi nati nell’ultimo secolo hanno ancora molto lavoro da fare, di riflessione e di sensibilizzazione.

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