Il lento genocidio del popolo saharawi

Daniela Dincao

Quest’anno sono tornati per un breve periodo sulle cronache dei nostri giornali, a seguito dell’incidente aereo dell’11 aprile che ha causato la morte di 257 persone tra cui alcuni loro militanti. La stampa straniera più attenta alla questione riporta le continue crisi diplomatiche che coinvolgono il Marocco, di cui l’ultima il 2 maggio con l’interruzione delle relazioni tra il regno del Maghreb e l’Iran, accusato da Rabat di sostenere il Fronte Polisario, movimento che li rappresenta in tutto il mondo. Pochi giorni prima, il 27 aprile, è stato rinnovato invece il mandato della MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) che per la prima volta si rinnova non più per un anno, ma per 6 mesi: fino al 31 ottobre 2018 “calling for a realistic, practicable and enduring political solution to end the decades‑old conflict”. Un rinvio più breve, più impaziente quello della risoluzione 2414 del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, un rinvio che auspica alla ripresa dei negoziati (interrotti nel 2008) e a una soluzione politica accettabile che ci si aspetta rispetti il loro diritto all’autodeterminazione.

Con “loro” ci riferiamo al popolo saharawi, “i figli del deserto” di cui hanno narrato autori come Anna Tortajada, Umberto Romano, Luciano Ardesi, Jean Lamore, Claude Quêtel…

Il popolo saharawi è un popolo arabo-berbero originario del Sahara Occidentale, quel lembo di terra a sud del Marocco che siamo abituati a vedere nelle cartine geografiche delimitato da una riga tratteggiata. Il territorio a sud di quel tratteggio è un territorio ricco di fosfati, bagnato da acque ancor più floride ed ex provincia spagnola che sarebbe dovuta diventare uno Stato libero e sovrano nel 1975, ma che resta invece ancora ad oggi l’ultima colonia d’Africa (tra le più grandi rimaste al mondo). Proprio nel 1975 infatti quando Madrid ritirò le ultime truppe iberiche presenti nel territorio, il Marocco e la Mauritania si fecero avanti iniziando una guerra spaventosa costellata di attacchi ai civili, bombe incendiarie e napalm. Parte della popolazione civile, dapprima in modo disorganizzato, poi sotto la guida del Fronte Polisario (Fronte di liberazione popolare di Saguia el Hamra e del Río de Oro), riuscì a rifugiarsi nella regione algerina di Tindouf, nell’alto piano desertico dell’Hammada, mentre l’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi (Elps) liberava parte dei territori invasi. Durante gli anni del conflitto le violenze sono state perpetuate su entrambi i fronti, ma quello verso il popolo saharawi ha preso sempre più le forme di un tentato genocidio tramite l’avvelenamento di pozzi, bombardamenti sistematici e sparizioni forzate su larga scala. Solo nel 1991 le Nazioni Unite riuscirono a imporre il cessate il fuoco dando l’avvio alla MINURSO con lo scopo di indire un referendum che permettesse alla popolazione di scegliere tra l’indipendenza o l’annessione al Marocco (la Mauritania si era ritirata dal conflitto nel 1976).

Sono ormai 43 anni che il popolo saharawi aspetta il referendum per l’indipendenza che doveva essere organizzato già dagli spagnoli negli anni Settanta.

27 se si contano solo gli anni passati dagli accordi sul cessate il fuoco che ne ribadivano la legittima istituzione. 43 anni che intere famiglie vivono divise da un muro di sabbia e chilometri di mine non ancora del tutto dissotterrate. 43 anni trascorsi in uno dei deserti più impervi dell’Algeria, vivendo in campi profughi, dove le risorse sono limitate e gli sbocchi professionali esigui, nonostante le scuole e le infrastrutture che si sono riuscite a creare. 43 anni di dipendenza dagli aiuti umanitari. 43 anni in cui coloro che sono rimasti al di là del muro vivono come una minoranza oppressa nella propria terra d’origine, costretti a rinnegare la propria cultura e identità, i propri diritti e le proprie libertà dovendo vivere ogni giorno in un regno in cui la politica è un tabù e qualsiasi opposizione viene repressa brutalmente. 43 anni che hanno visto intere nuove generazioni nascere e crescere come profughe, mentre i più anziani si sono spenti senza riabbracciare i propri cari, senza rivedere mai più quelle terre che erano state casa loro e dei loro avi.

Difficoltà e impedimenti di vario genere avevano permesso alla missione delle Nazioni Unite di completare il censimento degli aventi diritto al voto per il referendum del Sahara Occidentale solo nel 1999 (sette anni dopo la data prevista dagli accordi per il cessato il fuoco), eppure ancora oggi non si è tenuta alcuna votazione e la situazione non fa altro che peggiorare. Nei campi si inizia a parlare di un ritorno alle armi. Nei territori occupati minacce, violazioni e torture continuano sotto le continue denunce delle associazioni per i diritti umani come Human Watch Rights e Amnesty International.

Ci sono molti modi per distruggere un popolo e ciò che sembra subire ormai da anni il popolo saharawi sembra sempre più un lento e doloroso genocidio.

Divisi e costretti ad abitare o in un Paese occupato che non ne riconosce i diritti o confinati in campi profughi dove nonostante la caparbietà e la dedizione dei più, è impossibile realizzare appieno uno Stato che di per sé già esiste, la RASD (la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi); alcuni saharawi decidono di vivere esiliati, dispersi in Paesi amici, mentre ad altri non restano che rabbia e frustrazione. Se negli anni ‘90 si viveva un clima di sostanziale speranza, oggi la rabbia e la delusione crescono, come ha constatato con una certa apprensione lo stesso Ban Ki Moon nel suo discorso durante la sua visita ai campi nel marzo del 2016. Una rabbia e una delusione pericolosi data la situazione geopolitica vicina. Dopo anni di stallo la visita dell’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite aveva risvegliato una piccola scintilla di speranza, ma di fatto non portò a nulla più se non ad ulteriori proteste da parte del Marocco ed ambiguità. Poco dopo la sua visita infatti lo stesso Ban Ki Moon, attraverso la sua portavoce Stephane Dujarric, si era rammaricato con una Rabat indignata per l’uso del termine “occupazione” nel suo discorso a Tindouf. Scuse che non valsero però ad impedire l’espulsione (da parte del Marocco) dei funzionari civili della MINURSO e degli osservatori dell’Unione Africana e che furono in realtà tutt’altro che motivate, dato che la presenza marocchina nel territorio del Sahara Occidentale è oggettivamente a tutti gli effetti un’occupazione (come ribadito dalle stesse Nazioni Unite più e più volte sin dall’approvazione della sentenza della Corte di Giustizia Internazionale del 16 ottobre 1975 riguardante il Sahara Occidentale).

Ora la risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 27 aprile preme per un superamento della prolungata impasse, tuttavia a quasi un mese di distanza dalla votazione del Consiglio tutto resta apparentemente immutato.

Foto dal workshop fotografico “Il deserto intorno”, di Giulio di Meo
Foto dal workshop fotografico “Il deserto intorno”, di Giulio di Meo

Sin dalla prima risoluzione circa il Sahara Occidentale del Parlamento Europeo nel 1981, i Paesi membri della CEE prima e dell’Unione Europea poi si sono sempre interessati alla questione del Sahara Occidentale e hanno da sempre riconosciuto il diritto di autodeterminazione del suo popolo. Nonostante episodi contraddittori che hanno visto il coinvolgimento più o meno diretto dei membri dell’Unione nel commercio di risorse provenienti dal Sahara Occidentale su cui il Marocco non avrebbe alcun diritto, l’UE, tramite la Direzione generale per gli Aiuti umanitari e la Protezione civile della Commissione Europea, fornisce aiuti umanitari e beni alimentari presso gli accampamenti saharawi nella regione di Tindouf dal 1993. In alcuni Paesi membri, tra cui l’Italia, sono attivi intergruppi parlamentari di solidarietà con il popolo sahrawi e varie associazioni che si occupano di assistere e aiutare la popolazione rifugiata a Tindouf.

La stessa Università degli Studi di Milano ha ospitato negli anni alcune conferenze tra cui “Uno studio etno-veterinario nei campi profughi sahrawi: sperimentazione di efficacia di alcune piante medicinali locali” presso la facoltà di  Medicina Veterinaria nel 2009 e l’Incontro sulla questione Sahrawi presso la facoltà di Mediazione linguistica e culturale nel 2017.

Sempre più diffusi sono inoltre i progetti (anche a Milano) di accoglienza estiva per i bambini saharawi fino ai 15 anni che permettono ai più piccoli un riparo durante i mesi più caldi nel deserto nonché assistenza medica e cure impossibili da fornire nei dispensari e nell’ospedale militare di riferimento a Tindouf. Sconcertante è lo stato di salute di molti bambini dovuto alle condizioni estreme dei campi profughi — basti pensare ai numerosi bambini affetti da patologie croniche gravi dovute a complicazioni durante il parto che non si sono potute affrontare adeguatamente per la sola mancanza di strumentazioni.  

Gli impianti esistono, le conoscenze ci sono, ma la precarietà in cui riversa questo popolo non ne permette il pieno sviluppo. La continua minaccia di un ritorno alle armi e il clima di sfiducia tra l’esercito marocchino e l’Elps non permettono il pieno sfruttamento dei territori liberati, sostanzialmente abitati da militari e nomadi; così come una vita da “ospiti” in un altro Paese impedisce la creazione di infrastrutture pensate per il lungo periodo e la crescita di un’economia autonoma. Solo la pace, le risorse del proprio territorio natale e il pieno riconoscimento e rispetto dei diritti di sovranità del popolo saharawi da parte dei grandi Stati della comunità internazionale potranno permettere lo sviluppo economico e sociale della Rasd, nonché un futuro per il suo popolo.