L’hashtag #MeToo che in Giappone non esiste

Avete mai visto un porno giapponese? In genere non si capisce mai bene se la donna, fra mille mugolii che ricordano fin troppo un anime, stia godendo o soffrendo. Il più delle volte, anzi, la protagonista sembra costretta ad avere un rapporto che dunque, per definizione, sarebbe una violenza, uno stupro.

Il termine giapponese “stupro”reiku – rappresenta ancora un tabù troppo grande: nei media è illegale utilizzarlo, insieme a termini come “violenza sessuale” o simili. Si preferisce “ingannata/o”, soprattutto quando la violenza avviene sotto l’età legale per avere rapporti (che in Giappone corrisponde a 13 anni).

Molte donne, per questo motivo, non riescono a definire uno stupro e tantissime non sono nemmeno consapevoli di avere subito una violenza.

Shiori Ito, giornalista 28enne, ha avuto il coraggio di denunciare: nel 2015 viene violentata in una camera d’hotel da un collega, Noriyuki Yamaguchi, che in precendenza l’aveva anche drogata. Lei ricorda di aver avvertito un forte mal di testa, poi il vuoto. La mattina dopo si sveglia nella camera del collega, che cerca di violentarla di nuovo, ma lei riesce a scappare.

A due anni dalla denuncia e dalla pubblicazione del suo libro, Black box, la giornalista combatte ancora contro il violentatore – il processo è ancora in corso – nonché contro i pregiudizi. Non è potuta tornare nel suo appartamento per tre mesi e tutt’ora vive all’estero. In più, le minacce di morte sono quotidiane.

«Lo stigma in Giappone è forte» sostiene Ito in un’intervista «ma bisogna parlarne per cambiare le cose». Cambiarle però è davvero difficile. L’uomo che ha denunciato è una personalità influente, molto vicino al primo ministro Shinzo Abe. Da tre anni, Shiori non può più vivere in Giappone, si è trasferita a Londra. «Quel che è peggio» continua «è che, a causa di questa vicenda, mia sorella non riesce a trovare lavoro da nessuna parte in Giappone. Le hanno chiuso tutte le porte». Più l’intervista procede, più le affermazioni sono scioccanti.

«Se rubi qualcosa in Giappone, gli anni di galera previsti sono 5. Se stupri qualcuno, sono 3. C’è uno squilibrio che sembra non notare nessuno». E quando le si chiede cosa sia il sessismo in Giappone e come sia stato crescere in un ambiente così impregnato di maschilismo, il suo viso assume un’espressione schifata:

Ho iniziato a sperimentare il sessismo fin da piccolissima. Era un problema quotidiano e nessuno ha mai fatto obiezioni. Una volta cresciuta, ho provato a parlarne con mia madre, dicendole che ricordavo bene come mi guardavano i colleghi di papà in estate, quando venivano per passare i pomeriggi in piscina con noi. Lei mi rispose che era naturale, indossavo un bikini. Io rimasi scioccata: avevo 10 anni, stavo nuotando, cos’altro avrei dovuto indossare?

Le parole di Shiori Ito pesano come macigni anche nel suo libro, pubblicato a ottobre e non ancora tradotto, tanto quanto quelle di Tamaka Ogawa, militante femminista, che nel suo blog riporta centinaia di esperienze anonime di violenza quotidiana. Tra le tante, molte sono di giovanissime donne che quotidianamente, come ogni ragazza della loro età in qualsiasi altra città, prende la metropolitana o il treno per andare a scuola, cammina per strada, va al lavoro.

Una ragazza racconta:

Penso che la maggior parte delle adolescenti che prende il treno o la metro in Giappone per andare a scuola sia stata toccata. A me la prima volta è successo quando avevo 10 anni. Quando ero al liceo, avveniva più o meno una volta a settimana. Un giorno, un uomo mi ha messo un dito nella vagina.

Solo quando le viene spiegato che quella è violenza sessuale lei sgrana gli occhi, esclamando: «Veramente?!». Il problema dell’ignoranza affonda le sue radici nel silenzio. Nessuno ne parla, tantomeno con i propri genitori. «Se mia madre sapesse che sono stata toccata, direbbe che è stata colpa mia, che ho provocato io l’uomo. E poi inizierebbe a piangere, pregando per il mio onore perduto».

Il timore delle molestie è ancora troppo radicato nella società. Anche il mondo dello spettacolo non ne è esente: l’attrice Yumi Ishikawa, dopo aver twittato l’hashtag #MeToo, è stata stigmatizzata da tutta l’industria. Nessuno la scrittura più, il suo manager l’ha abbandonata.

Ma non è questa storia la peggiore: secondo le testimonianze raccolte da Elle france, per le aspiranti attrici la richiesta è sempre la stessa da parte di registi e produttori: senza un rapporto sessuale, consenziente o meno poco importa, la parte non può essere assegnata. E quel che è peggio è che sono gli stessi manager a lanciare le giovani e aspiranti attrici nelle braccia dei loro carnefici. In caso di risposta negativa da parte della donna, la controrisposta è molto chiara: ostracizzazione.

Secondo una delle ultime stime risalente a novembre 2017, il Giappone sarebbe al 114° posto su 144 nel Global Gender Gap Index e in ultima posizione se si considerano le sole potenze occidentali. Sembra quasi che nel paese del sol levante nessuno abbia letto l’articolo del Time in cui il movimento MeToo è stato premiato come “persona dell’anno”. O forse nessuno ha voluto farlo.

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Elena Cirla
Studentessa di Lettere Moderne, classe 1994.
Amante dell'autunno, dei viaggi e del vino rosso.