Ambiente ed etica della cura: intervista a Natan Feltrin

Valentina Nicole Savino

L’intervista è stata editata per ragioni di brevità e chiarezza.

In che modo hai iniziato ad interessarti alle tematiche ambientali ed ecologiche e qual è la motivazione che ti spinge a proseguire in questa direzione nei tuoi libri e lavori di ricerca?

Questa è forse la domanda più difficile a cui rispondere, almeno ricorrendo alle possibilità offerte dalla grammatica umana. “Ambiente” ed “ecologia” sono per me parole volte ad indicare non tanto uno specifico settore di ricerca quanto, piuttosto, un modo d’essere e di guardare ciò che mi si manifesta intorno. Se esiste una filosofia elementare da cui si dipanano i miei interessi di ricerca è qualcosa di simile ad un’etica della cura. Una sorta di iperemotività che mi spinge a non porre limiti di etnia, genere, specie nel sentirmi responsabile verso l’altro da me e il cerchio dell’etica non può che estendersi conseguentemente a quel “chi” ultimo che abbiano soprannominato Ambiente. Si tratta di un tentativo, pur sempre limitato e parziale, di trovare una qualche armonia nel flusso dell’esistenza. Ogni volta che mi infuoco scrivendo o parlando di politiche ambientali non sto facendo altro che armonizzarmi col bambino che ero quando la meraviglia delle Alpi italiane si scolpì per la prima volta nei miei occhi.

Nel tuo libro (Umani troppi umani. Sfide etico-ecologiche della crescita demografica,ndr.) hai tracciato un filo rosso che dal modello malthusiano passa per l’equazione IPAT di Ehrlich, per le ricerche della squadra del MIT, e arriva infine al Club di Roma. Avendo disegnato per noi lettori una linea evolutiva che va verso una sempre maggiore consapevolezza e padronanza scientifica dei temi ambientali e demografici, quali pensi siano i possibili ulteriori sviluppi oggi? Sono positivi i segnali di questi ultimi anni in tal senso?

A ventisei anni si è ancora troppo giovani per potersi concedere il lusso del pessimismo passivo e arrendevole. Ciononostante, non vedo all’orizzonte una reale consapevolezza della posta in gioco se non assumeremo chiare, nette e rapide posizioni politiche, sia a livello nazionale che internazionale, circa le sfide etico-ecologiche di un futuro via via più pericolosamente presente. Certo, si sente parlare sempre di più di global-warming nelle aride estati italiane, ma la memoria sembra irrimediabilmente a breve termine e le problematiche ambientali restano costitutivamente una nota a piè di pagina nelle agende politiche. Sarebbe troppo lungo fornire una sintesi dello stato dell’arte dell’ignoranza ecologica, ma certamente se scrivo di demografia è perché sono fermamente convinto che troppo pochi abbiano il coraggio di aprire bocca su di un tema altamente controverso e politicamente scorretto. A stento accettiamo che ci si dica di badare all’etica quando riempiamo i nostri piatti, figuriamoci se qualcuno afferma che anche “in camera da letto” si deve pensare alla morale. La verità è che proprio le pratiche più essenziali per l’esistenza umana, quelle che palesano l’homo sapiens in tutta la sua animalità, sono le più esposte alla critica filosofica. E poi la filosofia, al di là di autoreferenti sermoni, è tutto qua: ragionare e portare l’attenzione su quelle pratiche e quei saperi che i più vorrebbero passare sotto silenzio. Perciò, quando l’affermare la tautologia che in un sistema finito la crescita infinità è impossibile diviene pericoloso, è proprio necessario assumersi quel foucaultiano coraggio della verità. La conseguenza sarà risultare indigesti a buona parte dei propri benpensanti interlocutori, ma come il Cyrano di Guccini posso dire “io amo essere odiato”.

Nel tuo libro introduci un concetto molto interessante: quello di “Earth Overshoot Day”. Puoi spiegarci cosa significa il termine e perché costituisce un indice molto importante e allarmante per gli abitanti del pianeta Terra?

L’ecologia è una scienza più giovane di quello che si potrebbe pensare. Essa affonda le proprie radici nella teoria dell’evoluzione che risale a solo due secoli addietro… Di conseguenza, conoscendo solo la punta dell’iceberg di tutte le dinamiche coinvolte nell’intricato gioco della vita, essa, nel fronteggiare i problemi più urgenti, può affidarsi perlopiù ad una sensata “euristica della paura”. Non si avranno mai certezze matematiche sul futuro stato di cose del sistema-mondo, ma certo è possibile affidarsi a indici attendibili volti a descrivere, seppur in maniera riduzionistica, lo status quo. Per questo, concetti quali impronta ecologica, zaino ecologico, impatto zero “et cetera” sono così efficaci: ci danno la possibilità di avere una visione quantitativa e sintetica per poter prendere decisioni etico-politiche con una affidabile cognizione di causa.

In questo contesto, il concetto di Overshoot Day è emblema di buon compromesso tra precisione scientifica e potenzialità mediatica: significa in maniera attendibile il giorno dell’anno entro il quale le risorse totali prodotte dalla biosfera, nell’arco del medesimo anno, vengono esaurite.

In altri termini, per essere in equilibrio, seppur precario, con l’ecosistema Terra l’Overshoot Day dovrebbe sempre coincidere con l’ultimo giorno dell’anno. I dati ci raccontano però una storia molto molto meno rassicurante… A partire dal 2005, infatti, le risorse annuali globali vengono esaurite nel mese di agosto accumulando di anno in anno un debito sempre più preoccupante. Forse è difficile rendersene conto, data la nostra condizione di passeggeri di prima classe su questa affollata astronave Terra, ma questo debito lo stiamo già pagando e a caro prezzo. Le tempeste di domani faranno sembrare poca cosa le tempeste d’acciaio del ventesimo secolo.

Malgrado il “Club di Roma”, a partire dagli ’70, abbia tentato di sensibilizzare i capi di Stato riguardo l’urgenza dei temi ambientali, non sembra che questo tipo di lungimiranza sia nell’agenda politica prossima delle nostre classi dirigenti. A cosa è dovuta secondo te questa incuranza? Pensi che si prospetti un progresso?

Non abbiamo alternative: il mondo sta cambiando e noi potremo solo assecondare il cambiamento o esserne completamente travolti. Molti diranno che il cambiamento è nella natura delle cose e avrebbero ragione. Difatti il termine “cambiamento climatico” è un pessimo meme. Anche il clima è sempre cambiato, come tutte le condizioni di vita su questo dinamico pianeta, il punto è comprendere la velocità di queste trasformazioni in atto. Basti pensare alla vita d’ognuno di noi. Quando le cose mutano lentamente le novità possono essere facilmente interiorizzate, quando invece la frattura è brusca il risultato non può che essere traumatico. La politica si basa sul tacito assecondare le più irrilevanti tendenze di una superficiale opinione pubblica. Chi mai potrebbe vincere le elezioni proponendo di ridurre i consumi e sostenendo uno stile di vita più parco? Chi mai oserebbe proporre incentivi alle famiglie meno numerose in un paese cattolico e schiavo di politiche liberiste? Il problema è culturale ancor prima di essere politico e, ovvio, per avere maggiore coscienza del proprio oikos servirebbe un sistema scolastico capace di educare alla sensibilità e all’ecologia. Purtroppo, servirebbero politiche volte a cambiare il sistema dell’istruzione alle radici, ma come si può ben intuire il circolo è vizioso. La mia speranza risiede in una controcultura tenace ed irriverente capace di infiltrarsi tra le cattedre e i banchi di ogni ordine e grado, per forgiare elettori, cittadini e soggetti più consapevoli delle proprie responsabilità e possibilità. In una immagine: vedo questa consapevolezza critica risorgere dall’apatia apolitica e valoriale come l’erba che ritrova il sole trapassando antropici deserti di cemento.

Cosa si intende per “bomba demografica”?

Questo è un concetto introdotto dal biologo Paul R. Ehrlich a partire dagli anni ’60 con lo scopo di dare una nuova veste scientifica al principio malthusiano di rapporto tra popolazione e risorse. Ehrlich è sempre stato convinto che gli effetti dell’economia basata su risorse non rinnovabili abbiano portato la popolazione umana a superare le capacità di carico del proprio habitat. A distanza di sessant’anni circa dall’invenzione della Population Bomb nessuna catastrofe malthusiana di ampia portata sembra essersi verificata. Eppure, molti ecologi concordano nell’asserire che la catastrofe malthusiana sia stata semplicemente posticipata da contingenze quali la Green Revolution, ma non è questo il punto per me di interesse. Io sostengo che la bomba sia esplosa a tutti gli effetti, ma che le vittime di tale esplosione non appartengano che in minor parte alla specie Sapiens.

Il nesso tra Sesta Estinzione di massa e l’impressionante incremento della biomassa umana è lapalissiano. Dovremmo prendere atto che non si può essere né ambientalisti né animalisti se si sostiene una visione natalista.

Su questo punto ci tengo ad essere chiaro. Se la popolazione umana continuerà a crescere a nulla serviranno impegni di uomini e donne straordinari volti alla riduzione della impronta ecologica collettiva. Forse un miracolo tecnologico potrà cambiare le regole del gioco, ma io non credo nei miracoli. Preferisco pensare che sarà una rivoluzione morale e non un’altra fortunata contingenza, per non essere più volgari, a determinare il mondo di domani.

L’aspetto demografico si configura, come ci hai bene dimostrato, imprescindibile nel valutare il benessere degli abitanti del nostro pianeta, essendo le risorse naturali intrinsecamente limitate. Credi esista ancora oggi un tabù nel valutare questo fattore?

Ci troviamo di fronte al più insuperabile dei tabù. Questo proprio poiché tocca quel nervo scoperto che è la nostra condizione di “meri replicanti”, per rifarsi alle parole di Richard Dawkins. Molti credono erroneamente che il dolore sia la cifra dell’esistenza su questo pianeta. In realtà, anche lo stesso Darwin era persuaso che piacere e desiderio fossero la stella polare alla base dell’orientamento nel vivere quotidiano. Molti dicono che è interesse degli animali evitare il dolore, eppure la maggior parte di essi lotta, patisce e muore spinta da un intrinseco desiderio di riprodursi. Con questo non sto affermando che gli esseri viventi siano schiavi dei propri geni tout-court, non sto proponendo una teoria genocentrica!
Eppure, la pulsione erotico-riproduttiva è così preponderante che per il senso comune la sterilizzazione è più spaventosa della morte. Ho ascoltato fin troppi sermoni di persone pronte ad affermare il proprio diritto a procreare senza restrizione e, allo stesso tempo, desiderare una riduzione drastica di umani su questo pianeta. Siamo una specie schizoide, si sa. Ciononostante, io sono persuaso che chiunque prediliga la morte altrui, spesso non indolore, piuttosto che accettare una restrizione relativa delle proprie libertà non possa essere considerato razionalmente un decisore etico.

Parli anche di femminismo, come si sono coniugati nel passato la lotta femminista e le valutazioni sul problema demografico?

Cercherò di essere breve e non partire per la tangente. Da Margaret Higgins Sanger in poi la lotta femminista si è sempre intrecciata con il concetto di pianificazione familiare, ma la storia delle politiche demografiche è, dalla notte dei tempi, una storia di bio-politica giocata ai danni delle donne. Del resto, è una realtà biologica che la procreazione comporti un insieme di responsabilità ontologicamente asimmetriche: nell’atto di mettere al mondo un figlio è sempre in gioco la corporeità della donna.

Solo grazie alla distinzione tra sesso e procreazione si è aperto uno spiraglio di libertà psicofisica per la riscoperta del valore in sé del corpo, e della mente, femminile.

Trovo che una delle più grandi aberrazioni della storia sia stata quella di usare i ventri materni come strumenti di warfare. Quando un politico si preoccupa di aumentare il tasso di natalità credo si debba leggere tale manovra in termini schiettamente militaristico-economici. In altre parole, si tratta di biopolitica palese con un dichiarato fine di “volontà di potenza”. Sembra che tutti siano disposti ad accettare governi che premono per la crescita demografica, ma nessuno che accetti politiche di decrescita. Come se nel primo caso non fosse percepito il controllo dello stato sulle decisioni private dei singoli.

Credi che sia possibile per tutti noi, nel nostro piccolo, dare un apporto rispetto a quel limes di cui parli e che Gaia ci impone e sensibilizzare in questo senso anche le altre persone?

Ne sono assolutamente convinto. Il problema non è cosa si possa fare, ma cosa si voglia fare. Da come si mangia a come si viaggia, da cosa si compra a dove la si compra, la lista delle azioni possibili a livello individuale e politico è lunghissima. Ovviamente quello che vedo è una mancanza di coraggio sia nei singoli che nei collettivi. Servono molte più manifestazioni di dissenso, più luoghi di controcultura, più azioni coordinate di sensibilizzazione, più arte d’assalto, più parresia a livello di società. Se tutti continuiamo a credere in grandi burattinai e a temere ogni cambiamento di sorta il mondo andrà avanti senza di noi, ma di noi resteranno gli errori, le omissioni ed i crimini dettati da codardia ed ignoranza. Non avrebbe senso proporre qui una lista delle cose da fare e non credo che la mia personale idea di agenda politica potrebbe risultare d’interesse, perciò mi permetto un ultimo focus sul tema demografico. Quando parlo di combattere il natalismo intendo ribellarsi senza mezzi termini contro quell’ideologia politica per cui il numero di abitanti di una nazione deve costantemente crescere e fare da traino per il PIL, nel migliore dei casi, e da strumento di guerra etnica nel peggiore. Politici italiani, di tutti i colori, ripetono come un mantra l’obiettivo di risolvere il problema denatalità italiano. In un pianeta sofferente il peso di miliardi di bipedi implumi, io sostengo che si debba dire no a questi “crimini ecologici” e, al contrario, investire i progetti umanitari volti a fornire istruzione, educazione sessuale e strumenti di contraccezione a tutti quei paesi intrappolati nel vortice dell’esplosione demografica. Fatto curioso è che molti confondono le mie critiche alla crescita demografica con una teoria estinzionista. Io non sostengo in alcun modo la necessità o la volontà di cancellare l’uomo dall’equazione ecologica. Agire moralmente significherebbe scegliere, in base alle proprie possibilità concrete e alle proprie inclinazioni, di avere zero, uno o massimo due figli.

Avere tre figli oggi, dopo aver perso la scusante dell’ingenua ignoranza, è un crimine ecologico.

Con questo, sia chiaro, nessuno deve sentirsi accusato o colpevole per le scelte passate, ma cercare di cambiare il futuro agendo diversamente o educando il prossimo. Infine, intendo fare un’ultima precisazione. Non so se in futuro avrò o non avrò un figlio, qui non si tratta di fiabeschi istinti materni o paterni, ma la mia etica e ragionevolezza mi impone di non volere-sperare più di quanto sarebbe saggio fare. In un tempo di incertezze e con oscuri orizzonti, dobbiamo ricordare che se dobbiamo qualcosa verso chi ancora non esiste non è la mera esistenza, ma la possibilità di una vita felice.

Nel libro introduci un termine di genesi recente ma denso di significato: “Antropocene”, potresti esplicitarne la valenza? Si inserisce nel solco dell’antico binomio Nurtur- Kultur o porta con sé qualcosa di nuovo e differente?

Antropocene è un vocabolo interessantissimo… Anthropos e kainos, letteralmente “uomo nuovo”. In questo clima di crisi ecologico-valoriale, di teorie trans e post-umaniste, di filosofia dell’animalità e di costante superamento dei limiti denominare un’epoca geologica “uomo nuovo” deve avere delle profondissime implicazioni.
Io mi imbattei in questo termine leggendo La sesta estinzione di Elizabeth Kolbert e, da quel momento in poi, i miei studi, i miei scritti e i miei interventi pubblici sono stati legati a doppio filo con questo concetto. Ovviamente parlare di Antropocene significa andare, per dirla come l’antropologo Philippe Descola, al di là di Natura e Cultura: si entra in un tempo geostorico nel quale concetti granitici e dicotomie essenziali per l’uomo cominciano inesorabilmente a sciogliersi. Di Antropocene potrei parlare all’infinito, ma, se dovessi stringere sul cuore della mia riflessione, direi che si tratta in primis di una semiosfera capace ci abbracciare ogni sfaccettatura della disarmonia contemporanea tra sapiens e ambiente e, in secondo luogo, del più significativo trauma storico che la nostra specie abbia mai vissuto. Da qui ne discende che l’unica possibilità umana sarà il reinventarsi facendo tesoro dello spietato insegnamento di una pedagogia delle catastrofi senza precedenti.

Quali sono i tuoi progetti futuri, prossimi e più lontani?

Dopo aver scritto di demografia e di industria 4.0 è attualmente in uscita il mio saggio realizzato con Giuseppe Sabella e sento l’esigenza spirituale di tornare alle radici, di rispondere ad un bisogno più viscerale di riconnettermi con la realtà e con la mia animalità. Molti, oggi più che mai, auspicano a divenire filosofi dell’animalità, ma io mi sento molto più un animale che si balocca con quello strano congegno che è il pensiero critico. Per questo oltre danzare da un progetto di volontariato all’altro in cui colgo l’occasioni di mettere le mani del fango e di riscoprirmi bambino, mi sto dedicando a un concetto per me cruciale, quello di rewilding. In particolare, la mia idea è che non siamo solo quello che mangiamo, ma anche ciò che CI mangia. In altre parole, la mia prossima sfida sarà puntare il dito sulla necessità di tornare a convivere con tutti i large carnivores che la società occidentale ha via via fugato nelle periferie dell’ecumene. Per vincere la sfida di una demografia-più-che-umana servirà accettare che l’umanità è stata forgiata da millenni di predazione molto di più di quanto lo sia stata dalla caccia, tornando a ricomprendere il valore bioculturale della co-esistenza con i grandi predatori.