Il culto di Iside a Roma

Alice De Matteo

La Roma del I secolo a.C. visse il passaggio istituzionale dalla res publica al principato. La nuova figura di forza del princeps a capo di un fedele esercito, permise la continua espansione territoriale dell’impero che raggiunse la sua massima estensione nel II secolo d.C. L’Urbe era un crogiolo di popolazioni diverse e dall’incontro con la religione orientale, le donne e gli uomini romani trovarono risposta alla speranza di salvezza ricercata nell’aldilà. Le religioni d’occidente ignoravano l’elemento paradisiaco che invece veniva offerto, ad esempio, dai culti egizi. Quest’ultimi arrivarono a Roma dopo una prima diffusione in Campania e nel Lazio alla fine del II secolo a.C.

Il culto di Iside e Serapide fu promosso dalla dinastia tolemaica nel tentativo di unire la popolazione greca a quella egizia.

Varrone, nel De Gente Populi Romani, racconta che Iside sia stata una regina etiope divinizzata dopo la morte per aver insegnato l’arte della scrittura ai suoi sudditi. La tradizione egizia individuava Osiride come sposo di Iside. Il silenzio imposto nel culto e suggerito dalla raffigurazione del figlio Arpocrate (rappresentato con l’indice della mano destra alla bocca) sottolineerebbero l’irrivelabilità della natura umana degli dèi.
I negotiatores italici entrarono in contatto con la religione isiaca nel porto di Delo. Nel De Lingua, Varrone fa corrispondere le divinità di Cielo e Terra romane a Serapide ed Iside egizie e a Saturno ed Ops laziali. Plutarco, nel De Iside et Osiride, propone la stessa identificazione ma sostituisce Serapide ad Osiride. Erodoto assimila Iside con Demetra eleusina, mentre il mondo greco la sovrappone a Tyche. A Roma alcuni individuarono Iside come dea Fortuna, mentre Tacito ne fa un miscuglio tra Esculapio, Giove e Plutone.
Le Metamorfosi di Apuleio, oltre ad essere uno dei più antichi ed ampi romanzi latini conservati, sono un documento fondamentale della religione isiaca. Interessante è l’importanza data dal protagonista Lucio alla liturgia estremamente esigente; mentre Giovenale, nelle Satire, mette in ridicolo lo stesso culto enfatizzandone la serietà.

Ogni mattina il tempio veniva aperto e la statua della dea veniva vestita dalle ornatrici. Il sacerdote offriva ai fedeli la visione dell’acqua del Nilo in un vaso. Sulla musica di fluati e raganelle venivano cantati gli inni sacri.

Al mattino seguivano i riti del pomeriggio e della sera. I templi isiaci erano circondati da mura ed i sacerdoti vivevano al loro interno, dove erano costudite le immagini di Iside e di Serapide. Come studiato dettagliatamente da J. Champeaux (2002), la festa Navigium Isidis veniva celebrata il 5 marzo, in occasione della riapertura delle navigazioni nel Mediterraneo. La regina, vedova addolorata di Osiride e madre del piccolo Arpocrate, era anche protettrice dei mari.

L’esempio più famoso di questo rito è testimoniato presso Saintes-Maries-de-la-Mer e da Apuleio: Lucio assiste ad un corteo variopinto dove i fedeli sfilano travestiti. Tra i servitori della dea si distinguono il coro di giovani che canta inni sacri e i sacerdoti che mostrano i simboli della dea (la lampada d’oro e lo scettro). I doni venivano posti su una barca che poi veniva spinta nel mare.

Quando l’imbarcazione spariva oltre l’orizzonte, la processione tornava al tempio: la navigazione era ufficialmente aperta.

Una seconda festività, l’invenzione di Osiride, si svolgeva dal 28 ottobre al 3 novembre. I fedeli partecipavano al lutto di Iside e nell’ultima giornata di rito veniva celebrato Osiride e si pregava per la rinascita della vegetazione.
I riti iniziatici avvenivano dopo che il fedele veniva chiamato dalla stessa dea al culto. Il rito metteva in scena una morte volontaria e la salvezza concessa per grazia di Iside. Dopo dieci giorni di astinenze, l’iniziato veniva portato dal sacerdote all’interno del tempio per l’ultimo gesto (che non ci è noto). Varrone, nelle Saturnae Menippeae, denuncia la promiscuità di uomini e donne nei riti che, essendo notturni, rendevano il culto sospetto. La partecipazione femminile alla venerazione della dea è testimoniata anche da Properzio e Tibullo che praticarono il culto perché costretti dalle loro amate.
La pratica dei culti misterici di Bacco ed Iside è testimoniata presso Pompei ed Ercolano, che furono città vivaci e continuamente in relazione con commercianti stranieri.

Ancora oggi si può ammirare a Pompei un tempio dedicato ad Iside, ma forse non era l’unico.

Come racconta S. Rinaldi Tufi (2003), un tempio venne restaurato dalla famiglia del liberto Numenio Popidio Ampliato (a cui venne dato che un seggio nel senato locale). Il culto, oltre ad essere stato accolto dalle donne, venne praticato anche dalle classi di liberti ed aristocratici. In Italia, F. Fontana (nella catalogazione ragionata delle dediche epigrafiche isiache, 2010) individua la presenza del culto anche nei centri settentrionali di Verona, Aquileia e Trieste.
Nel I secolo a.C. la religione isiaca rafforzò la sua presenza Roma. A. Rolle (2007) nel suo ampio studio sulle fonti varroniane afferma che il culto isiaco venne praticato anche in Campidoglio. In età sillana la religione egizia potrebbe essere stata tollerata per non inimicare i ceti mercantili e popolari. Vi è l’ipotesi che Quinto Cecilio Metello Pio (console con Silla nell’80 a.C.) sia stato il fondatore dell’Iseum (costruito tra il 71 e il 64 a.C. circa) nei pressi del Celio. Metello era un avversario politico di Pompeo nella guerra contro Sertorio e la loro concorrenza potrebbe essere sfociata anche in ambito religioso: il console contrappose la dea Iside al culto pompeiano di Venere. Nell’opera Ad Nationes, Tertulliano (su fonte di Varrone) narra dell’azione repressiva del Senato nel 59 a.C., ovvero quando culto di Iside non era stato ancora ufficializzato e sfuggiva al controllo diretto dello Stato. Secondo le fonti sarebbero stati distrutti gli altari delle divinità egizie costruiti dai populares nell’area capitolina violando le disposizioni del Senato. L’anno successivo il console Gabino, in accordo con i senatori, vietò la ricostruzione degli altari. Tuttavia Livio ci ricorda che i culti non ufficiali e stranieri sono sempre stati le prime vittime del Senato in momenti conflittuali. Ancora, Cassio Dione testimonia una seconda repressione del 53 a.C. mentre altri scontri sono attestati nell’età cesarea in contrasto alla decisione successiva dei triumviri di costruire, presso il Campo Marzio, l’Iseo Campense. Dopo la vittoria di Azio (31 a.C.) Ottaviano attuò misure restrittive contro la religione di Cleopatra ed Antonio. Infatti, per celebrare la vittoria di Augusto, Virgilio, nell’VIII libro dell’Eneide, immagina uno scontro tra divinità romane ed egizie. L’erede Tiberio mantenne la proibizione augustea del 28 a.C. di elevare altari all’interno del pomerium, ma i successivi imperatori furono più tolleranti e soggetti al fascino orientale. Tuttavia fu la dinastia Flavia che nobilitò le divinità egizie al riconoscimento ufficiale.


Per approfondire:
Champeaux Jacqueline, La religion romaine, Parigi, Libraire Générale Française, 1998; trad. it. La religione dei romani, Bologna, Il Mulino, 2002
Rolle Alessandra, Dall’oriente a Roma. Cibele, Iside e Serapide nell’opera di Varrone, Pisa, ETS, 2017
Rinaldi Tufi Sergio, Pompei. La vita quotidina, Firenze, Giunti, 2003
Lanza Letizia, Senecio, Napoli, Vico Acitillo 124, 2003
Fontana Federica, I culti isiaci nell’Italia settentrionale 1. Verona, Aquileia, Trieste, Torino, EUT, 2010

Commenta