Foto di Kevin McElvaney

Intervista a Dudu. Il viaggio di un migrante

Sono sdraiato sulla sabbia a prendere il sole. Ad un tratto mi sento camminare e poi fermarsi affianco a me uno di quei ragazzoni che vendono braccialetti. “Ciao bello” mi dice. In poche ore mi sarà già capitato almeno venti volte di dire: “Grazie, scusa ma non mi interessa”. Questo ragazzo però insiste. È cordiale e simpatico, ci sa fare; potrebbe diventare un ottimo venditore. Si chiama Dudu e viene dal Senegal. Sembra che abbia almeno ventiquattro, venticinque anni ma in realtà ne ha da poco compiuti diciannove. Ha un’aria sveglia, curiosa. Gli premetto sin da subito che gli comprerò uno dei suoi braccialetti colorati, ma prima ci parlo un po’. Gli chiedo di raccontarmi la sua storia, da quanto tempo è in Italia. “Da due anni, due anni e mezzo”, mi dice. È qui da quando aveva sedici, diciassette anni. Paradossalmente, parlando con lui, capisco dalle sue parole che è stato un vantaggio essere venuti in Italia da minorenne.

Ingenuamente gli domando in che modo è arrivato qui. Aereo o barca? “Barca, barca”, mi dice. “Aereo troppi soldi” e mi fa il segno del denaro.

“Quindi hai attraversato il deserto?”, gli chiedo. Lui annuisce. Gli chiedo come ha fatto. Lui mi racconta che è partito da solo dal Senegal, ha attraversato il Mali, paese d’origine dei suoi nonni, poi il Burkina Faso fino ad arrivare in Niger. In particolare alla cittadina di Agadez. Scritta in poche righe sembra di banalizzare quanto fatto. In realtà si tratta di un tragitto per cui ci vogliono settimane, se non mesi, per farlo, e spesso con mezzi di fortuna. Agadez è una tappa importante per tutti i migranti. È una cittadina del Niger in mezzo al deserto del Sahara. Poca acqua e poche risorse disponibili. Da qui partono i camion carichi di migranti. Possono arrivare a contenere anche 100 o più persone su un solo camion, bambini e donne comprese.

Dudu fortunatamente, mi racconta, è riuscito a partire in un’auto semi scassata con venti persone a bordo. All’inizio non ci credo e per questo glielo richiedo. Lui, serio, mi ripete che erano in venti. Con la macchina si va indubbiamente più veloci. In tre giorni, infatti, arriva in Libia. “Sono stato fortunato”, mi ripete. Spesso con la macchina i controlli, lungo il tragitto, sono più veloci essendoci meno persone a bordo. I controlli sono effettuati dai soldati del luogo che, per far passare i migranti, chiedono soldi. La regola, illustrata anche nel reportage Bilal di Fabrizio Gatti, scrittore e giornalista de “L’Espresso”, è semplice: se paghi, passi, ma puoi comunque ricevere delle botte; se non hai di che pagare ma sei una donna, subisci violenza e hai possibilità di passare; se non hai di che pagare e sei un uomo, nel migliore dei casi, prendi le botte e ti fanno passare, nel peggiore ti fermano, ti picchiano e ti lasciano al tuo destino in pieno deserto.

Poi si apre la fase Libia. In Libia arrivi che, mediamente, non hai più nulla. Sei costretto a lavorare con turni massacranti spesso nei mercati o nelle varie piantagioni di frutta. Si cerca di sopravvivere e al contempo di mettere da parte qualcosa per pagare la “lauta mancia” agli scafisti. Dudu mi racconta di aver vissuto per cinque, sei mesi in alcuni capannoni con un sacco di persone. Spesso arrivava la polizia alle 3, 4 di notte per effettuare dei “controlli”. Controlli dove le persone venivano picchiate brutalmente e senza motivo. La storia di Dudu però ha una connotazione “fortunata”. Lui si mette agli ordini di un padrone che lo fa lavorare per dei mesi senza paga, ma che alla fine gli assicura un posto su una barca direzione Lampedusa.  Il tragitto in mare dura un paio di settimane, ma alla fine va tutto bene. Poi permesso di soggiorno e tappa a Genova dove abita il cugino “Maxi”.

Gli chiedo infine dove vorrebbe andare o dove vorrebbe vivere. Mi risponde: “Italia. Mi piace Italia.”

Il problema dei migranti è un problema che non può essere risolto chiudendo i porti, ma gestendo gli arrivi e trovando dei sistemi di accoglienza funzionali e umani. Non si può pensare che un d’un tratto l’Italia non farà più arrivare migranti e “alzerà le barriere”. Non ci si può chiudere e fare finta che questa situazione non ci riguardi. Le milioni di persone che negli ultimi anni hanno provato ad attraversare il Mediterraneo, spesso perdendo la vita, sono il simbolo che testimonia che dietro questa folle scelta vi è una soglia di povertà e disperazione superata da tempo.

Mattia Alfano

Foto di copertina di Kevin McElvaney