Depressione e stigma sociale: parliamone

Oggi, in Italia, è la quindicesima giornata europea sulla depressione.
La depressione è un disturbo dell’umore. Non tutte le modificazioni del tono dell’umore sono da considerarsi patologiche.
Sentirsi tristi, pessimisti, in preda allo sconforto o “in lutto” rientra nello spettro emotivo sano di un essere umano se il fenomeno ha una durata temporanea. Il disturbo depressivo è invece relativo a modifiche persistenti al punto da influenzare significativamente la vita sociale, lavorativa e relazionale di chi ne soffre.

Più che di depressione, dovremmo parlare di “depressioni”: nel DSM-5 (Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders) troviamo infatti diverse tipologie diagnostiche della malattia (DMDD, depressione maggiore, distimia, PMDD, depressione indotta dall’uso di sostanze e medicinali, depressione derivante da altre condizioni mediche/di salute, disordine depressivo diversamente specificato, disordine depressivo non specificato). Quando, comunemente, parliamo di depressione ci stiamo riferendo in realtà alla condizione clinica chiamata “depressione maggiore”. Questa non è legata a particolari eventi esterni (lutti, perdite, rotture, situazioni stressanti). È caratterizzata da un senso persistente di umore depresso, perdita di piacere verso occupazioni che un tempo suscitavano interesse e incapacità di portare a termine attività quotidiane, per più di due settimane. Le persone che ne soffrono possono sperimentare anche i seguenti sintomi: mancanza di energia, cambiamento nell’appetito (diminuzione o aumento) e nel sonno (insonnia o ipersonnia), ansia, difficoltà a concentrarsi, irrequietezza, senso di colpa, di indegnità, di autosvalutazione e di mancanza di speranza, pensieri autolesionisti ricorrenti, pensieri di morte per arrivare, infine, a ideazioni e tentativi di suicidio. Continuare a ignorarne l’esistenza, tabuizzandola o minimizzandone i sintomi, non è quindi solo inutile e controproducente: è anche fatale.

In Italia si stimano 2.8 milioni di depressi di cui quasi la metà con depressione “maggiore”, un dato tuttosommato al di sotto della media europea. Di questi però solo un terzo ha ricevuto un trattamento nei servizi di dipartimenti di salute mentale. E, secondo l’OMS, entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa al mondo.

È l’elefante nella pubblica stanza dei problemi di salute: è un problema percepito, documentato e noto ma pochissimi hanno poi il coraggio di discuterne davvero al di fuori di un contesto accademico. Bollare come deboli coloro che ne sono affetti non fa altro che aumentare la loro segregazione sociale, in un mondo che premia l’efficienza scattante, la forza e la competizione.

Lo stigma sociale che circonda la depressione e i disturbi psichici in generale inibisce tutt’ora il processo di normalizzazione delle malattie mentali, con le conseguenze sanitarie che ciò comporta. Può capitare, infatti, che chi soffre di depressione maggiore ricerchi un consulto specialistico solo dopo molto tempo dall’esordio della patologia, magari sottovalutando le proprie problematiche psichiche o ritenendole indegne di cura (auto-stigma).
Ricordiamo che la depressione è un disturbo curabile che richiede un intervento medico specialistico. Soffrirne non è affatto segno di debolezza o, peggio, di pigrizia: pertanto non può essere gestita con puri atti di volontà (il “devo essere forte” e il “devo farcela da solo”).
Alcune attività possono lenirla (è provata la funzione terapeutica di attività creative e artistiche come il canto, la danza, l’arte così come il movimento fisico, in particolare sport come la corsa, il nuoto e il gioco di squadra) e altre, meri palliativi o diversivi, in realtà conducono soltanto a un suo inasprimento (abuso di alcol e stupefacenti). In nessun caso l’autoterapia può sostituire efficacemente una cura specialistica.
Una strategia terapeutica che associ medicinali a interventi psicoterapici e psicosociali è considerata ottimale per affrontare la malattia. I farmaci ricoprono un ruolo fondamentale ma, da soli, non bastano. Bisogna rompere quel muro di vergogna, paura, diffidenza e isolamento sociale che attanaglia il «depresso» che sente di non corrispondere più al modello culturale competitivo moderno, che non riesce a mantenere dei rapporti costruttivi con le persone importanti della propria vita e incappa in enormi difficoltà nel gestire lo stress relazionale sul luogo di lavoro.

Cosa fare quando ci rendiamo conto che una persona a noi vicina soffre di depressione? Come gestire, cioè, quel dialogo che è infine diretta conseguenza dell’abbattimento dei pregiudizi sulla depressione? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Tavormina, psichiatra e segretario di Eda Italia, una Onlus che dal 2004 coordina annualmente nel nostro paese incontri divulgativi in occasione della Giornata sulla Depressione. Il tema della giornata di quest’anno è: “depressione e pregiudizi: luce sul male oscuro”. Segnaliamo che l’associazione organizzerà a Milano un incontro aperto al pubblico il 25 ottobre alle 17 al ristorante “Nero 9” (via Anfiteatro 9).

Partiamo da un esempio: se un amico o parente o collega ci confida di soffrire di depressione, qual è il miglior modo di rispondere?
Anzitutto dimostrare comprensione e attenzione alle problematiche esposte; poi, con delicatezza, invitarlo a parlarne con uno specialista.

Quali sono, invece, le cose assolutamente da non dire per evitare effetti controproducenti?
Mai dire: “Dai, non è nulla, passerà…”, “Reagisci!”, “Guarda a chi sta peggio di te…”, “I problemi veri sono altri: tu hai il lavoro, la salute, sei giovane. Cosa ti manca?”. Equivale a dargli una simbolica pacca sulla spalla e minimizzare.

Confidarsi con qualcuno di fidato, anche se chiaramente non è un atto risolutivo, quanto incide positivamente su chi è affetto da depressione o disturbi dell’umore?
Incide positivamente solo se quel qualcuno è una persona che “comprende” queste malattie.

Passando al lato pratico: cosa fare?
Contattare al più presto uno psichiatra e farsi seguire. Bisogna essere molto fermi su questo punto, anche se l’atteggiamento sarà, e deve essere, di caldo affetto.

Nell’ambito del disturbo dell’umore, secondo lei, si può parlare di prevenzione?
Sì. Prevenzione implica la conoscenza che implica l’informazione. Questa è la triade di riferimento.

Un’ultima domanda. In Italia a che punto siamo a livello di sensibilizzazione e informazione sulla salute mentale?
Direi a un punto migliorabile. Noi di EDA, che organizziamo la Giornata sulla Depressione da 15 anni, notiamo che la sensibilizzazione e la conoscenza sul tema, seppur ancora limitate, sono fortunatamente in crescita.

Domande simili sono state poste anche agli studenti del nostro ateneo, tramite un questionario diffuso nei giorni scorsi. La maggioranza degli intervistati (66.9%) si dichiara in rapporto diretto con la patologia (ne soffrono in prima persona oppure ne soffre un membro familiare o amicale). Emblematici i risultati a proposito dell’informazione e dello stigma sociale. Alla domanda se si fosse a conoscenza della giornata europea della depressione il 96.4% ha risposto in maniera negativa. È poi emersa una prospettiva pressocché concorde con l’idea che lo stigma sociale attorno alla depressione contribuisca a disincentivare una tempestiva richiesta di aiuto (25.9% moltissimo d’accordo, 59.7% molto d’accordo, 0.7% abbastanza d’accordo, 12.9% poco d’accordo e 0% per niente d’accordo).
Per il 19.4% degli intervistati risulta difficile chiedere aiuto quando ci si trova in uno stato depresso per la paura del giudizio altrui, per il 11.5% per la scarsa empatia dimostrata verso il disagio psicologico, per l’11.5% per la mancanza di fiducia verso il prossimo e per il %44.6 per tutte le risposte precedenti. Tra le risposte libere si segnalano: “per colpa dell’apatia a cui si è sottomessi”, “convinzione dell’inesistenza di una soluzione al problema, tantomeno proveniente da un aiuto esterno”, “mancanza di forza per affrontare il problema”, “tutte le precedenti e anche volontà di negare il disagio che ci si ritrova a provare, proprio malgrado”. Infine, l’87.1% degli intervistati crede che in Italia l’attenzione rivolta alla “mental health awareness” risulti ancora insufficiente, contro il 12.9% di chi la ritiene adeguata.
Il questionario ha raccolto in totale 139 risposte. Non ha perciò alcuna pretesa di esaustività sull’oggetto preso in considerazione né di rappresentare la totalità del pensiero studentesco. A questo link è disponibile l’infografica con i risultati del sondaggio e tutte le risposte dei candidati.

A proposito di abbattere lo stigma: nel 2016 l’OMS ha lanciato la campagna: Depression: let’s talk. Parlare con persone fidate può costituire il primo passo verso la guarigione. Più si dissipa la densa coltre di biasimo che avvolge la malattia, più persone cercheranno e riceveranno il trattamento sanitario che meritano. È quindi importante che il dialogo su questo tema continui anche nelle giornate successive al 20 ottobre: tra amici o familiari ma anche in gruppi più grandi: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, attraverso le notizie dei media, blog o social media; così come è essenziale cominciare a cercare aiuto. Se non inizialmente da uno specialista da un numero utile, se non da un numero utile da un familiare o amico che possieda il tatto necessario.

È altrettanto importante saper dare una mano, quando è possibile: un ascolto attento, una parola di conforto, un atteggiamento di fiducia. Rendersi disponibili al supporto, astenendosi da giudizi aggressivi, e saper indirizzare con delicatezza verso una figura professionale rimangono le iniziative più indicate. Chi trova il coraggio di confidare a qualcuno i suoi propositi negativi ha già ampiamente oltrepassato il proprio limite di tollerabilità e di distrazione dal problema: ha bisogno del nostro aiuto e, soprattutto, ha bisogno della nostra disponibilità all’ascolto. Si tratta di un compito non facile: potrebbe capitare di perdere la pazienza e sentirsi sfiniti di fronte alle lamentele e all’immobilismo di una persona depressa. Si tratta, però, di un individuo che a sua volta si accusa e si svilisce di continuo. Nella fase più intensa della malattia può risultare necessario provvedere per i bisogni materiali del depresso quali: l’igiene personale, il mangiare regolarmente, le commissioni quotidiane. Per nessuna ragione sottovalutare le frasi o i propositi di suicidio credendo, erroneamente, che “chi lo dice di solito non lo fa”. A valutare il reale rischio dovrà essere uno specialista.
Munirsi di pazienza e ripetere, senza stancarsi, sia prima che nel corso della terapia, che la cura avrà effetto e che vivere una vita sana, senza altalenanti oscillazioni dell’umore, è possibile. L’importante è non demordere.

Da esterni, da cittadini, non abbiamo nessun potere, a livello biologico, su serotonina e norepinefrina, ne abbiamo poco su quello psicologico (non siamo professionisti) ma possiamo incidere molto sul versante della solidarietà sociale. Parliamo. Ascoltiamo.

Contatti utili:
Progetto Itaca 800 274 274 (per chiamate da cellulare 02 29007166)
Telefono Amico al 199 284 284 (anche via internet)
Onlus Samaritans al 800 860 022

La nostra università, inoltre, offre un servizio di consulenza individuale per gli studenti che attraversano momenti di difficoltà tali da compromettere il rendimento e l’adattamento nella vita universitaria. Per accedere al servizio è sufficiente scrivere una mail a servizio.counseling@unimi.it dalla propria casella di posta di Ateneo, lasciando il proprio nome e numero di telefono. Si verrà successivamente ricontattati per un appuntamento.

Lucia De Angelis
Mi entusiasmano i temi sociali, i filosofi greci, le persone intelligenti e le cose difficili.