L’abitare nei racconti di Paolo Cognetti

Paolo Cognetti, classe ‘78, è milanese di nascita e di cuore, come scrive sul suo blog “Capitano mio capitano” in cui parla del senso di appartenenza che prova per Milano, analizzando il perché sentiamo nostra una città: «È tua perché a un certo punto l’hai esplorata, hai trovato rifugio in certe sue strade, te ne sei innamorato. È tua perché quando la guardi i tuoi occhi vedono in quattro dimensioni, e la quarta è il tempo: vedono la città di oggi sopra a quella di ieri, e le mettono in relazione.»

I racconti e i romanzi di Paolo Cognetti sono permeati da una forte riflessione sui luoghi, sulla connotazione affettiva che a questi assegniamo in diversi momenti della nostra vita. Il suo sguardo ci guida ad una comprensione dell’importanza degli ambienti, dell’ascolto dei territori che ci circondano, assaporando un senso dell’abitare più consapevole. È incredibile come leggendo in ordine la sua produzione letteraria si possa ripercorrere la sua storia, notando come venga alla luce un percorso di crescita, durato anni, alla ricerca di un equilibrio tra luoghi molto diversi e di come alla fine questa lotta da funambolo sembri aver trovato la sua inclinazione vincente, come testimonia anche la storia che racconta in Le otto montagne (Premio Strega 2017).

“Le città sono fatte di strade che non vanno da nessuna parte. Le strade di città sono storie tra uomini, e hanno il loro stesso destino. Quando le storie finiscono, delle strade non rimane più niente.” (Guidare nelle metropoli, Paolo Cognetti)

Partendo dalla raccolta di racconti Manuale per ragazze di successo, Paolo Cognetti ci fa bere il nettare di Milano senza tralasciarne nemmeno una goccia: dalla circonvallazione come confine tra centro e periferia alle campanelle di un tram di notte, fino ad una Milano natalizia splendente come “uno sciame di lucciole in un vaso di vetro”, chiudendo su un altro concetto di confine cittadino come l’aeroporto di Malpensa. Il filo conduttore della raccolta sono i personaggi femminili accompagnati da uomini piuttosto deboli e disorientati, che si aggirano all’interno di una cornice comune, Milano, che ha per ogni personaggio un aspetto differente ed è soprattutto deformata da esperienze di vita e legami affettivi.

Nella seconda raccolta Una cosa piccola che sta per esplodere, i due racconti conclusivi presentano due fughe. Il primo racconta di una classica fuga estiva dalla città che consente al ragazzo protagonista la scoperta di un nuovo mondo all’interno della natura, e di una nuova solitudine assoluta e lontana da tutto, una sensazione completamente inconsueta e spesso difficile da provare per qualcuno abituato a ritmi frenetici e ingombranti folle cittadine. La seconda fuga avviene in direzione contraria, al centro la madre del narratore, che da giovane fugge da una vita di campagna, di lavoro nei campi e provincialismo per rifugiarsi in quel fervore culturale da liceo cittadino, in cui troverà amore e rivoluzione.

L’apice definitivo di questa sottile traccia di riflessioni sull’abitare viene resa più marcatamente autobiografica ed esplicita con Le otto montagne in cui vediamo la vita del protagonista costantemente divisa tra montagna e città. L’autore in quest’opera si ritrae nel personaggio di Pietro, per il quale la montagna è un paesaggio d’infanzia e villeggiatura, ma con il tempo ne scopre le molteplici possibilità che vanno ben oltre una vacanza estiva. Così, come lui, Paolo Cognetti racconta in diverse interviste di dividere il suo anno in due metà e di spendere quella invernale a Milano e quella estiva in baita, assecondando entrambe le realtà che lo appassionano.

Articolo di Arianna Preite