25 novembre: oltre l’estetica della violenza di genere

In copertina:“Caught updell’artista Pollynor

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

La violenza conosce varie incarnazioni: politica, economica, sociale, verbale, psicologica e, infine, fisica. Affonda le sue radici in secoli di storia (e, inevitabilmente, di narrativa) che normalizzano e quindi giustificano determinati comportamenti.

Nel mito greco, ad esempio, ogni rapporto sessuale che lega una divinità maschile a una figura femmine è sempre un rapporto di stupro (non c’è mai consenso e nemmeno è importante che ci sia, perché le donne non sono riconosciute come persone giuridiche; non esiste nemmeno il termine stupro perché non si concepisce l’esistenza dello stupro). Nelle grandi epiche antiche (ciclo omerico, ciclo bretone-arturiano, epopea di Gilgameš, Ramayana…) la figura femminile non è mai protagonista: è spalla o momentanea antagonista o premio finale dell’eroe.

Nei romanzi, prodotto letterario relativamente recente, così come nel cinema, si ripresenta spessissimo lo stesso, millenario, schema narrativo: la donna come funzione (madre di, compagna di, figlia di), la donna riconosciuta quasi sempre come splendido oggetto di desiderio ma raramente come soggetto che desidera. Se desidera, desidera cose o situazioni attribuitele da stereotipate aspettative sociali: il grande amore, la perfezione estetica, essere madre. In una parola: rientrare nella comoda cornice di accettabilità. Alle immagini riflesse dalla narrativa tradizionale si aggiungono gli immaginari, non tanto diversi, costruiti tramite i media e i mezzi di comunicazione: i programmi televisivi, le serie TV, gli spot pubblicitari, i video musicali, i videogiochi, i quotidiani, i telegiornali.

Il sottotesto rimane, invariabilmente, lo stesso: la donna non ha una sua individualità, non è una persona. Non è misura di sé stessa ma è scrutata, misurata e plasmata dallo “sguardo maschile”.

Con il corpo della donna si può vendere e si può scherzare. E, se si può farlo, se ci si può fare tutto quello che si vuole, è perché si è convinti che in fondo non le appartiene, così come la sua voce: è un giocattolo, che esiste per soddisfare le esigenze ludiche di chi lo impugna. Guai se comincia a esternare dissenso o rabbia: un giocattolo non parla e, se parla, è protagonista di una favola infantile e divertentissima.

Non godendo di una riconosciuta autonomia è giusto e naturale che qualcuno, dall’esterno, decida per lei: un padre, un fidanzato, un letterato, un regista, un artista. La donna è musa, difficilmente artefice e narratrice della propria storia. È qualcun altro che decide se è degna o meno di attenzione, che immagina ed esprime cosa pensa, cosa prova, che stabilisce come si è donna in maniera accettabile (ossia essendo: bella, mite, madre, muta, eterosessuale, angelo del focolare, una creatura pratica con scarse capacità intellettuali; possibilmente bianca, senza disabilità, fedelissima e senza impulsi sessuali). Tutto ciò che fuoriesce dalla cornice di accettabilità è punito con il silenzio (le anziane, le donne con disabilità e le lesbiche, di fatto, è come se non esistessero) o con la derisione e la denigrazione (le non madri, le fedifraghe, le donne che non si vergognano della propria sessualità, le femministe che non tacciono mai e sono sempre, inspiegabilmente, incazzose, le donne che viaggiano, le donne che si occupano di tematiche intellettuali).

Una donna derisa, sminuita, sfregiata, picchiata, seviziata, stuprata e uccisa da un compagno, da un parente, da un “amico” non è frutto di una mente folle, di un raptus, di un gesto disperato. È il risultato di un’affermazione di supremazia, giustificata da milioni di narrative socio-culturali, raramente ripensate o messe in discussione.

Non sottovalutiamo il potere che la narrativa e le parole esercitano sulla nostra capacità di pensare e interpretare il mondo. La parola genera pensieri. I pensieri generano azioni. Le azioni violente sono il frutto di convinzioni, di parole e storie, violente.

La violenza si origina da una presunzione di superiorità. Occupare i vertici della struttura di potere è un concreto nullaosta a questa presunzione. In questa sede si giustifica l’arroganza del violento e si minimizzano e deridono gli effetti su chi subisce. Il violento non è mai responsabile delle sue azioni: è stato provocato, è stato indotto, è stato “portato” da altri a comportarsi nel modo in cui si è comportato. Il violento è un bambinone de-responsabilizzato.

Ed è qui che emerge il più grande corto-circuito logico del maschilismo: nemmeno gli uomini  sono considerati persone (non soltanto le donne). Per il patriarcato, infatti, l’uomo è solo un fantoccio che recita una parte. Una parte violenta, aggressiva, ipersessualizzata e rude. Ma non è mai responsabile delle cose che dice o che fa. Perché il copione non è stato scritto da lui, come individuo, è stato scritto dalla storia. Una storia comoda, che è faticoso pensare e criticare.

Oggi, tra un editoriale stucchevole su quanto le donne siano creature fragili da non toccare nemmeno con una primula e la ormai automatizzata solidarietà sociale, cerchiamo di andare oltre l’estetica della violenza di genere (foto cariche di pathos di donne che si schermiscono dalle botte del proprio carnefice, scarpe rosse, occhi neri e cicatrici su bei visi tristi). Cerchiamo di ragionare sulle radici sistematiche della violenza.

Lucia De Angelis
Mi entusiasmano i temi sociali, i filosofi greci, le persone intelligenti e le cose difficili.