Ai Weiwei, come l'attivismo diviene arte -Vulcano Statale

Ai Weiwei, l’attivismo si fa arte

Giulia Ghirardi

Essere rifugiato è molto più di uno stato politico. Si tratta della forma più pervasiva di crudeltà che si possa esercitare contro un essere umano. Si priva con la forza l’essere umano di ogni aspetto che rende la vita non solo tollerabile ma anche dotata di un valore. Più si diventa insofferenti davanti alla sofferenze delle persone, più aumenta il pericolo. Ed è fondamentale che insistiamo sulla nostra umanità.

Ai Weiwei è l’artista dissidente cinese che lotta per i diritti civili e che con le sue opere ha sfidato il governo cinese, denunciando le storture del capitalismo e finendo persino in carcere per questo.

Architetto, designer, blogger e attivista politico, Ai Weiwei è considerato dalla comunità internazionale l’artista cinese più celebre e influente al mondo. Nasce a Pechino nel 1957 in una famiglia di intellettuali; nel 1981, decide di lasciare la Cina per vivere a New York, lì si innamora dell’arte concettuale e della Pop Art di Andy Warhol e dà il via alla sua carriera artistica.

Si pone all’attenzione del pubblico internazionale con una serie di lavori concettuali molto variegati e ricchi di commistioni fra generi diversi che spaziano dal design alla scultura, dalle installazioni alla cinematografia. Attivista politico sensibile da sempre alle diseguaglianze presenti nel suo paese, col passare degli anni ha improntato sempre più i suoi lavori a una denuncia della corruzione e della censura governativa entrando così in rotta di collisione con il regime cinese. 

In un mondo in cui gli scenari cambiano e le disuguaglianze sociali aumentano, inevitabilmente l’arte contemporanea si lega alla politica.

Nell’ultima opera a cui si è dedicato l’artista, infatti, il docufilm Human Flow presentato al festival di Venezia nel 2017, viene denunciato il dramma dei migranti e rivendicata la migrazione come diritto umano imprescindibile in un mondo che, irrimediabilmente, si restringe, dove persone di diverse culture e diverso credo religioso devono imparare a convivere le une con le altre.

Un anno di viaggi e di riprese in ventitré Paesi della Terra. L’odissea mondiale di migliaia di uomini, donne e bambini che scappano, senza che nessuno gli dica dove andare, dalla loro case, le loro terribili prigioni. Perché vivono senza speranza, senza alcuna prospettiva per il futuro, senza alcuna consapevolezza di poter fare qualcosa con la propria vita e irrimediabilmente rischiano di perderla e di esporsi a qualsiasi tipo di strumentalizzazione nelle mani di chi, per paura o per la gloria, ha perso un po’ della sua umanità. Non sono altro che immagini, nella disperazione umana, di una bellezza straniante, e una telecamera, che inseguono le sciagure nei campi profughi in Giordania, in Turchia, in Palestina, o in un ex aeroporto di Berlino, e che tuttavia lanciano addosso ad ogni spettatore un messaggio di ribellione, di tragica speranza, volto a garantire la libertà di espressione in tutte le sue forme e quella vita che viene costantemente rubata.

Ai Weiwei, come l'attivismo diviene arte -Vulcano Statale

“My activism is a part of me. If my art has anything to do with me, then my activism is part of my art.”
– Ai Weiwei