Fenomenologia del feltrismo: giornali, irriverenza e provocazioni

Ciò che colpisce, nel volto incartapecorito ma arzillo di Vittorio Feltri, è la straordinaria sfacciataggine. Quando la spara grossa, guarda l’interlocutore con espressione provocante e storce la bocca, come a dimostrare fanciullesca sincerità. Nel frattempo aspetta che la bomba che ha sganciato faccia effetto sul conduttore e sugli altri ospiti. Per sua fortuna, la bomba fa quasi sempre effetto.

Per sua fortuna, perché dopo una lunghissima carriera nel mondo del giornalismo, cominciata nel 1962 — quando aveva 19 anni — a L’Eco di Bergamo e proseguita a La Notte, al Corriere della Sera, a L’Europeo e alla direzione de L’Indipendente (1992), de Il Giornale (1994, 2009 e 2011) e di Libero (2000 e 2016), Feltri continua a restare sulla cresta dell’onda, sempre presente nel dibattito pubblico grazie ai suoi articoli, agli interventi in tv e alle recenti imitazioni di Maurizio Crozza.

Arguto, irriverente, provocatorio, spregiudicato, originale, spiazzante, cinico e polemico, Feltri ha molte sfaccettature.

Iniziò la sua carriera come cronista di cinema, ma ben presto si conquistò il titolo di “erede” di Montanelli. Ama i mici e si definisce “gattolico”, si dichiara “anarcoide” ma anche “monarchico costituzionalista” (tanto che una volta chiese di rifare il referendum del 1946), ammette di aver avuto la tessera del Psi e si proclama fieramente anticomunista.

Quando nel 2015 arrivò a raccogliere 56 voti durante l’elezione del presidente della Repubblica la sua esperienza giornalistica sembrava destinata al tramonto. Così non è stato. Dopo decenni, la sua fama è all’apice: da una parte per il grande successo in termini di tiratura che i suoi giornali hanno sempre registrato (su tutti L’Indipendente, che portò in pochi mesi da 19.500 a 120.000 copie), dall’altra per i titoli provocatori — ma di grande successo — che propone da sempre e che immancabilmente scatenano furiose polemiche. Dall’archivio ne riaffiorano a decine: Virginia Raggi “patata bollente”, Matteo Renzi che per fermarlo “bisogna sparargli”, gli immigrati che “portano la miseria e le malattie”, i napoletani che “si bruciano da soli”, Renzi e la Boschi che “non scopano”, Veltroni “paraculo”, Veronica Lario “velina ingrata” e molti altri.

Anche se questi titoli hanno suscitato scalpore in varia misura, è il celebre caso Boffo ad aver segnato in modo indelebile la carriera di Feltri. Nel 2009, mentre era alla direzione de Il Giornale, diede vita a una gigantesca campagna di stampa contro Dino Boffo, allora direttore di Avvenire, il giornale della Cei (Conferenza episcopale italiana) molto critico con il premier Silvio Berlusconi. Feltri riportò la notizia di una informativa della polizia che definiva Boffo “noto omosessuale” e di una ammenda pagata dal stesso Boffo per “molestie sessuali”. Le molestie erano in realtà “alla persona”, ma la campagna de Il Giornale assunse dimensioni spettacolari e costò a Boffo la direzione di Avvenire. Da allora il termine “metodo Boffo” — quello seguito da Feltri, sospeso per questo motivo dall’Albo dei giornalisti — è entrato nel gergo politico come sinonimo di “macchina del fango”.

Come dimostra il caso Boffo, la capacità di Feltri di inserirsi nel dibattito pubblico è sorprendente.

Ogni mattina, dà voce all’elettorato più conservatore, spesso reazionario e soprattutto del nord, che osserva le vicende dei palazzi romani con un certo greve umorismo da bar.

Sui suoi giornali, e in particolare su Libero (che ha fondato), la disposizione delle notizie non ha nulla di tradizionale: quello che i giornali cosiddetti mainstream mettono in prima pagina è relegato all’interno in trafiletti anonimi, mentre notizie minori e marginali vengono sparate in prima pagina con titoloni roboanti e ammiccanti. Per dirla con uno slogan: tanti commenti e opinioni, rigorosamente politicamente scorretti, e poche analisi ragionate. Ma è inevitabile: l’unica formula di giornali che riesce a sopravvivere è quella dei giornali d’opinione, che offrono un taglio diverso rispetto alla semplice presentazione delle notizie disponibile su un qualsiasi sito internet.  I giornali di Feltri vivono proprio di questa formula.

Un giornalismo che si nutre di polemiche in punta di penna e di scandali, una presenza scenica non indifferente, un’indomita vocazione alla libertà e alla sfida: sono molti gli ingredienti della ricetta feltriana.

E questa sua ricetta per la carta stampata piace. I successi in termini di tiratura portarono Berlusconi a chiamarlo, nel 1994, per sostituire Indro Montanelli a Il Giornale. I suoi rapporti con l’ex premier hanno conosciuto alterne fortune: dall’amore iniziale, soprattutto grazie ai cospicui stipendi che il proprietario de Il Giornale riservava al suo direttore, a un lento ma inesorabile logoramento del rapporto, che negli ultimi tempi è diventato, soprattutto per l’avvicinamento di Feltri alle posizioni di Salvini, perfino conflittuale. Ma anche nei tempi di maggiore intesa, Feltri non si illudeva e chiosava: “Non sono io ad essere berlusconiano, ma Berlusconi ad essere feltriano”.

Negli ultimi anni è diventato una star televisiva. Spesso in collegamento dal suo ufficio, i suoi interventi sono caratterizzati da provocazioni e ribaltamenti surreali della realtà, ma anche dalla cristallina sincerità di chi, con il passare degli anni, ha perduto i consueti freni inibitori: il proverbiale “non me ne frega niente, io vivo a Bergamo”, buono per qualsiasi domanda, ha suscitato ilarità e ispirato imitazioni. Ma non solo: un recente fuorionda ha dimostrato come alcuni conduttori interpretino le sue dichiarazioni come effetto di una perenne ubriachezza. In realtà, Feltri frequenta i salotti televisivi da anni: sornione e ciarliero, si lascia andare soprattutto nelle interviste più intime, nelle quali prevale il suo lato sentimentale. Resta però memorabile, nella carrellata variopinta e politicamente scorretta delle sue apparizioni in tv, un’intervista a Le Iene durante la quale definì Hitler, con un’espressione inspiegabilmente dadaista, “severo ma giusto”.

Ultimamente il direttore di Libero continua, come detto, a calcare le scene. Dalle tv ai giornali, non vi è giorno senza che una polemica o un duello non lo catapulti con prepotenza al centro dell’attenzione. Sembra strano, perché lui stesso si descrive come pigro e solitario: meglio stare a casa che in tv, meglio i gatti che le persone, meglio la macchina da scrivere che il computer iperconnesso.
Feltri ha attraversato cinquant’anni di storia italiana con il suo abbigliamento dandy, il sorriso furbo stampato in faccia, la Marlboro sempre in bocca, un umorismo distaccato e individualista, le provocazioni e gli scontri. Ha rappresentato, fuor di retorica, la sensibilità di una fetta di Paese, perennemente disincantata e inguaribilmente egoista. A questa parte di Paese ha dato voce: c’è da scommettere che oggi, mentre soffia un vento politico prepotentemente feltriano, ci sia ancora qualcuno disposto a dargli credito.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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