Le “Notti Magiche” degli anni ‘90 di Virzì

Arianna Preite

Paolo Virzì torna a incantarci: da domani in sala con le Notti Magiche, una metanarrazione cinematografica che compie un tuffo tra passato e futuro lasciandoci sospesi, in bilico tra grandi figure del vecchio cinema incarnate da personaggi ormai impolverati e annoiati da quello stesso mondo che tanto esalta invece i giovani protagonisti.

La vicenda è cucita attorno a tre ragazzi che si recano a Roma per un concorso che premierà la miglior sceneggiatura.

L’occasione sancisce il loro battesimo con il mondo del cinema, di cui si nutrono con avidità scoprendone, morso dopo morso, il dolce e l’amaro. In questo caso a essere messo a fuoco con maggiore chiarezza è senza dubbio l’amaro, amaro di sfruttamento di giovani talenti spaesati e straniati dalle novità di quel grande cinema che hanno sempre sognato, e che gli manda un conto colmo di delusioni e imbrogli. Virzì ritrae una Roma costellata da personaggi carnevaleschi: attori privi di alcun tipo di morale, produttori che si rivelano usurai e figure femminili disposte a tutto.

Volete fare gli sceneggiatori ma non sapete fare gli spettatori. Guardare, cercare di capire, appassionarsi alle persone… Perché voi le guardate le persone, vero? Sennò come li fate i vostri personaggi? Li inventate? Li prendete da altri film?

Altrettanto burlesco l’accostamento tra le personalità dei tre protagonisti: Antonino, un saccente ma per niente disinvolto messinese con una passione dirompente per Antonello da Messina, Eugenia, una giovane borghese romana, smarrita, depressa e affetta da dipendenze di vario genere, e a capitanare il trio, Luciano, piombese di estrazione proletaria, esuberante e con uno spiccato chiodo fisso per il sesso.

Il mondo in cui Virzì ci trasporta è una dimensione decadente, disillusa, esplora un’Italia politicamente depressa dall’esperienza della prima Repubblica e che, durante il corso degli eventi che si susseguono sullo schermo, assiste anche alla cocente delusione dei mondiali del 1990. Il film si apre infatti su un’immagine ricca di spunti e caratterizzazioni tipicamente nazionali, in cui tutto il paese è ipnotizzato dagli schermi, da quella voce che spinge i rigori, tanto da non accorgersi di un’automobile che si lancia nel Tevere. Immagine che si trova al principio, riflettendo tutto l’intento del regista, permeato da un’ironia amara nella creazione di questo palco dei ricordi, che omaggia la stagione del vecchio cinema e dipinge quelle immagini che lui stesso racconta di ricordare, ripensando ai suoi primi passi incerti in un ambiente spietato. Spesso prigioniero e tiranno di meccanismi molto più economici che artistici.