I ragazzi dello zoo di Rogoredo - Vulcano Statale

I ragazzi dello zoo di Rogoredo

Volevo sentirmi grande, bucarmi era più forte di me, mi sentivo importante. Poi sono finito in strada. Su e giù con la metro a elemosinare qualche moneta per pagarmi una dose. Mi bucavo una volta all’ora. Mi bucavo piangendo.

Fabio, vent’anni, un ragazzo come tanti, adesso si definisce pulito, “non mi buco più così tanto” dice, “solo la domenica”. Si ferma, sospira e aggiunge “tutta la settimana aspetto quel momento”.

La stazione di Rogoredo è a due passi dal parco della morte, attualmente la più grande piazza di spaccio d’Europa.

Ai suoi confini giungono circa mille clienti al giorno, molti dei quali minorenni, quei ragazzi che nessun muro può fermare.

Sono i ragazzi dello zoo di Rogoredo. Purtroppo sono proprio loro che non hanno conosciuto gli effetti devastanti dell’eroina negli anni ’70 e ’80 ed ora, proprio a causa della loro fragile ignoranza, rischiano di perdersi. Ci sono madri che in lacrime accompagnano i loro figli oltre “il muro”. “Preferiamo così, piuttosto che vederli morti” si giustificano come a chiedere perdono. E ancora: una ragazza con la maglietta della nazionale brasiliana infila le dita negli sportelli del resto. Biglietterie automatiche, macchine che vendono merendine. Cerca monete dimenticate.

S’avvicina a una donna che attende il treno. Chiede qualche euro. Sono solo le 11 di mattina. Ed è in cerca dei soldi per la prima di una lunga serie di “dosi” che l’aiutino ad arrivare a fine giornata. Ed è pronta ad incamminarsi, lungo “il cammino di Sant’Arialdo”, il santo milanese che dedicò la sua vita a combattere la corruzione della Chiesa, e che ora non ha altro compito se non quello di accompagnare i passi lenti e striscianti di un’umanità dolente, un’umanità che si ritrova senza fiato, senza scelta, senza via d’uscita.

Un’umanità che si perde un po’ ogni giorno.

Qualcuno infatti non fa ritorno da quel surreale bosco dove, dagli alberi, non pendono casette per uccelli, ma bottiglie piene di siringhe, dove i fiori sono morti per far vivere un nuovo ammaliante fiore bianco, un luogo dove vive un tagliente incantesimo che ha il terribile potere di fa sentire abbandonati anche se circondati da decine di persone.

Negli ultimi venticinque anni, in Italia, non si è più parlato di eroina. Accantonato il problema negli anni Novanta, considerato non più una minaccia, l’attenzione è stata spostata altrove, le immagini di tossici e di siringhe ai margini delle strade sono sparite, le pubblicità di progresso, le campagne d’informazione sono diventate uno sbiadito ricordo. Ma nonostante questo gli esperti non considerano corretto parlare di un vero e proprio “ritorno” dell’eroina poiché semplicemente ritengono che essa non se ne sia mai andata. La vera differenza è che ora, più spietata che mai, questa delicata e insieme letale sostanza è riuscita a penetrare in nuove fasce sociali e soprattutto è riuscita ad imporsi con la potente etichetta di una “moda” tra i giovani.

Infatti secondo lo studio ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) per circa 15 mila ragazzi il consumo è stato frequente nell’ultimo anno. Ma non si ferma qui, perché a differenza degli anni ’80, ora si presenta con una potente quanto mortale strategia di marketing, come ha scritto Angelo Mastrandrea in un reportage pubblicato su Internazionale: “L’eroina è tagliata molto e male — è mischiata cioè con altre sostanze, a volte pericolose — ma si compra a buon mercato, facendo concorrenza al ribasso alla più temibile rivale degli ultimi anni, e cioè la cocaina”. Bastano infatti meno di cinque euro per una dose minima, quanto basta per cominciare a perdersi, a dimenticare.

Gli esperti arrivano a parlare di una nuova “epidemia” che negli Usa, scrivono, ha causato più morti del Vietnam.

E sono forse queste previsioni devastanti, forse la paura, forse ancora il desiderio di vivere tranquilli, di non vedere amici scomparire, che ha portato il comune di Milano a ripristinare la linea verde droga, un numero per ottenere informazioni, un aiuto, sperando che qualcosa così possa cambiare.

Perché è insostenibile ed intollerabile che a Milano siano almeno centomila le persone che si sono perse, che hanno imboccato la strada della droga. Strada chiusa. Strada, che spesso porta alla morte. E’ impensabile che possa esistere un mondo che perde la ragione del nome, del possesso e della giustizia. Dove la speranza è senza via d’uscita, la morte senza fiato, è dietro l’angolo, nelle mani dei disperati che come condannati, sfiniti, conservano i sospiri, sfuggono agli sguardi in qualche vicolo nascosto, immobili, le braccia scoperte, strette, come a fermar qualcuno, in un eterno abbraccio, ora in pace credono, senza guerra.

Bisognerebbe fermarsi un attimo e considerare se sia accettabile il vivere in un mondo dove non è possibile seguire il ritmo del tempo, perché ogni giorno diventa uguale all’altro. Un mondo dove si cammina soli con in tasca la propria spada, dove la droga inganna chi ha solo quattordici anni finché la vita non resta che fuori e dentro rimane solo la morte, quando per terra rimane quell’ultima spada che sembra quasi dire: “Ti ho dato il piacere, ti ho tolto la vita”.

Giulia Ghirardi
Scrivo quello che non riesco a dire a parole. Amo camminare sotto la pioggia, i tulipani ed essere sorpresa. Sono attratta da chi ha qualcosa da dire, dall'arte e dalle emozioni fuori luogo. Sogno di vedere il mondo e di fare della mia vita un capolavoro.

Commenta