Il progetto di Calenda è un grande punto di domanda

In fondo è una questione di posizionamento, come sempre. È vero, la politica si fa con le idee, con i programmi, con le proposte; ma il cardine principale su cui ruotano i destini dei partiti e dei leader politici è la geometria. Misurare le distanze, marcare le differenze, giocare di sponda: un lavoro difficile e lento che richiede pazienza e intuizione.

Il progetto europeista “Siamo Europei” di Carlo Calenda, lanciato a gennaio, sconta proprio un problema di posizionamento. Per questo, dopo poche settimane, la proposta dell’ex ministro dello Sviluppo economico appare già in affanno, criticata da più parti, quasi mal sopportata persino all’interno del centro-sinistra.

Ciò che non è chiaro del manifesto di Calenda è la dose di progressismo, di rinnovamento, di novità.

Se è vero che il progetto si presenta come un tentativo di rimescolare le posizioni in campo, forse anche di prendere atto del superamento del tradizionale dualismo destra-sinistra, è altrettanto evidente che nessun politico può oggi prendere i voti senza chiarire, a monte, quale sia il suo posizionamento all’interno di questo schema. Oppure, al limite, senza collocarsi dichiaratamente al di fuori dello schema — e dunque del sistema.

Ma c’è un ulteriore elemento: l’incapacità del manifesto dell’ex ministro di rispondere al problema più importante del momento.

Calenda ha dimostrato con i fatti, durante la sua esperienza ministeriale nei governi Renzi e Gentiloni tra il 2016 e il 2018, il suo approccio essenzialmente liberal-democratico. Questo suo profilo — un po’ alla Macron, insinuano i detrattori — lo spinge a marcare continuamente le differenze non solo con il governo e i suoi sostenitori, ma anche con ampi settori del centro-sinistra. Su Twitter, dove si è costruito una discreta popolarità grazie al suo atteggiamento affabile, spesso ruvido e raramente piacione, non perde occasione per litigare. O meglio, per salire in cattedra, persino con tono professorale. E anche se nei comizi non si risparmia, in maniche di camicia e con grande trasporto, il punto focale della questione è proprio questo.

Sembra non rendersi conto, Calenda — o forse se ne rende conto ma elude il problema — che il terreno di scontro delle prossime elezioni Europee, quelle per cui il suo manifesto è nato, si giocherà per l’ennesima volta sul bipolarismo élite-popolo.

È vero, questo schema è in gran parte fuorviante: le politiche dei cosiddetti “populisti” spesso finiscono per peggiorare le condizioni dei cittadini. Ma, com’è noto, oggi più che mai conta la percezione di un fenomeno, e la percezione dell’elettorato si è al momento cristallizzata su questo dualismo. Hanno grandi responsabilità le élite, come ha spiegato lo scrittore Alessandro Baricco in un discusso e fondamentale articolo apparso a metà gennaio su Repubblica, e hanno grandi responsabilità anche i media. Ma la situazione è questa, e bisogna prenderne atto.

Anche Calenda deve prenderne atto, dato che si propone di convincere gli elettori e di aggregarli intorno al suo progetto. La difesa a oltranza dello status quo e dell’attuale situazione europea sarebbe un errore gravissimo. Non comprendere il conflitto in corso tra governanti e governati e limitarsi a proporre ambiziose soluzioni — anche adeguate, ma incapaci di intercettare il sentimento corrente degli elettori — sancirebbe un nuova, ennesima occasione sprecata.

Su troppe questioni concrete — dal reddito di cittadinanza alle diseguaglianze alla povertà e alla tassazione — non ci sono ancora, da parte dell’ex ministro, risposte chiare e proposte realizzabili.

Calenda si è messo in gioco, non c’è dubbio.

Ha rischiato nel momento in cui davvero nessuno punterebbe un solo euro sui progressisti. Ha sfidato l’alta marea del sovranismo montante con coraggio, persino con generosità. Ma tutto questo potrebbe non bastare: perciò la mossa di giocarsi la partita sull’europeismo tout court, sul liberalismo classico, al momento si presenta come un grande rischio, un grande punto di domanda.

Perché l’operazione “Siamo Europei” abbia successo, innanzitutto, è necessario un Pd concorde, o almeno accondiscendente. Il carattere aspro e diretto di Calenda certo non aiuta. Ma non è solo questo: appare evidente la distanza — programmatica, o perlomeno ideale — tra il progetto dell’ex ministro e quello del principale candidato alla segreteria Zingaretti. Il governatore del Lazio, che propone un rilancio del Pd da sinistra, ha detto all’Huffington Post Italia:

Non devono essere messi in contrapposizione il processo di cambiamento, direi di necessaria rifondazione del Pd, con il progetto di una lista unitaria alle elezioni europee. Andiamo avanti senza sospetti e polemiche, ma con spirito unitario costruiamo per far vincere le nostre idee.

Calenda invece ha preso atto con queste parole del leggero distinguo dell’ex premier Romano Prodi:

Prodi oggi dice che deciderà per tutto il centro-sinistra Zingaretti una volta che diventerà il papà del Pd. Il che mi sembra vagamente illusorio. Non ho mai pensato che sarebbe stato facile. Ma non ho intenzione di mollare di un centimetro.

Pd e progetto europeista non possono marciare divisi, per loro stessa natura. Il manifesto di Calenda, senza il Pd, sarebbe fallito ancor prima di cominciare. Inutile rinvangare i trascorsi del burrascoso rapporto tra l’ex ministro e il partito: frizioni e incomprensioni lo spinsero, in tempi ben migliori, a scontrarsi con l’allora premier Matteo Renzi e con gli altri leader del Pd. Partito al quale, a poche settimane dall’iscrizione, consigliò di prendersi uno “psichiatra come segretario”.

Dopo le elezioni regionali in Abruzzo, che hanno registrato una parziale ripresa del centro-sinistra, ci sono state le prime indicazioni sul futuro del progetto di Calenda. Da una parte l’ex ministro stesso ha twittato una considerazione interlocutoria:

Inizio a pensare che forse va davvero costruito qualcosa di nuovo lasciando il vecchio centro sinistra e cespugli vari al loro destino.

Dall’altra, il presidente uscente del Pd Matteo Orfini ha annunciato, a sorpresa, che sottoscriverà il manifesto calendiano a nome dell’intero Partito democratico.

Per dirla con Mao: grande è la confusione sotto il cielo, dunque.

Di fronte a queste difficoltà di carattere preliminare passa in secondo piano persino la capacità o meno di Calenda di essere un leader. Lui stesso, rispondendo alle critiche di Prodi, ha ammesso: “Io mi candiderò, ma non è detto che abbia la stoffa del leader politico. Si misurerà con il consenso fra chi si candida alle Europee. Io sarò in gioco”. Un gioco difficile, per ora. E una scommessa pericolosa.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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