Ex Ilva

Ex Ilva: sette anni dopo, l’incubo non è finito

In questi giorni si parla spesso di ambiente. Sull’onda dell’azione di Greta Thunberg e della sua protesta #fridaysforfuture sono tutti stati coinvolti — senza distinzione — in questa lotta. Numerosissime, infatti, sono state le presenze alle svariate manifestazioni che come un’onda verde hanno attraversato le maggiori città del mondo. Questo fornisce lo spunto per tornare su un argomento che non compare più sulle prime pagine di tutti i giornali, ma che riguarda il nostro paese da vicino e costituisce la realtà quotidiana di migliaia di italiani.

2012, Taranto. La procura chiude i cancelli dell’azienda siderurgica Ilva mettendo sotto sequestro la fabbrica e arrestandone i dirigenti a causa delle gravissime violazioni ambientali che, negli anni dopo la sua fondazione, avvenuta nel 1961, hanno portato alla morte centinaia di persone.

Nel 2016 viene pubblicato il bando per le messa in vendita dell’Ilva che verrà comprata nel 2017 dalla multinazionale indiana ArcelorMittal, per il controllo parziale dell’acciaieria. La fabbrica, la cui estensione ricopre un’area grande due volte e mezzo quella della città di Taranto, si trova vicino al quartiere Tamburi, dal quale è separata da una serie di collinette. Un parco che avrebbe dovuto fungere da “polmone verde”, da barriera contro le emissioni tossiche delle ciminiere.

Tuttavia, è proprio del 5 febbraio scorso il sequestro di questa area di nove ettari ad opera dei carabinieri del Noe. Negli ultimi dieci anni, infatti, le colline altro non sono diventate che discariche abusive di rifiuti tossici della fabbrica, scorie dell’altoforno che a causa degli agenti atmosferici hanno depositato sui terreni sostanze nocive e cancerogene come diossine, idrocarburi e residui di minerali pesanti.

E le proteste, che non si sono mai fermate, negli ultimi mesi sono tornate a farsi sentire più di prima. Il 25 gennaio le emissioni dell’ex Ilva hanno fatto l’ennesima giovanissima vittima: questa volta si tratta di Giorgio Di Ponzio, ucciso a 15 anni da un cancro dopo una lotta lunga tre anni. Ed è suo papà, Angelo Di Ponzio, che dopo questo lungo periodo di incubi lancia un grido che risulta di stanchezza ed esasperazione in uno sfogo su Facebook:

Ora — scrive — è il momento di lottare con tutte le forze, con il vostro aiuto e chi ci tiene a riprendersi il diritto alla salute nostra e dei nostri figli. […] Purtroppo se non facciamo niente siamo costretti a vedere i nostri figli morti e quelli che si salvano scappare lontano per un futuro.

Ciò che emerge è proprio la frustrazione di sistemi che non funzionano, poco chiarezza su punti fondamentali e la precarietà di chi sa di vivere in condizioni che non assicurano un futuro certo. C’è solo molto silenzio nel corteo che un mese dopo la morte di Giorgio ha sfilato per le strade di Taranto, al quale hanno partecipato migliaia di persone reggendo fiaccole e cartelli con la frase “io dovevo vivere” inscritta sotto le foto di Siria, Lorenzo, Ambra e Alessandro.

I manifestanti sfilano a poche ore dalla pubblicazione da parte di Peacelink degli ultimi dati sulle emissioni dell’ex ilva, tutt’altro che rincuoranti: inquietanti infatti sono i numeri che registrano per il periodo gennaio-febbraio 2019 un incremento del 195% degli Ipa (…) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Promesse non mantenute che portano tanta rabbia, cui si somma quella delle mamme del quartiere Tamburi.

È, infatti, di inizio mese la decisione del sindaco di Taranto, Roberto Melucci, che ha portato alla chiusura delle due scuole elementari De Carolis e Deledda, in seguito alla relazione dell’ArpaPuglia in cui si legge che non viene escluso il rischio che si possa verificare la dispersione delle sostanze contaminanti rilevate nei nove ettari di verde sequestrati. L’interruzione delle lezioni è avvenuta per permettere ulteriori chiarimenti sulla possibilità che i forti venti portino polveri nocive fin dentro alle scuole, frequentate da minori, soggetti più deboli e perciò maggiormente esposti al pericolo.

Settecento bambini sono adesso a casa da scuola, perché ovviamente le altre strutture scolastiche sono troppo lontane dal quartiere o non posso ospitare cosi tanti studenti. Genitori protestano da giorni davanti ai cancelli di altre scuole e davanti al comune di Taranto per cercare di capire quando i loro figli potranno tornare a studiare in sicurezza.

Ma il paradosso più evidente è un altro ancora. La domanda sorge infatti spontanea: queste due scuole erano edificate in mezzo al nulla accanto a queste collinette nocive? Ovviamente no.

A pochissimi metri dal cancello della Deledda si trovano, infatti, i palazzi e i condomini di centinaia di famiglie, come quella di Luigi, dipendente dell’ex Ilva, papà di uno di quei settecento bambini. Scuole chiuse, ma quartiere altamente popolato. I balconi devono rimanere chiusi perché una polvere nera si deposita su tutti i terrazzi: è la polvere dei metalli pesanti, che le ciminiere espellono insieme al vapore acqueo che si vede dai piani alti di queste abitazioni. Tante sono le famiglie che vorrebbero trasferirsi vendendo queste case in cui non si sentono al sicuro. Si tratta, d’altronde, di un circolo vizioso dal momento che questi appartamenti sono stati deprezzati, con un valore adesso pari allo zero.

L’iter dei lavoratori di ArcelorMittal degli ultimi anni è stato lungo e travagliato, segnato da periodi di sospensione e cassa integrazione. Ma il messaggio che traspare dalle varie interviste portate avanti nello speciale di Propaganda Live di venerdì 15 marzo dal conduttore Zoro è uno: sarebbero tutti disposti a svariati sacrifici se il risultato finale fosse quello di una certa messa in sicurezza dell’impianto siderurgico.

I tempi e le intenzioni, però, non sono mai completamente chiare. Una sola è la certezza: nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare la propria casa o il proprio lavoro perché ogni giorno rischia di ammalarsi irrimediabilmente.

Perché, come si legge su un muro tarantino, “la salute non è tutto, ma senza tutto è niente”.

Articolo di Arianna Locatelli

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