Migranti, quando l'Italia va contro l'Italia

Migranti, quando l’Italia va contro l’Italia

Il dibattito sull’immigrazione è da molti anni centrale in Italia e nel resto d’Europa. Tutto ebbe inizio con le Primavere Arabe, le rivolte popolari che portarono a dure repressioni e guerre. La situazione instabile in molti paesi mediorientali e nordafricani ebbe come conseguenza l’intensificazione dei flussi migratori verso l’Europa.

L’Italia come paese di frontiera si trovò in mezzo a questo vortice e, più volte, i nostri politici, sia di destra che di sinistra, accusarono l’Europa di averci lasciati da soli con questo problema. Ma è davvero così?

Il regolamento che stabilisce i criteri di prima accoglienza è il Trattato di Dublino firmato nel 1997 dai paesi dell’Unione Europea. La versione originale dice che il paese che si fa carico dell’analisi della richiesta d’asilo è quello di primo sbarco ed è per questo che durante la crisi migratoria del 2015, che portò in Europa un milione di migranti, l’UE decise di intervenire avviando un programma volontario di trasferimento di richiedenti asilo dai paesi di frontiera, come l’Italia e la Grecia, ad altri paesi dell’Unione. Tuttavia, non avendo strumenti legislativi vincolanti, solo pochi paesi aderirono a questo progetto.

I paesi del cosiddetto blocco di Visegrad, ad oggi, son stati i più inadempienti. Dato l’insuccesso del programma di trasferimento volontario si tentò un’altra strada e nel maggio del 2016, su proposta della Commissione Europea competente su Libertà civili, Giustizia e Affari interni, il parlamento avviò la discussione sulla modifica del Trattato di Dublino, la cui novità più importante era che non sarebbe più stato il paese di primo ingresso a esaminare la richiesta d’asilo, ma ci sarebbe stata una ripartizione obbligatoria fra i paesi dell’Unione, in modo da proporzionare la quota di migranti in base a PIL e popolazione.

Una buona notizia per l’Italia, vero?

Nel novembre 2017 la proposta di modifica viene approvata dal Parlamento Europeo, con Lega e Movimento 5 Stelle, i due partiti ora seduti sui nostri banchi di governo che non votarono a favore della riforma. L’iter legislativo europeo prevede però che si esprima anche il Consiglio dell’Unione Europea, l’altro organo composto, di volta in volta, dai ministri competenti in materia.

A pochi giorni dall’insediamento del governo giallo-verde si è tenuta la votazione della bozza presentata dalla Bulgaria, che al tempo presiedeva il Consiglio. La proposta è stata giudicata peggiore rispetto a quella approvata dal Parlamento Europeo, perché le ripartizioni sarebbero obbligatorie solo in casi di emergenza e, per intenderci, se ci fosse un’altra questione simile a quella della nave Diciotti, non scatterebbe il meccanismo.

In ogni caso non si è trovato un compromesso, soprattutto per la strenua opposizione del solito blocco Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). Per il regolamento del Consiglio dell’Unione Europea basta il no di quattro paesi per far naufragare una proposta, ma ai sopracitati paesi si è accodata anche l’Italia, andando chiaramente contro gli interessi nazionali e strizzando l’occhio ancora di più ai paesi a guida nazionalista dell’Est Europa che si son sempre rifiutati di dare il proprio aiuto ai paesi di frontiera per la questione migratoria. Oltre ai già citati hanno votato contro anche Spagna, Germania, Austria, Estonia, Lettonia e Lituania.

Detto ciò è possibile affermare che l’Europa si sia disinteressata della questione e abbia lasciato l’Italia da sola? Ovviamente no.

Anzi, la proposta approvata nel 2017 dal Parlamento Europeo sarebbe stata un’ottima risposta ai problemi dei paesi di frontiera, come l’Italia. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi come la Lega ha guadagnato consensi cavalcando il problema dell’immigrazione come può allearsi con paesi che han sempre fatto di tutto per ostacolare la cooperazione europea a favore dei paesi di frontiera? Se aggiungiamo a questa posizione in Europa quello che il ministro Salvini sta facendo in Italia, per esempio con il Decreto Sicurezza che toglie importanti risorse all’integrazione, il dubbio che chi ha speculato sull’immigrazione non abbia nessuna intenzione di risolvere il problema resta forte.

Articolo di Luca D’Andrea

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