Broken Nature: il manifesto del restorative design

Broken Nature: il manifesto del restorative design

In un periodo in cui il problema del cambiamento climatico e della salvaguardia del pianeta è all’ordine del giorno, la Triennale si inserisce nella rete di eventi, mostre e manifestazioni che vogliono sensibilizzare sull’argomento. La mostra “Broken nature: design takes on human survival”, visitabile fino all’1 settembre, è un’immersione nell’universo di legami fra uomini e ambiente, un chiarimento sull’importanza del ruolo che l’ecosistema ricopre, e una proposta di soluzione al degrado che sta subendo a causa nostra. L’esposizione si compone dell’installazione “The animal orchestra”, della sezione “la nazione delle piante”, della mostra tematica e di ventidue Partecipazioni Internazionali.

La prima è un’esperienza sensoriale creata dal musicista Bernie Krause, che ha raccolto più di 5000 ore di registrazione dei suoni prodotti dagli habitat naturali: il tutto viene riprodotto in una sala immersa in un buio totale, che permette di immergersi nella molteplicità del mondo animale e comprendere la necessità di preservarlo.

“La nazione delle piante”, a cura del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, è un percorso interattivo e multimediale nel mondo vegetale, che mira a svelarne curiosità ed a rimuovere l’indifferenza che di solito proviamo nei confronti delle piante: sapevate che di fronte a una gigantografia di una giungla, con una tigre appena intravedibile tra le fronde, il 90% della popolazione nota soltanto la tigre? Questo perché siamo tendenzialmente attratti verso il noto e i potenziali pericoli, e la varietà delle forme vegetali è sicuramente più sconosciuta e innocua dell’immagine di un grosso felino a strisce.

Ne deriva un generale disinteressamento al regno vegetale: in altre parole, lo diamo per scontato.

Questa mostra punta a far capire la forza delle piante (che esistono da molto prima degli esseri umani e ci sopravviveranno), la loro incredibile capacità di adattamento, la ridicola proporzione tra numero di vegetali e di umani (siamo solo lo 0,03% degli esseri viventi, mentre le piante sono l’85%), il ruolo di primo piano che svolgono in ogni ambiente — dal polmone verde amazzonico alle aiuole di Santa Sofia — e le relazioni che intrattengono le une con le altre: grazie ai loro 20 sensi e tramite le radici, infatti, comunicano tra loro, si scambiano informazioni e nutrimento, si sostengono a vicenda e si fanno anche la guerra. Un po’ come gli esseri umani, insomma: solo che lo fanno in silenzio, e in modo a noi impercettibile.

Il resto dell’esibizione è dedicato al design, e al ruolo che può avere nella salvaguardia dell’ambiente: l’idea è quella di “design ricostituente”, ovvero un design che apprenda dal mondo naturale e attinga alle risorse in modo costruttivo e non provocandone uno sfruttamento intensivo e un deterioramento. Secondo Paola Antonelli, curatrice della mostra, «l’idea del design che prova a riparare errori del passato è qualcosa che possiamo definire attingendo dal mosaico complessivo di differenti discipline che provano a dare il loro contributo per sanare la crisi ambientale». In questa direzione si orientano sia la mostra tematica — contenente quattro progetti commissionati a designer internazionali volti a invertire il percorso autodistruttivo dell’umanità — sia le Partecipazioni Internazionali: queste, promosse da prestigiosi atenei ma anche da moltissimi governi, offrono soluzioni all’equazione design+natura diversificate in base alla regione e alla cultura di appartenenza.

Le riflessioni su come si possa vivere in sintonia con la natura sono potenzialmente infinite, e spesso basta sfiorare un bambù e ascoltare il suono dei campanelli appesi alle sue canne, come nell’installazione del Myanmar, per farsene un’idea.

Il progetto da coltivare è quindi la ricostruzione di un legame tra attività umana e mondo naturale, una sorta di ritorno alla primordiale convivenza, mediato dalle tecnologie moderne. L’uomo deve imparare dal mondo vegetale a perseguire una convivenza orizzontale con l’ambiente e gli altri esseri viventi, aiutare e lasciarsi aiutare, senza imporre gerarchizzazioni dannose. Il ponte tra passato e futuro è ben visibile a Broken Nature, attraverso immagini della Nasa che mostrano il cambiamento di un paesaggio in seguito a grossi avvenimenti geo-climatici, o installazioni come la ricostruzione di un profumo perduto di un fiore estinto migliaia di anni fa.

I danni arrecati all’ambiente dall’azione umana sono innumerevoli, molti irreversibili (come la perdita del 90% della biodiversità delle sementi a causa dell’impiego degli Ogm): ma i segnali positivi ci sono, e permettono di sperare in una ripresa.

In mostra si trovano infatti anche un centinaio di progetti tra quelli degli ultimi tre decenni, tra cui soprattutto prodotti di uso quotidiano in versione ecosostenibile o biodegradabile: un modo per far capire che un’alternativa esiste, e la responsabilità di porsi in questa direzione non spetta soltanto ai governi, ma ad ogni singolo individuo. «Ogni essere umano può essere un piccolo timone alla guida di una barca gigantesca: se molti di noi si girassero tutti nella stessa direzione, potremmo guidare la Nave Spaziale Terra».

Michela La Grotteria
Made in Genova. Leggo di tutto per capire come gli altri vedono il mondo, e scrivo per dire come lo vedo io. Amo le palline di Natale, la focaccia nel cappuccino e i tetti parigini.

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