La dura legge di Viktor Orban

La dura legge di Viktor Orbán

L’Ungheria sta costruendo uno stato illiberale, uno stato non liberale. Non rifiuta i princìpi fondamentali del liberalismo, come la libertà, ma non considera questa ideologia come l’elemento centrale dell’organizzazione dello stato, scegliendo invece un approccio diverso, di tipo nazionale.

Così disse ormai cinque anni fa il primo ministro ungherese Viktor Orbán, sintetizzando magistralmente il suo approccio ideologico ed enunciando, con sorprendente anticipo, la piega che il suo paese avrebbe preso nel giro di pochi anni.

Mentre dunque i paesi dell’Unione europea si trascinano stancamente verso le elezioni per il Parlamento continentale del 26 maggio, l’Ungheria, un piccolo stato di neanche 10 milioni di abitanti dell’Europa centrale, è balzata negli ultimi anni all’onore delle cronache a causa del suo presidente forte, di un governo conservatore e populista, delle leggi restrittive di alcune libertà fondamentali e del rapporto burrascoso con alcuni leader dell’Unione.

Il suo primo ministro è appunto Viktor Orbán, leader del partito conservatore e populista Fidesz – Unione Civica Ungherese. Fidesz venne fondato nel 1988 e il suo nome è l’acronimo delle parole ungheresi per “Alleanza dei Giovani Democratici”. Orbán e il suo partito, dopo un’esperienza di governo dal 1998 al 2002, sono al potere ininterrottamente dal 2010, quando hanno sostituito i socialisti guidati da Ferenc Gyurcsány.

Ciò che colpisce di Orbán è la grande capacità di tenere la scena mediatica e di orientare il dibattito.

Da alcuni mesi non si parla che di lui, dei suoi rapporti con il Partito popolare europeo e delle sue iniziative all’interno del mondo dei partiti sovranisti ed euroscettici. È considerato un modello da molti leader populisti europei: Matteo Salvini, ad esempio, l’ha incontrato due volte da quando è ministro degli Interni e ha manifestato in vario modo il suo apprezzamento. Uno dei temi che ha reso la figura di Orbán così popolare è la gestione dell’immigrazione: grazie al sostegno del partito di estrema destra Jobbik, il governo magiaro ha emanato a partire dal 2016 misure molto restrittive, culminate con le leggi del giugno 2018, che hanno previsto una netta riduzione delle richieste d’asilo e il divieto di accoglienza per i migranti economici. Fece allora molto discutere la locuzione che accompagnava la previsione di un anno di carcere per chi facilita l’immigrazione non regolare: «Collocare cittadini stranieri sul territorio del paese è vietato, salva l’autorizzazione del Parlamento», diceva il testo. L’Ungheria ha del resto promosso la costituzione del Gruppo di Visegrad con Polonia, Slovacchia e Cechia, principale oppositore dell’arrivo di migranti sia via terra, mediante la costruzione di muri, sia via mare.

Salvini e Orbán hanno detto di intendersi proprio sull’immigrazione. Le contraddizioni di una politica comune di ostilità verso i migranti, che prevede per sua natura la ripartizione tra più paesi degli stessi migranti, non hanno intaccato il consenso di cui gode il primo ministro ungherese. La tendenza si estende del resto ben oltre i confini dell’Ungheria: in tutta Europa i partiti di destra, euroscettici e contrari all’immigrazione, crescono grazie alle difficoltà di gestione dei flussi e dell’accoglienza che loro stessi alimentano con politiche di diffidenza e chiusura.

Tuttavia Orbán non è stato sempre così. La svolta identitaria e tradizionalista, basata sull’esaltazione dei valori magiari e delle radici bianche e cristiane, sulla difesa dei confini e sul rafforzamento degli interventi dello stato in tutti i settori — dalla famiglia all’industria alla giustizia — ha caratterizzato solo la seconda esperienza di governo di Fidesz. Dalla gestione liberista dei primi anni, Orbán è rapidamente passato a politiche sovraniste: la tassa piatta al 16 per cento, il rifiuto di entrare nel sistema euro e la netta svalutazione del fiorino ungherese sono solo alcuni dei provvedimenti economici promossi dal suo governo.

Con il passare del tempo, il largo consenso dell’elettorato e la lunga sequenza di elezioni vinte — per quanto riguarda solo quelle parlamentari, nel 2010, nel 2014 e nel 2018 — hanno spinto il leader magiaro a una decisa svolta a destra. Infatti negli ultimi anni l’Ungheria ha attirato l’attenzione per alcune importanti riforme di stampo illiberale.

Il Post ha riassunto queste riforme con precisione:

Orbán ha approvato norme che limitano la libertà di stampa, ha avuto posizioni molto discriminatorie verso i musulmani e ha portato avanti una dura campagna contro i migranti, introducendo delle leggi che criminalizzano l’immigrazione clandestina e prevedono il carcere per le persone o le organizzazioni che in qualche modo la favoriscono.

Lo scorso dicembre il parlamento ha approvato la cosiddetta “legge sulla schiavitù” e una contestatissima riforma del sistema giudiziario.

Il primo provvedimento, la cui approvazione è stata accompagnata da proteste di piazza in tutta l’Ungheria e da un vivace dibattito parlamentare, ha inciso sul mercato del lavoro aumentando a 400 ore annue il limite legale di ore straordinarie per singolo lavoratore, ha portato a tre anni il limite entro cui questi straordinari possono essere pagati e ha introdotto la possibilità di trattative dirette tra lavoratore e imprenditore, senza la partecipazione dei sindacati.

La riforma della giustizia presenta tratti ancor più allarmanti. Attraverso l’introduzione di un sistema parallelo di tribunali amministrativi, il governo ha posto sotto il diretto controllo del ministero della Giustizia la gestione di alcuni temi di estrema importanza, dalla legge elettorale alla corruzione e dalle libertà di espressione e manifestazione alla libertà di stampa. Secondo il New York Times Orbán, grazie al suo potere e alla presenza all’interno delle istituzioni, sta smantellando la democrazia liberale che ha retto i paesi dell’Europa orientale fin dagli anni Novanta. Secondo Il Foglio, inoltre, questa legge «va oltre ed elimina ogni separazione montesquieuiana tra i poteri, sottomettendo tutto all’esecutivo, quindi a Orbán».

L’approvazione di questi provvedimenti non è stata indolore per il governo ungherese. Già lo scorso settembre il Parlamento europeo ha approvato la cosiddetta “opzione nucleare”, e cioè l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato dell’Ue, che prevede una netta condanna nei confronti di un paese che violi i principi liberali su cui si fonda l’Unione. Dopo un lungo e complicato procedimento — dato che serve l’unanimità dei paesi membri, e Orbán conta molti alleati, a partire dalla Polonia — l’articolo 7 potrebbe portare anche alla sospensione del diritto di voto in sede europea per l’Ungheria. Difendendosi Orbán aveva detto: «Non condannerete un governo, ma l’Ungheria che da mille anni è membro della famiglia europea. Sono qui per difendere la mia patria».

Il 20 marzo, dopo una durissima campagna antieuropea promossa dal governo magiaro attraverso gli organi di stampa, il Partito popolare (Ppe), al quale Fidesz è formalmente affiliato in seno al Parlamento europeo, ha approvato la sospensione con effetto immediato per il partito del primo ministro. Si è trattato di una soluzione di compromesso tra chi chiedeva l’espulsione — come alcuni partiti nordici — e chi temeva che una soluzione drastica avrebbe spinto Orbán verso i partiti sovranisti e avrebbe facilitato in modo decisivo l’alleanza che Salvini, Le Pen e gli altri leader della destra stanno costruendo.

È proprio di questa destra euroscettica e sovranista che il primo ministro ungherese è diventato modello e ispirazione.

Non solo per le politiche nazionaliste e le iniziative oscurantiste, ma anche per la grande capacità di sfondamento mediatico e di raccolta di consenso. Questo risultato è ottenuto soprattutto grazie al controllo e in certi casi all’asservimento degli organi di stampa da parte del governo. La rivista Internazionale ha recentemente ripreso un’inchiesta del settimanale svizzero Das Magazin che ha ricostruito la genesi artificiosa attraverso cui lo staff di Fidesz riuscì a convincere l’opinione pubblica ungherese che il finanziere George Soros fosse in realtà un nemico del popolo e della nazione. Questa potente campagna di disinformazione ha fatto leva sugli stereotipi e sui luoghi comuni più diffusi, a partire dalla fede ebraica di Soros. Lo stratega elettorale di Orbán che ideò la campagna contro Soros ha confessato candidamente: «La base deve essere sempre carica, bisogna darle una ragione per uscire di casa e andare ancora a votare. Soros era l’avversario perfetto».

In un crescendo di bugie, fake news e manipolazioni Orbán è riuscito a mantenere il potere e a consolidare il consenso dell’elettorato. Le sue politiche alimentano la xenofobia e l’oscurantismo. La sua figura, così popolare e controversa, peserà enormemente sul voto europeo di fine maggio. E per questo motivo tutto ciò interessa anche l’Italia.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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