L'evoluzione umana. Un appunto -Vulcano Statale

L’evoluzione umana. Un appunto

Quando si parla dell’evoluzione dell’uomo (detta ominazione o anche antropogenesi) molti di noi quasi subito visualizzano una certa immagine ormai marchiata a fondo nelle nostre coscienze: una serie di primati in fila indiana che ci mostra come, da un antico ominide dai tratti puramente scimmieschi e curvo con le mani poggiate sul terreno, si giunga attraverso vari stati intermedi di umanizzazione all’uomo moderno, l’Homo sapiens, perfettamente dritto, bipede, e spesso raffigurato con una elaborata lancia e uno scudo in entrambe le mani, ora dotate dell’importante pollice opponibile.

Questa rappresentazione, molto utilizzata soprattutto nei manuali scolastici con cui ci siamo istruiti, ha portato in realtà alla formazione di un pregiudizio molto diffuso. Si crede generalmente che la (nostra) specie Sapiens sia comparsa sulla Terra soltanto dopo tutte le altre, come il culmine dell’evoluzione animale, ossia una vera e propria realtà – unica nella storia del nostro pianeta – che prende coscienza di se stessa dopo aver sviluppato adeguate capacità intellettive e manuali grazie alle altre specie ominidi precedenti (gli Erectus, gli Habilis, e così via).

In realtà, come sottolinea bene il noto storico israeliano Yuval Noah Harari nel suo saggio best-seller Sapiens. Da animali a dèi, la specie animale cui apparteniamo ha convissuto per molto tempo insieme ad altre ramificazioni del genere Homo, condividendone spesso gli ambienti e le risorse.

È un errore, quindi, credere che, da specie imperfette e animalesche considerate alla stregua di prototipi, si sia giunti infine a noi, gli unici esseri viventi dotati di linguaggio simbolico.

D’altronde oggi si è abbastanza certi che anche i Neanderthal fossero provvisti della capacità verbale in base alle analisi archeologiche svolte sui loro scheletri.

La storia dei Sapiens è, però, una vera e propria storia di genocidi, di dominio, di violenze e brutalità, non solo verso gli altri animali, ma anche e soprattutto verso l’ambiente naturale. È uno strano scherzo del destino constatare che una specie dominante sembri non conoscere altro modo di diventarlo, se non a scapito di tutti gli altri esseri viventi.

Decine di migliaia di anni fa i Sapiens giunsero in Europa partendo dall’Africa e in pochissimo tempo (su scala geologica) spazzarono via sia i Neanderthal sia tutte le altre specie ominidi, comprese molte specie animali. Il segreto del loro (nostro) successo sembra derivare dalla spiccata cooperazione, unica nel regno dei viventi. Con la trasmissione subitanea e precisa di informazioni vitali, i Sapiens sono riusciti nel corso del tempo a soppiantare i propri “cugini” uomini – con cui, e potrebbe suscitare dei brividi pensarlo, erano in grado di accopparsi e generare prole fertile: cosa che oggi non possiamo più fare essendo l’unica specie ancora esistente del genere Homo – e a modificare radicalmente l’ambiente circostante.

Siamo a tutt’oggi gli unici animali in grado, ad esempio, di controllare quella maestosa forza naturale che è il fuoco. Se mille elefanti non sono capaci di distruggere una immensa giungla, potenzialmente una singola donna, o un bambino Sapiens, sfregando velocemente delle pietre focaie riuscirebbe a realizzare delle piccole scintille, dalle quali generare un vasto incendio che annienterebbe subito una casa, un bosco, una foresta.

Questo gesto dell’età primitiva sembra quasi una anticipazione e una oscura profezia sulle vastissime capacità e possibilità che svilupperanno poi i discendenti di quella ipotetica donna Sapiens, millenni avanti nel tempo, con la creazione dell’arma più potente della storia conosciuta, ossia la bomba atomica.

Le interessanti questioni che sorgono da una immaginaria sopravvivenza dei nostri “cugini” ominidi al giorno d’oggi riguardano propriamente l’antropologia, ma anche la filosofia e lo stesso concetto di razzismo. Cosa sarebbe il mondo oggi se fossero giunti fino a noi gli Homo habilis? Avremmo avuto una società divisa in classi? O una cooperazione pacifica di ogni specie? Il cristianesimo avrebbe diffuso la parola di un Dio creatore di tutte le specie intelligenti, assegnando la stessa possibilità di salvezza a tutti, o con qualche differenza?

La (nostra) storia è andata in modo diverso, eppure bisogna tenere presente che ciò che siamo oggi, ciò che facciamo, pensiamo e diciamo, è dovuto alla consapevolezza di essere una specie isolata e unica, quasi orfana, essendo ignorante sulle proprie origini nonostante i notevoli progressi delle scoperte scientifiche.

Siamo stati definiti da Harari come “una massa di dei insoddisfatti”. E molto pericolosi.

Basti pensare alle manifestazioni per la salvaguardia dell’ambiente svoltisi recentemente. Le previsioni stimano che nel giro di qualche millennio la nostra specie si estinguerà a causa dei danni recati al pianeta. Le prospettive per un cambio di rotta ci sono e come al solito, purtroppo o per fortuna, tutto viene di nuovo affidato alle priorità stabilite dalle coscienze umane; tutto dipenderà, infatti, dai comportamenti di ogni singolo Sapiens.

E per tutto intendiamo proprio la sopravvivenza della nostra stessa specie, la sola al mondo in grado di elevarsi fino alle vette più luminose del sapere, così come di annientarsi da sé.

Francesco Gallo
Mi liscio la barba e affondo nei pensieri, ma a volte faccio anche cose divertenti. Nel frattempo studio filosofia.