Ti sei mai sentito ai confini della realtà?

Ti sei mai sentito “Ai confini della realtà”?

Un giorno qualunque ti svegli e scopri che nessuno ti riconosce. Tua moglie, i tuoi figli, i colleghi di lavoro, gli amici e i parenti ti guardano a metà tra il meravigliato e l’intimorito: «Chi sei? Io non ti conosco!». Dapprima penserai ad uno scherzo ben congegnato, ma attimo dopo attimo inizierai a perdere qualsiasi contatto con quella che credevi la tua incrollabile identità.

Come fai a dire che sei davvero tu se nessuno al mondo conviene con te?

Inizia più o meno così una delle puntate più famose della serie TV americana The Twilight Zone, importata in Italia con il titolo dal sapore misticheggiante Ai confini della realtà. La prima serie (detta classica) fu partorita a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 dall’intensa fantasia di Rod Serling, scrittore e sceneggiatore visionario. Prodotto televisivo di grande successo, tanto da portare alla scrittura di due revival separati, uno negli anni ’80, l’altro agli inizi di questo secolo. Nonostante il flop riportato da quest’ultimo, è stato avviato un nuovo reboot di Twilight Zone: il primo episodio di questa nuova serie ispirata a quella classica, presentata da Jordan Peele, è stato trasmesso in America il 1° aprile su CBS All Access, sito di video-on-demand. Non è ancora stato comunicato quando la serie sarà tradotta per il pubblico italiano.

Ai confini della realtà ha avuto un discreto successo nel nostro Paese e a ricordarne i bizzarri e insoliti episodi in bianco e nero sono soprattutto le vecchie generazioni. Tuttavia è ironico notare come la stessa espressione che dà il nome alla serie abbia iniziato a diffondersi nei modi di dire italiani senza che la maggior parte dei parlanti fosse a conoscenza dell’opera televisiva di partenza. La Rai decise di trasmettere negli anni la prima, la seconda e la quarta stagione; la terza stagione arrivò nelle tv italiane solo negli anni Ottanta, mente la quinta è stata mandata in onda solo pochi anni fa, nel 2015.

Di questa serie TV antologica lo stesso titolo è emblematico: ogni episodio, autoconclusivo e slegato da tutti gli altri — poiché presenta situazioni, personaggi e trame differenti — riesce a trascinarci nella zona del crepuscolo (la twilight zone) con una incredibile e a tratti impercettibile spontaneità.

Nella zona del crepuscolo, intesa come una metafora e diversa per ogni puntata, il protagonista e con lui lo spettatore perde ogni punto di riferimento (esistenziale, sociale, teoretico).

Ai confini della realtà ha il merito di scavare a fondo nelle paure e nella psicologia dell’essere umano, ma non ottiene il suo effetto straniante tramite l’uso massiccio dell’elemento sovrannaturale o dell’assurdo, bensì costruendo ogni singolo episodio a partire da situazioni apparentemente quotidiane, quasi banali, in cui tutti noi possiamo rispecchiarci, scivolando però passo dopo passo nell’oscuro baratro dell’impossibile e dell’ignoto. La serie viene etichettata come fantascientifica, ma in realtà pochi episodi esplorano propriamente i temi della fantascienza, concentrandosi invece sulle storie di persone del tutto normali. Richiama molto infatti la narrativa kafkiana.

Negli innumerevoli episodi della serie si mettono in scena molti spunti narrativi geniali nella loro semplicità (in un episodio degli uomini rubano dei lingotti d’oro e decidono di ibernarsi per un secolo allo scopo di far perdere le proprie tracce: non andrà tutto come previsto; oppure in un altro giungono sulla Terra degli extraterrestri apparentemente dotati di ottime intenzioni, tanto da possedere un libro intitolato Per servire l’uomo: ci sarà da fidarsi?).

Ma probabilmente la caratteristica peculiare e spettacolare dell’opera di Rod Serling sta tutta nei suoi celeberrimi finali a sorpresa. In quasi ogni episodio il finale – si parla degli ultimissimi minuti – rovescia completamente la prospettiva creatasi precedentemente, dando un significato del tutto nuovo alla vicenda, portando lo spettatore a chiedersi quale sia appunto la vera realtà, quella in cui si crede o quella che è e basta.

Sono proprio i sorprendenti finali a dare un sapore spesso amaro agli episodi, lasciandoci basiti a riflettere su ciò che abbiamo visto, sentendoci quasi beffati.

Le musiche della serie, ridondanti, atonali e aliene ad ogni approccio melodico, sono la ciliegina sulla torta, affermando del tutto il senso di spaesamento delle vicende. Molte storie inoltre sono una critica graffiante e portata all’estremo della società attuale e dei suoi vizi e maschere, e temi quali il razzismo, la xenofobia, l’emigrazione o l’isolamento sono affrontati in modi originali.

Ma non bastano le musiche, le storie pazzesche e i finali a sorpresa ad aver decretato il successo decennale di Ai confini della realtà: forse anche l’introduzione di Rod Serling in carne e ossa prima di ogni episodio ha portato alla fama sia l’autore che la serie TV. La sigla della prima stagione recita misteriosa:

C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce. È senza limiti come l’infinito. È senza tempo come l’eternità. È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. È la regione dell’immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà.

Noi di Vulcano abbiamo scelto per voi 5 episodi tra i tanti particolarmente coinvolgenti e che sembra abbiano superato la prova del tempo. La loro bellezza sta anche nella loro breve durata: il tempo di una chiacchiera davanti a un caffè. Vi auguriamo allora un buon viaggio ai confini della realtà…

1×30 Una sosta a Willoughby. Probabilmente l’episodio più triste di tutti. Un uomo frustrato prende il treno ogni giorno per andare al lavoro. Inizia a sognare continuamente una ridente cittadina, Willoughby, e decide di restarci…

1×34 Ore perdute. 
Un episodio di successo che ha avuto anche un remake nella serie degli anni ’80. Una donna si reca ai Grandi Magazzini per comprare un regalo di compleanno. Si ritrova per sbaglio su un piano fatiscente del palazzo e inizia a sentire delle voci e a non ricordare più nulla di sé. Che sia davvero ciò che pensa di essere?

2×6 È bello quel che piace. 
La puntata che forse critica in modo più aspro la società dell’immagine, insieme ad un altro episodio sotto certi aspetti simile, Il numero 12 ti assomiglia. Una giovane donna, la cui testa è interamente avvolta dalle bende, ha subito ancora una volta un’operazione di chirurgia estetica. Se anche questa volta il trattamento non avrà successo, la giovane verrà confinata con altri esseri deformi come lei, dai volti troppo ripugnanti per poter vivere in mezzo agli altri…

2×17 Ventidue. 
Una ballerina ricoverata per un esaurimento nervoso ogni notte fa lo stesso incubo: scende nel seminterrato dell’ospedale e giunge davanti a una porta numerata “22”. Ogni volta appare sulla soglia un’infermiera dai tratti mefistofelici che la invita ad entrare, ma dietro quella porta c’è l’obitorio…

3×4 La via del ritorno. 
Verso la fine della guerra di Secessione americana un uomo ferito trova ospitalità da una signora il cui marito è morto nella stessa guerra. Un po’ di tempo dopo arriva anche un amico della donna che tutti davano per morto da tempo…

Per non lasciare nulla in sospeso, l’episodio di cui abbiamo parlato in introduzione è Persona o persone sconosciute (3×27), mentre la vicenda dei lingotti d’oro si intitola Il colpo della bella addormentata (2×24).

Francesco Gallo
Mi liscio la barba e affondo nei pensieri, ma a volte faccio anche cose divertenti. Nel frattempo studio filosofia.

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