“Kaddish” al Parenti e la forza del dolore

Dopo aver interpretato le parole di Rimbaud, Salinas e Poe, l’attore e regista teatrale Ferdinando Bruni, co-fondatore del rinomato Teatro dell’Elfo, si mette alla prova recitando i versi di Allen Ginsberg e portando in scena fino al 30 maggio prossimo al Teatro Franco Parenti “Kaddish”, una delle opere più importanti del poeta statunitense, con regia e video di Francesco Frongia. Il titolo dell’opera rimanda al concetto ebraico di preghiera — derivato dall’aramaico קדיש che significa “sacro”. La voce dell’attore infatti, si unisce in una preghiera al suono della musica in sottofondo creando quasi una canzone, una cantilena da cui emerge tutta l’intensità del poema.

Ginsberg apporta, tuttavia, una variazione tematica a questo tipo di componimento, inserendo ricorrenti riflessioni sui concetti di morte e dell’aldilà, che il tradizionale kaddish ebraico non menziona.

Il testo, interpretato da Bruni nella traduzione italiana di Luca Fontana, è un flusso di coscienza incontrollato che coglie il poeta dopo l’uso di anfetamine; scritto in due puntate, la prima parte nel 1957 a Parigi e la conclusione nel 1959 a New York. Ginsberg commemora e compiange la morte della madre Naomi, il cui nome riecheggia, tra grida disperate, innumerevoli volte nel corso della pièce. I temi dominanti di morte, religione e pazzia sono ricorrenti e rappresentano per l’autore traumi ancora irrisolti che riemergono quando egli fa uso di droghe, primo su tutti la schizofrenia della madre e il tentativo di cura con l’elettroshock. Bruni si trova in uno spazio buio, caratterizzato da una scenografia essenziale esuggestiva.

Lo scenario in cui l’attore è immerso comprende una scrivania, una decina di televisori degli anni ’50 di diverse dimensioni, nei cui schermi si alternano la schermata grigia e disturbata dell’assenza di segnale a immagini in bianco e nero, e del fumo che sommerge l’interprete propagandosi verso il soffitto. Armonizzandosi con la musica jazz di Charlie Parker, le parole dell’attore, pronunciate tutto d’un fiato, con diverse intonazioni e senza alcuna punteggiatura proiettano la platea in una dimensione a metà tra il sogno e l’allucinazione che riecheggia il clima della Beat Generation, di cui Ginsberg è stato esponente.

L’anima del poeta, in un’opera di per sé intensa e toccante è riportata in vita dall’interpretazione eccellente dell’attore, che regge la scena da solo per un’ora intera, scorrendo mano a mano i fogli dell’opera di Ginsberg poggiati sulla scrivania, proprio come se stesse rileggendo un componimento proprio.

Anna Bottolo
Appassionata di teatro, cinema, arte e letteratura. Mi piace leggere e scrivere di ieri, oggi e domani.

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