Operazione giro del mondo

Quando il giro del mondo diventa realtà, “Operazione giro del mondo”

Per la maggior parte di noi l’idea di un viaggio intorno la mondo rimane solo una bella avventura raccontata nelle pagine di Jules Verne o un sogno difficilmente realizzabile costellato di ostacoli apparentemente insormontabili. Ma come sempre esistono le eccezioni alle regole, regole presenti a volte solo nelle nostre menti.

Questa volta l’eccezione si chiama Gianluca Maffeis, un ragazzo di Osio Sotto, un paese in provincia di Bergamo, che il 18 marzo 2016 è partito per fare il giro del mondo spostandosi senza l’utilizzo del trasporto aereo.

Se la storia di Jules Verne durava ottanta giorni, quella del ventottenne bergamasco è in atto da circa 1130 giorni. E sono proprio le parole e l’atteggiamento di questo ragazzo che abbattono quel velo di surrealismo che avvolge i racconti di esperienze di questo tipo.

Ad oggi gli stati visitati sono 45. “Il desiderio di questo viaggio mi è venuto una notte in cui non riuscivo a prendere sonno. A 18 anni ho fatto il primo viaggio da solo a Londra e, una volta tornato, grazie alle compagnie low-cost, ho iniziato a viaggiare sempre più spesso. Tornavo sentendo che mi mancava qualcosa, sentivo la necessità di fare qualcosa di speciale. Mi è venuta l’idea di fare un viaggio lungo, che mi portasse a contatto con tutte le aree del mondo e ho iniziato a fare ricerche su internet. Ci sono molto più persone di quanto si possa immaginare che hanno fatto esperienze di questo tipo, poche però senza usare aerei, che era l’unica regola che mi ero prefissato. Ho comunque capito che non era un progetto infattibile e così mi sono buttato, senza pensarci troppo e ignorando commenti o perplessità. Ho convinto al mia famiglia che ha iniziato a poco a poco a sentirsi coinvolta e anche grazie al sostegno dei miei amici, dopo aver lavorato ancora un po’ per raggiungere il budget che mi ero prefissato, messi da parte 30mila euro, sono partito il 18 marzo di tre anni fa”.

Con uno zaino da 80 litri in spalla, Gianluca Maffeis ha iniziato questo viaggio col cammino di Santiago de Compostela, ancora oggi l’esperienza più particolare che abbia sperimentato, che gli ha spianato la strada verso questa incredibile epopea forse proprio perché la prima, un mese trascorso camminando e condividendo con persone provenienti da tutto il mondo. Dopo il cammino di Santiago si è diretto verso il nord Europa arrivando fino a capo nord per vedere il sole di mezzanotte. Da lì è sceso verso la Russia dove a Mosca è salito a bordo della Transiberiana che lo ha portato fino in Mongolia. Passato in Cina ha trascorso poi un mese tra Tibet e Nepal, visitando la catena dell’Himalaya. Dopo tre mesi in India ha girato Mianmar, Thailanda, Vietnam, Cambogia e Laos, per passare successivamente in Malesia imbarcandosi poi a Singapore su una nave cargo che lo ha portato in Australia, dove ha fatto un coast to coast in motorino. Dalla Nuova Zelanda, su un’altra nave cargo, ha trascorso 4 settimane nell’oceano per sbarcare in California e risalire fino all’Alaska.

Dal punto più a nord ha iniziato la sua discesa, fermandosi in Canada e girando gran parte degli Stati Uniti con particolare attenzione ai parchi nazionali e un lungo soggiorno a New York.

È poi passato in Messico dove ha trascorso sei mesi, imparando lo spagnolo tra migliaia di persone e paesaggi incredibili. Dopo un periodo su diverse isole ha concluso il centro America con Guatemala, Honduras, Costa Rica, Belize e Panama. Passato in Sud America è arrivato in Colombia per poi andare in Ecuador e infine in Perù dove si trova ora. Un viaggio lunghissimo che ha toccato luoghi e culture completamente diversi, opposti, dal freddo della Siberia al caldo del Sudamerica, dalla ricchezza alla povertà, dalle gigantesche metropoli alla natura più incontaminata.

Sembra quasi impossibile che una persona possa contenere tutti questi posti e vivere queste realtà. «Mi guardo alle spalle e mi sembra sia passato poco più di un anno» afferma Gianluca «La vita è piena, il tempo vola anche se a volte mi sembra di avere vissuto venti vite. I ricordi sono chiari e lucidi, ogni giorno è diverso dall’altro, nulla è uguale ed è proprio questo che mi piace. Quando arrivo in un posto nuovo mi sento invaso da sempre più energia e cerco di vedere sempre tutto in positivo. Vivo questo mio viaggio passo per passo, un po’ alla volta. La programmazione prima della partenza ha riguardato quasi esclusivamente il problema delle frontiere e dei visti che spesso vanno richiesti con larghissimo anticipo e possono essere difficili da ottenere. Per il resto non mi sono prefissato nulla di troppo specifico, facendomi trasportare dal corso della mia esperienza. Non sempre ho avuto un piano B, ho vissuto momenti in cui mi dicevo ‘O la va o la spacca’. Il bello di non avere prenotazioni è che non sei limitato ed è più difficile incappare in problemi di adattamento. Non faccio tour guidati, non voglio che qualcuno mi dica quanto devo stare in un posto. Non mi piace Bogotà? Vado a Quito. Un posto cui nella mia testa avevo riservato solo due giorni mi lascia senza fiato? Mi fermo di più e mi sposterò più avanti».

L’entusiasmo di Gianluca è travolgente anche se passa da un collegamento telefonico lungo 10mila km. L’energia che aveva quando è partito l’ha conservata ed è anzi aumentata man mano che il suo viaggio procedeva, senza troppi schemi, vivendo tutto giorno per giorno. E in questo rientra anche la sua scelta di viaggiare senza l’utilizzo di aerei: con i trasporti lenti non vive solo le mete di arrivo ma tutto ciò che sta nel mezzo, forse la parte più vera del viaggio, necessaria per immergersi completamente in determinate atmosfere e che anche aiuta anche nella transizione in realtà che a tratti possono essere molto difficili.

«Il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare», diceva Tiziano Terzani e Gianluca sembra la personificazione vivente di questa frase. E viaggiare da solo rende ancora più facile mescolarsi con ciò che lo circonda «La solitudine è un ostacolo che spesso spaventa la gente. Per affrontare un viaggio di questo tipo bisogna innanzi tutto stare bene con se stessi. Io non sono partito con lo scopo primario di conoscere gente, volevo fare un viaggio incentrato su di me, per pura passione, per vedere il mondo e scoprire cose, stare in mezzo alla natura e godermi i paesaggi più disparati. Ma ovviamente le persone sono una parte fondamentale di tutto ciò. Dormendo in ostello non sono quasi mai da solo anzi, a tratti mi devo isolare io stesso. Negli Stati Uniti e in Australia ho trascorso molto tempo in solitaria, in altri luoghi mi sono trovato circondato da tantissima gente. Viaggiando in alcune aree del mondo ti rendi davvero conto di come ciò che tu dai per scontato per tantissimi non lo sia. Nei paesi più poveri in cui sono stato ho ricevuto l’accoglienza più calorosa e entusiasta: erano gli abitanti del posto che mi offrivano un caffè, mi facevano sedere e mi riempivano di domande, paradossalmente più interessati loro a me che io. La socializzazione è stata maggiore in Messico o in Nepal. Tutto dipende dal modo in cui ti poni ed è fondamentale accordarsi con ciò che ti circonda. Che ti piaccia o no, bisogna adattarsi e mescolarsi per entrare in contatto davvero con l’essenza di un luogo».

Mettere da parte la paura ed avere il coraggio di buttarsi, perché anche ciò che sembra irrealizzabile può dimostrarsi possibile come ci dimostrano persone come Gianluca. Viaggiare crea a volte una sorte di dipendenza, torni con la voglia di ripartire ed è l’unico modo per aprirsi a nuovi stimoli se si ha la capacità di lasciarsi andare: «Quello che capisci viaggiando è che le frontiere sono un problema. Il mio non è assolutamente un messaggio politico, parlo per esperienza vissuta sulla mia pelle. Spesso si ha paura di ciò che non si conosce ed io in primis ne avevo all’inizio, ma tutti questi schemi mentali sono crollati più procedevo nel mio viaggio. Bisogna confrontarsi, la paura di ciò che non si conosce porta a dire cose che non si pensano. La diversità è positiva, non deve creare barriere. Viaggiare mi ha dato questo dono e ti conferisce un’apertura mentale che ti permette di fare cose che in caso contrario non arriveresti neanche a concepire».

«Sono partito come una spugna e adesso posso affermare che sento di possedere un’incredibile tranquillità».

Buttarsi, non lasciarsi condizionare, non avere paure ma soprattutto pregiudizi. Sono questi i messaggi che lancia Gianluca, anche dai canali attraverso cui rimane in contatto con chi segue il suo viaggio, le pagine Instagram e Facebook di “Operazione giro del mondo”. Pagine che fanno nascere una considerevole invidia. Un viaggio ti cambia, non torni mai uguale a come eri partito e ti fa vivere mille vite diverse se si ha il coraggio di perdere di vista la riva. Ce lo si porta dentro o anche, come Gianluca, sulla pelle, che ridendo dice: «Giuro che ora mi prenderò una pausa dai tatuaggi. Sono partito senza barba, baffi e tatuaggi. Il primo l’ho fatto terminato il viaggio di Santiago de compostela. Il braccio me lo sono tatuato in Malesia, ho una tigre della Thailandia e un Sak Yant sulla schiena. Li ho fatti tutti per ricordare un determinato posto».

Viaggiando in luoghi così lontani si vedono posti che nel nostro immaginario esistono solo sulle cartoline o nei racconti di escursionisti ed esploratori. «Ai piedi dell’Himalaya ci si emoziona, ci sono quattro delle dieci montagne più alte al mondo. Puoi camminare venti giorni senza incontrare nulla, solo villaggi e monasteri, per poi trovarti davanti gli ottomila. Sono arrivato fino al campo base dell’Everest. Tu, la natura e nient’altro. Anche il trekking in Perù è stato incredibile, fatto tra alcune delle montagne più belle al mondo, un’assoluta sensazione di pace. La Mongolia mi ha lasciato un segno profondo: a livello paesaggistico, di cultura e tradizione è rimasta incredibilmente intatta. Anche il Vietnam presenta dei paesaggi pazzeschi e sorprendentemente vari, che si sommano all’assoluta disponibilità della gente. E ovviamente non possono mancare i parchi americani nei quali sembra effettivamente di stare in un film, ho fatto di tutto e di più. Anche per questo ho deciso di mettere da parte un budget considerevole, altri hanno fatto la mia esperienza con anche meno, ma non volevo limitarmi. Ho preferito lavorare due anni in più in Italia per poi privarmi di meno cose, lasciando da parte una piccola somma per il mio ritorno. Ovviamente non posso fare tutto a 360 gradi, ma cerco di abbattere i costi con un modo di viaggiare low cost».

E in questo sicuramente aiutano i trasporti lenti.

«Sui treni ho fatto alcune delle esperienze più assurde: in India arrivano con anche 24h ore di ritardo, salivi ed eri circondato da centinaia di persone. Sulla Transiberiana, dopo aver detto che ero italiano, sono diventato il centro dell’attenzione, trattato come un fratello. Mi hanno offerto vodka per tutto il viaggio. Alla fine era diventato quasi difficoltoso! Ma di esperienze assurde ne ho fatte svariate. In Mongolia l’ospitalità è sacra e le famiglie mi integravano subito nella loro realtà. Sono stato anche reclutato per raccogliere escrementi secchi da bruciare nella stufa. Come ho detto, adattarsi sempre. I maggiori problemi li ho incontrati con la burocrazia, al confine della Mongolia non volevano darmi il visto per entrare in Cina. Dopo giorni di inutili tentativi ho provato il tutto per tutto: mi sono rasato, ho messo i vestiti migliori che avevo e mi sono finto un ambasciatori italiano; dopo qualche riluttanza mi hanno fatto finalmente entrare in ambasciata, dove è stato più facile discutere la concessione del visto. Sono passato dai viaggi sulle navi cargo, soluzioni ancora piuttosto sconosciute, ai viaggi in motorino. In Australia quando arrivava nei posti dove decidevo di dormire mi facevano le foto, lì hanno tutto gigante, io ho dormito in tenda con fuori ragni e serpenti, spostandomi tra canguri e wallaby. Esperienza assurda ma forse un po fuori dai limiti».

La domanda sorge un po’ spontanea: dopo tutto questo girare, tutti questi incontri, tutti questi posti, una volta tornato cosa succederà? «Intanto penso a terminare il mio viaggio, che è ancora lungo e imprevedibile. Voglio arrivare fino alla Patagonia, la terra del fuoco e poi risalire verso il Brasile. Purtroppo non esistono navi cargo che da lì raggiungano il Sud Africa da dove poi vorrei risalire tutto il continente africano e non voglio prendere aerei. Vedrò il da farsi. Una volta tornato in Italia voglio visitarla bene, a piedi, incontrando le persone che mi hanno scritto in questi anni di viaggio. Potrò rimanere come ripartire. Destreggio inglese e spagnolo e all’estero c’è molta richiesta anche nell’ambito per cui ho studiato, quello gastronomico. Vorrei fare progetti di volontariato e visitare i posti che ho visto di fretta o che non ho potuto girare. Potrei anche tornare a fare quello che facevo prima di partire, non lo so. Anche qui la regola è un passo alla volta. Per ora mi concentro sul proseguimento del mio viaggio».

Ciò che emerge dal racconto di questo avventura è il messaggio che il nostro mondo è davvero una bellezza rara e tutta da scoprire, con le sue contraddizioni e i suoi opposti, da preservare, apprezzare e godersi fino in fondo. E soprattutto che è qualcosa che si può fare anche in più piccolo, perché “ogni viaggio di mille miglia inizia col primo passo”, per quanto difficile e assurdo possa sembrare.

In bocca al lupo Gianluca, noi ti seguiamo da qui.

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