Questa storia delle élite

Questa storia delle élite

Si avvicinano le elezioni europee, uno degli appuntamenti politici più importanti degli ultimi anni. Sarà, finalmente, l’occasione per misurare su larga scala, in un intero continente, il peso effettivo delle forze cosiddette populiste. Dietro questa etichetta possono starci molte cose: sicuramente tutti quelli che contestano istituzionalmente l’attuale Unione Europea, ma anche quelli che si rifanno con chiarezza allo schema élite contro popolo, o rinvangano ideologie consunte, suscitano sentimenti di chiusura e talvolta di odio e propugnano, più che il tradizionale progressivo avanzamento verso il futuro, una più o meno drastica riscoperta delle radici nazionali e religiose. Insomma, i ribelli.

I ribelli non sono solo i sovranisti, ovviamente. Salvini, Le Pen, Orbàn e gli altri non fanno altro che sfruttare l’ansiosa voglia di cambiamento degli elettori. Propongono ricette facili a problemi complessi e si distinguono per promesse mirabolanti spesso irrealizzabili o fondate su affermazioni false. Fondano la loro azione politica sulla retorica nazionalista e su uno sciovinismo da operetta. E questo è vero, ma non è tutto. Anche altri partiti o movimenti possono essere definiti ribelli, pur non essendo né di destra né filofascisti. Il Movimento 5 Stelle è l’esempio sommo, perché è riuscito persino ad arrivare al governo di un Paese fondatore dell’Unione. Si è sempre definito né di destra né di sinistra e ha guidato una rivolta virtuale nei confronti della casta politica e non solo. E ha preso milioni di voti.

Se vogliamo utilizzare un’etichetta inflazionata, possiamo dire che i ribelli protestano soprattutto contro le famigerate élite, che siano queste politiche, economiche o sociali. A gennaio lo scrittore Alessandro Baricco ha scritto un articolo molto discusso sul tema:

Dunque, riassumendo: è andato in pezzi un certo patto tra le élites e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola. Non è proprio un’insurrezione, non ancora. È una sequenza implacabile di impuntature, di mosse improvvise, di apparenti deviazioni dal buon senso, se non dalla razionalità. Ossessivamente, la gente continua a mandare — votando o scendendo in strada — un messaggio molto chiaro: vuole che si scriva nella Storia che le élites hanno fallito e se ne devono andare. Come diavolo è potuto succedere?

Il punto di partenza del ragionamento è una presa d’atto dello scarto oramai avvenuto che ha spinto larghi strati della popolazione a protestare contro chi li ha governati in questi anni. La protesta ha assunto forme diverse e tempi diversi — referendum, elezioni, manifestazioni di piazza, offensive su internet — ma ha mantenuto un filo rosso costante di rivalsa nei confronti dei potenti e di quelli che sembrano tali.

In sostanza, osservando la situazione come da una navicella, si può notare che il popolo — e cioè gli elettori —, nel tentativo di mandare a casa le classi dirigenti accusate di malgovernare e, in definitiva, di farsi gli affari propri, ha spesso finito per mandare al potere pezzi di élite che urlavano più forte e si proponevano come strenui nemici dello status quo. La travolgente elezione di Donald Trump, plurimiliardario potentissimo da decenni, la Brexit promossa da conservatori e nazionalisti benestanti, il successo di politici come Matteo Salvini che hanno sempre vissuto di politica e incarichi pubblici. In passato qualcosa di simile era accaduto anche con Berlusconi.

Questo dato di fatto dovrebbe fare riflettere: piuttosto che voi, hanno urlato gli elettori, siamo disposti a votare qualsiasi cosa.

Ma di preciso, voi chi? Questo è un punto importante, perché gli elettori, di loro iniziativa e di punto in bianco hanno tracciato una linea netta: noi, di qui, il popolo vessato e magari rappresentato da qualche demagogo; voi, di là, che vi siete arricchiti, avete studiato e vivete in una condizione di benessere. Se si analizza la questione da un punto di vista sociologico è ancora Baricco a venire in soccorso:

Sono pochi (negli Stati Uniti sono uno su dieci), possiedono una bella fetta del denaro che c’è (negli Stati Uniti hanno otto dollari su dieci, e non sto scherzando), occupano gran parte dei posti di potere. Riassumendo: una minoranza ricca e molto potente.

Dalla parte del popolo dunque non c’è solo chi vive situazioni di disagio o povertà, ma proprio tutti quelli che negli ultimi anni non si sono nemmeno avvicinati alle leve del potere. Con l’eccezione, come detto, di alcuni capipopolo tipo Trump.

Le élite, come ammette lo stesso Baricco, hanno sempre fatto la stessa cosa: guidare, tra contraddizioni ed errori, i cambiamenti. Andare avanti e tracciare la strada della modernità prima che arrivassero tutti gli altri. Il direttore del Post Luca Sofri ha concluso — al netto della confusione che viene fatta nell’attribuire significato a questi termini — che l’“antielitista”, cioè il contestatore moderno, sia «chi contesta l’idea che a ruoli di potere e responsabilità debbano accedere persone di qualità superiori e straordinarie».

Ancor prima delle cause è bene evidenziare come la storia dell’umanità sia ciclicamente attraversata da rivolte e movimenti di protesta contro il potere o contro le caste che detengono il potere. Se si cala questo elemento nelle democrazie contemporanee appare evidente come il populismo sia la forma più comune in cui si manifesta la politica, da destra a sinistra: l’appello diretto al popolo e, di conseguenza, la necessità di sconfiggere la reale o presunta élite che sta al potere.

All’inizio di questo secolo probabilmente ci si riteneva ormai al riparo dal rischio della rivoluzione. La democrazia liberale in formato globale aveva trionfato e il mondo sembrava avviato sulla strada del progresso. Era la fine della storia, come l’aveva chiamata il politologo Fukuyama. È stata proprio la globalizzazione, però, a invalidare questa visione. Secondo Baricco la crisi economica del 2008 — o perlomeno la sua percezione — e tutti i suoi connessi, dall’aumento delle disuguaglianze all’impoverimento del ceto medio, hanno creato un terreno fertile per la rabbia e la protesta.

Va detto che spesso i nuovi governanti populisti non sono all’altezza delle attese suscitate, soprattutto in campo economico e rispetto al benessere reale, percepito. Producono danni o, al massimo, stagnazione. La presidenza di Trump è solo in parte un’eccezione. Basti pensare a cosa potrebbe accadere se questi movimenti prendessero il controllo delle istituzioni di Bruxelles, così complesse nel loro funzionamento e così fragili nei loro barocchismi: non necessariamente qualcosa di male, ma l’impatto sarebbe certamente violento e destabilizzante.

Forse però non è nemmeno del tutto vero che la colpa sia solo dei governanti nazionali ed europei. Andando oltre la questione della crisi economica, la responsabilità potrebbe essere anche altrove. Rispondendo a Baricco su Repubblica l’economista Mariana Mazzuccato ha provato a spostare il mirino:

Ma questo odio è stato attizzato, rinfocolato e indirizzato da chi scientemente ha costruito una narrazione semplificatoria, ma articolata, e ha capito prima di tutti che la diffusione planetaria del web avrebbe permesso di registrare ed elaborare miliardi di frammenti, componendoli in tanti ritratti individuali. Così da poter inoculare quella narrazione nei soggetti predisposti, con gli ingredienti giusti e il dosaggio necessario ad indirizzare l’odio e quindi usarlo. Il problema non è che un italiano su due stia su Facebook: ma che cosa c’è dentro Facebook e come lo usa chi lo controlla.

Ecco, la tanto evocata narrazione è effettivamente un punto molto importante. La diffusione prepotente dei social network — con tutti dietro a rincorrerli, “cosa dicono i social?”, “con chi stanno i social?” — ha prodotto un imponente e fastidioso rumore di fondo. Laddove non degeneri nell’insulto e nell’odio, la produzione per così dire “letteraria” dei social è imprecisa, approssimativa, semplificatrice. Tutti questi microfoni in mano — e le immense platee che ascoltano — sono stati veicolo soprattutto di caos. Tanto che negli ultimi tempi dalle parti di Facebook stanno provando a correre ai ripari. È inevitabile nel caos che chi grida e mistifica abbia vita facile.

In molti l’hanno chiamata epoca della post-verità, altri hanno contestato questa definizione. In ogni caso è interessate rilevare il costante gioco di specchi tra i media tradizionali e le nuove forme di interconnessione sul web. Questi due attori della realtà contemporanea si richiamano, si sfidano, si contrastano. I giornali sono pieni di articoli che parlano dei social network. E i social veicolano le mezze-verità, le bugie e le campagne d’odio che hanno un ruolo preminente nel caos odierno e nell’odioso trambusto di fondo a cui si accennava prima.

Internet è la centrale di questi fenomeni, tanto che Baricco lo considera la seconda causa della rivolta.

Così — occorre capire — il Game ha abbattuto delle barriere psicologiche secolari, allenando la gente a sconfinare nel terreno delle élites e togliendo alle élites quei monopoli che la rendevano mitologicamente intoccabile. È chiaro: da lì in poi la situazione prometteva di diventare esplosiva.

Forse, però, il cuore del problema è semplicemente che internet ha liberalizzato queste voci, le ha rese globali e interconnesse. La normalità delle invettive, delle prevaricazioni e perfino degli insulti non è certo un’esclusiva di questa epoca. Questi comportamenti avvenivano anche prima, ma veicolati da altri strumenti, sicuramente meno potenti. L’effetto di amplificazione però non cambia la sostanza: i sentimenti di rivolta, persino di rivoluzione, sono ricorrenti nelle società umane. Perché dunque riversare su internet la responsabilità della protesta? Perché attribuire ai social network un ruolo implicitamente e necessariamente deteriore? Non avranno realizzato il proposito iniziale della “democrazia per tutti”, è vero, ma non possono nemmeno essere considerati la causa scatenante del Quarantotto permanente nel quale ci troviamo. I giacobini hanno pur sempre fatto una rivoluzione senza Facebook.

Su questa stessa linea si è mosso sempre sul Post lo scrittore Massimo Mantellini, che spinge il concetto alle estreme conseguenze: «Immaginare che i tempi attuali, in tutto il pianeta, siano modellati dalle potenzialità tecnologiche delle persone comuni è un’idea di vasta ingenuità ed improbabilità».

Non c’è dubbio che soprattutto all’inizio l’uso smodato ed entusiasta di internet abbia generato mostri. Protestare e poi creare notizie false è diventato facilissimo.

Ma probabilmente è la normalità della rivolta che ha trovato strade nuove e facilmente percorribili.

In questo senso si può dunque dire che l’uso distorto dei social network — l’uso di per sé, in realtà — è un sintomo della rivolta, non la causa. Spesso l’eccessiva attribuzione di potere a internet è diventato un alibi per perdonare i propri errori e restare fermi, senza migliorarsi. È il problema di fondo delle élite, e anche l’analisi di Baricco non ne è immune. Restare fermi, però, significa conformarsi a chi non vuole il vero cambiamento necessario, per esempio rispetto all’integrazione europea.

Stare fermi è il comportamento tipico di chi non sa dove andare. L’eccessiva autoreferenzialità dei media e il circolo vizioso media-social network sono un esempio di questo atteggiamento. Non si parla d’altro che del conflitto élite-popolo, ma nessuno riesce a spiegare cosa questa formula significhi veramente. È diventata uno slogan, un cliché.

Quando la rivolta finirà, quale che sia il risultato che avrà prodotto, si potranno davvero capire le ragioni e i motivi che l’hanno alimentata. A metà del guado, dove ci troviamo oggi, è troppo comodo dare la colpa a internet. Ha le sue responsabilità, ma non è il solo. Tuttavia il senso diffuso di allarme e di ultima spiaggia ha coinvolto anche alcuni eminenti pensatori. Probabilmente quando la tempesta sarà passata ci si renderà conto che era tutto più o meno normale e che ci trovavamo nel mezzo della solita farraginosa evoluzione delle cose. E che la preoccupazione, per dirla con Mark Twain, era fortemente esagerata. Perlomeno è questa la speranza.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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