Stalattiti. Qualcosa di sinistra

Le elezioni europee che si svolgeranno tra il 23 e il 26 maggio non avrebbero potuto cadere in un momento più instabile.

L’Unione è tutt’altro che compatta: gli Stati membri si trovano in una condizione di tensione reciproca e di frammentazione interna. Il dialogo tra i Paesi si fa progressivamente più complesso, ostruito da divergenze di pensiero sulle linee politiche da seguire e da contrasti sui temi all’ordine del giorno. Diffusa è la tendenza, generalizzata, all’accusa, altrettanto lo è la preferenza ad allontanarsi dalla responsabilità, e il timore è che il terreno europeo, anziché porsi come luogo di confronto, si trasformi in un campo di battaglia in cui gli elementi più che collaborare concorrono. Gli animi sono accesi, certo, ma poco dialogici. Il confronto diventa uno scontro tra simili e le prossime elezioni si dimostrano come il ring su cui questi attriti dovranno incontrarsi e venire allo scoperto, una volta per tutte. 

La modalità con cui si preannunciano sembrano a tutti gli effetti quelle di un gioco molto agguerrito ma privo di serietà. Da una parte emergono voci di protesta, di contestazione e di sfiducia — paradossale, forse? — nei confronti delle strutture europee e dall’altra inclinazioni a tentare — in extremis e non senza malinconica disperazione— di salvarle. La confusione è alimentata dall’inclinazione dei partiti (almeno quelli di punta) a non predisporre gli stati a un ragionamento consapevole e a riflessioni utili per scegliere ragionevolmente sul futuro europeo, bensì a disporsi con l’atteggiamento di chi imposta una campagna elettorale che sfrutta di fatto l’occasione europea come trampolino di lancio per una vittoria, di riflesso e soprattutto, sul terreno nazionale. E non aiuta di certo la contraddittoria tendenza dimostrata da tutti gli elementi in gioco da una parte a caricare di aspettative e responsabilità il cittadino preparandolo a un evento che presentato come tanto oneroso quanto incombente e dagli esiti imprevedibili, (Pierre Moscovici, ha sottolineato che si tratta forse delle elezioni più importanti nella storia dell’Unione Europea), dall’altra — almeno i principali partiti, e soprattutto tra quelli di destra — a disporsi con una sorta di leggerezza sconsiderata, come se le soluzioni fossero già a portata di mano, e che basti dare fiducia a chi le propone.

La paralisi che questo stato di disordine politico crea negli elettori non è da sottovalutare, in particolare perché rende qualsiasi valutazione notevolmente più complessa.

Il cittadino europeo si trova infatti circondato da stimoli plurali, spesso contraddittori, e soffocato dall’emergenza e dall’ansia di governare un allarmante e stracolmo presente — l’idea diffusa è che sia proprio così, allarmante — perde di vista la lucidità e la lungimiranza necessarie per organizzare e (pre)occuparsi del futuro, vale a dire difficilmente riesce a chiarirsi le idee per compiere una scelta in modo adeguato. Il risultato è che in generale sembra regnare confusione, per non dire aleggiare un rassegnato sconforto.

E se in questo caos politico e ideologico è difficile orientarsi, non si può non riconoscere qualche evidenza: tanto la destra, nel panorama europeo e globale, risulta compatta e in espansione, unita sotto personalità di leader carismatici e punti fermi condivisi (lotta all’immigrazione clandestina, affermazione della sovranità nazionale, contrasto all’Europa unita e a Bruxelles, identificazione dell’Islam come nemico comune), tanto la sinistra appare frammentata e fragile.

E se in questo caos politico e ideologico l’elettore di destra se bene in cosa credere, in che valori riconoscersi (sono ribaditi in ogni forma), l’elettore orientato a sinistra si trova, al contrario, completamente spaesato: non sa che voci seguire, non sa di fatto quali sono le priorità per la sinistra europea, su quali temi ci sia condivisione e su quali personalità si faccia principalmente riferimento.

I leader stessi, a sinistra si presentano insicuri, deboli con poche idee e piuttosto confuse: ugualmente disperso l’elettore di sinistra non sa a chi o a cosa affidarsi, ma barcolla cercando di ritrovarsi in qualcosa di sinistra.

E’ qui che interviene Salvatore Veca, filosofo e accademico italiano, professore ordinario di Filosofia politica all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, ad oggi una delle principali voci nel panorama contemporaneo. Con il suo ultimo, recentissimo, libro (edito per Feltrinelli il 4 aprile 2019) intitolato Qualcosa di sinistra il professore si propone proprio di ripristinare un dialogo, una riflessione, su un terreno che non solo sembra stia perdendo fertilità, ma che si stia decisamente sgretolando lentamente.

Sono gli anni in cui dalle nostre parti, in Europa e in giro per il mondo, la sinistra conosce in inesorabile destino di perdita e dissipazione. […] E molti di coloro che hanno avuto a cuore un grappolo di valori, di speranze e di ideali di una sinistra plurale in Europa e nel mondo sembrano colpiti da una sorta di afasia depressiva o, più semplicemente, sono inchiodati in una situazione da “terra desolata” […] proprio per questo mi propongo di abbozzare e delineare, passo dopo passo, alcuni tratti distintivi di una prospettiva politica progressista per una sinistra europea da ventunesimo secolo.

Così dice, e propone di “ragionare insieme”, ovvero cercare di ridefinire con gli strumenti del pensiero critico una visione di fini che valga la pena perseguire. Prendendo le mosse dall’Articolo 3 della Costituzione, che riconosce come punto di partenza, identifica in linea generale quattro binari lungo i quali la direzione di una sinistra progressista dovrebbe procedere: la difesa e promozione di un’immaginazione politica collettiva, di un’equità sociale complessa, di un progresso multidimensionale e della verità come valore strumentale e intrinseco.

1 Esercitare immaginazione politica significa saper fondere ragionevolmente senso della realtà e senso della possibilità, ovvero immaginare il futuro senza perdere contatto con il terreno del presente, ma senza neanche farsi inghiottire. Praticare l’immaginazione politica significa “chiedersi quale idea di futuro è degna per noi di lode”: una sinistra che segue questa direzione è una sinistra che vede il presente come un’occasione per il futuro e il futuro com un’attualizzazione del presente. Agire in questa direzione significa imparare a muovere dal mondo attuale per abbozzarne uno possibile.

2 Promuovere l’uguaglianza sociale a partire da due punti fermi: che, in democrazia, equità implica che ogni partner della polis deve poter disporre di un uguale sistema di libertà fondamentali e che la regolamentazione e la distribuzione dei costi e dei benefici deve ammettere, come uniche disuguaglianze possibili, quelle in favore dei gruppi meno avvantaggiati nella società (principio di differenza in presenza di uguaglianza di opportunità). E l’uguaglianza si dovrà promuovere attraverso i beni comuni, da intendere devono essere intesi come  un sottoinsieme dei beni sociali primari connesso ai diritti fondamentali indivisibili delle persone, in questo modo qualsiasi scelta viene fatta secondo un principio equo se le condizioni di partenza sono eque: equità nella distribuzione dei beni comuni e nella possibilità di accesso. La società deve offrire a tutti la possibilità di raggiungere un livello di vita soddisfacente.

3 Una sinistra progressista deve farsi promotrice di uno sviluppo sostenibile: questo progetto si basa sull’idea che sia necessario diffondere la qualità della vita e difendere la dignità delle persone, chiunque siano e ovunque siano. Si basa inoltre sull’idea di connessione e sul senso d’integrazione, che viene di conseguenza. Quadro olistico in cui la società punta a obiettivi insieme economici sociali, politici, scientifici e ambientali. E che allo stesso tempo garantisca uno sviluppo completo della personalità umana, ovvero fornisca eque opportunità e diritti per le persone ad avere scopi, per essere organizzatrici di progetti, di fini.

4 Una sinistra progressista deve inoltre difendere la verità come valore strumentale — ovvero che aiuta a raggiungerne altri — e come valore intrinseco —indipendente da scopi ulteriori. Strumentale in quanto indispensabile come forma di dialogo. Non difendere la verità, ovvero impedire che tutti i cittadini abbiano uguale accesso a informazioni adeguate, significa, infatti, alimentare la disuguaglianza, in questo caso epistemica, e alimentare rancore e sfiducia nelle autorità. Una società che difende la verità deve garantire il diritto di tutti i cittadini ad essere informati, essere nelle condizioni di giudicare, essere riconosciuti come potenziali fonti di verità, disporre di autorità epistemiche affidabili, vivere in una società che favorisca e salvaguardi l‘acquisizione della verità e che ne riconosca l’importanza. Che sia consapevole, allo stesso tempo, del mutamento e della fallibilità delle nostre credenze, che sappia accettare anche la verità negativa e che sia responsabile nei confronti di veridicità e accuratezza.

Questi sono i quattro punti in cui Salvatore Veca ritiene che una sinistra europea dovrebbe riconoscersi e dai quali dovrebbe partire. Sono un po’ teorici, se vogliamo, non troppo specifici o mirati come quelli di destra sulle emergenze dell’oggi. Ma proprio perché in primo luogo si basano sull’idea che il presente non debba essere sempre valutato come allarmante e in secondo luogo perché i quattro punti sono intenzioni, non soluzioni.

Il presente è complesso certo, e credere che non lo sia è ingenuo, ma per affrontarlo con serietà non si può che pensarlo come governabile.

Pertanto la proposta di condividere intenzioni, piuttosto che di soluzioni, forse può essere più efficace. Perché non scade, non viene meno col tempo: è utile perché è un metro di misura che rimane costante e vale ugualmente per risolvere i problemi dell’oggi con i mezzi di oggi e quelli del domani con quelli di un domani.

Angelica Mettifogo
In bilico tra tutto quello che voglio fare e il tempo che ho per farlo. Intanto studio filosofia.