Venezuelani a Milano, intervista a Lucila Urbina

La crisi politica che contrappone Nicolás Maduro e Juan Guaidó ha sbattuto il Venezuela sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, dividendo l’opinione pubblica tra sostenitori dell’uno e dell’altro presidente. Come spesso accade, forse inevitabilmente, la narrazione dei conflitti si sofferma sui grandi protagonisti, finendo per trascurare chi più di tutti meriterebbe attenzione: le vittime.

Più di due milioni di persone hanno lasciato il Venezuela dal 2017, sfiancate dalla crisi economica, dalla mancanza di beni di prima necessità, dai blackout prolungati e ora anche da una forte tensione sociale. E fuggendo da un Paese da noi così lontano, sulla sponda opposta del Pacifico, una parte di loro ha deciso di venire in Italia.

Ne abbiamo parlato con Lucila Urbina, che in quel Paese è nata e cresciuta, ed è ora presidente dell’Associazione Venezuelani in Lombardia.

Ha lasciato il Venezuela con i suoi tre figli quando Chávez è salito al potere e ha poi fondato in Italia nel 2007 l’Associazione che oggi raccoglie circa cinquecento persone.

Non chiediamo nessuna quota di iscrizione, non diamo tessere. Molte delle persone che aiutiamo faticano a sopravvivere e noi non vogliamo andare a chiedere di versare una quota per iscriversi. Ci limitiamo a registrarli.


Che attività svolge l’Associazione?

Tutto è nato dalla volontà di aiutare i venezuelani che arrivavano in Italia senza una casa e senza un lavoro, per evitare che finissero in brutti giri. Svolgiamo attività di promozione culturale: nel 2015 abbiamo collaborato con Expo; per il prossimo 6 Giugno abbiamo organizzato la presentazione della prima edizione italiana di un romanzo di Ròmulo Gallegos, Pobre Negro. A partire dal 2017, vista la situazione sempre peggiore nel nostro Paese, ci siamo spostati sul sociale e abbiamo iniziato a raccogliere medicinali da inviare in Venezuela. Da Dicembre abbiamo duecento chili di medicine bloccati, con il rischio che scadano, senza poterli spedire perché il regime impedisce i rifornimenti. Ci siamo rivolti a un consigliere comunale di Milano (Enrico Marcora, ndr). Ha presentato una mozione che è stata approvata e che impegna il Consiglio e il Sindaco all’apertura di un corridoio umanitario per accogliere i venezuelani e alla creazione di un punto di raccolta medicinali da inviare in Venezuela.

E per i vostri concittadini in Italia cosa fate?

Molti vengono in Italia perché avevano a loro volta genitori o nonni italiani e sperano di ottenere la cittadinanza. Tutti arrivano con “una mano atràs y otra adelante” (cioè senza nulla). Noi li aiutiamo a trovare un posto dove dormire e mangiare, li assistiamo nelle lunghissime procedure per i documenti, ma soprattutto cerchiamo loro un lavoro, altrimenti sarebbero costretti ad abbandonarsi alla criminalità e alla prostituzione. Ma tanti ragazzi dormono ancora per strada. La maggior parte di quelli che arrivano hanno ottimi titoli di studio, ci sono medici e ingegneri, ma non hanno modo di sfruttarli, finiscono col fare lavori poco pagati e poco tutelati come consegnare il cibo in bicicletta.

Stanno arrivando in tanti?

Sono in aumento, ma molti preferiscono andare in altri Paesi.

Come sono i rapporti con i milanesi?

Ho conosciuto diversi italiani che hanno avuto un parente o un amico emigrato in Venezuela. Tanti ci scrivono chiedendo di poter dare una mano, diverse aziende si sono offerte per far lavorare i nostri ragazzi. Nel dopoguerra il Venezuela si è dimostrato aperto e solidale con gli immigrati italiani, i cui numerosi discendenti vivono ancora lì. Perciò trovo inaccettabile il comportamento di questo governo verso la nostra situazione. L’Italia passerà alla storia come l’unico Paese europeo a non essersi schierato con Guaidó e a non aver fatto nulla per il Venezuela. Tutti i medicinali che abbiamo spedito li abbiamo mandati privatamente o con l’aiuto di Caritas Venezuela, senza alcun sostegno dello Stato.

Ci sono simpatizzanti di Maduro all’interno dell’Associazione?

Ce ne sono molti. Sostengono Maduro perché lo ritengono fedele agli ideali del comunismo, dalla parte del popolo. A differenza di altri Paesi sudamericani noi siamo un popolo disunito, perché non ci siamo mai trovati ad affrontare l’esperienza della dittatura. Se fossimo uniti otterremo molti più benefici.

Lei ha contatti diretti con i suoi connazionali in Venezuela. Quali sono i problemi più gravi contro i quali si scontrano?

Uno dei problemi principali è la carenza di prodotti di prima necessità e di medicinali. Spesso mi scrivono persone che hanno bisogno di curarsi e non possono farlo là. L’ambasciata italiana si è impegnata per distribuire medicinali, ma solo ai cittadini con la doppia cittadinanza, venezuelana e italiana. Ora ci stiamo mobilitando per far arrivare qui un bambino di otto mesi che necessita un intervento, ma non abbiamo ancora trovato una casa per i genitori. Poi c’è la mancanza di elettricità, che genera diversi disagi, ad esempio impedisce i pagamenti con carta di credito. Questo è un problema rilevante se si tiene conto che per comprare qualsiasi cosa serve una grandissima quantità di denaro contante a causa dell’inflazione. Un’altra questione importante è la criminalità: quando sono tornata in Venezuela tre anni fa per la laurea di mio figlio mi hanno detto di non uscire di casa perché era pericoloso.

Abbiamo parlato di immigrazione, un tema all’ordine del giorno in Italia. Spesso si sente dire che i migranti dovrebbero aiutare la propria gente nel loro Paese, senza scappare. Lei come risponderebbe?

Direi a queste persone che una cosa non esclude l’altra. Gli farei capire che quelle persone vengono in Italia perché scappano dalla guerra e dalla fame. Nessuno lascia il proprio Paese e la propria famiglia volentieri. Molti italiani sono emigrati nel dopoguerra e l’Italia è stata molto aiutata dai soldi che gli italiani all’estero mandavano alle proprie famiglie, proprio come adesso fanno i migranti dall’Italia.


Articolo e intervista di Fabrizio Maroni. 

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