Siamo in una nuova era oscura?

Siamo in una “Nuova era oscura”?

Viviamo in un’epoca in cui le informazioni non mancano, tutto è a portata di click, rintracciabile all’interno del cloud, dei social network, di Google e YouTube; ma, a tutti gli effetti, quanto sono comprensibili queste strutture? Se questo sistema è chiaro e accessibile solo per pochi mentre per la maggior parte, che pur lo utilizza, è del tutto indecifrabile, ciò non rende quei pochi in potere di governarlo in modo opprimente? E se l’attuale era dell’informazione non fosse in realtà altro che un nuovo medioevo, una nuova era oscura?

Lo scorso martedì 29 maggio da Verso libri è stato ospitato un incontro per presentare Nuova era oscura di James Bridle, parte della collana Not di NERO Editions e in uscita il 12 giugno 2019. A narrare la riflessione di Bridle e guidare il dibattito è stato Corrado Melluso, editor di Not, aiutato da tre architetti: Margherita Marri (di Captcha), Francesca Luci (di Captcha) e Luigi Savio (di Abnormal).

Il lavoro di Bridle attua una riflessione che mira ad un processo di svelamento di ciò che sono le dinamiche del cloud, dimensione difficile sia da pensare che da rappresentare, incarnante una sorta di ineffabilità simile, per alcuni, alla sfera religiosa. Qualcosa, insomma, che non si comprende del tutto ma dalle quali leggi si è ugualmente suggestionati. Non si tratta più di un viaggio mistico all’interno di un futuro distopico immaginario, come sono stati molti romanzi e saggi del passato, ma di un lucido svelamento dell’era presente, nel flusso nel quale, consapevoli o no, siamo già pienamente inseriti.

Sono in costante aumento le aree della nostra esistenza e i settori della nostra società che fanno largo impiego -e sempre più sconsiderato- di “macchine”, nonostante le numerose prove che attestano la pericolosità che comporta lasciare piena autonomia a questo genere di dispositivi.

Uno degli esempi più sconcertanti, è la produzione di disturbanti video per bambini generata dagli algoritmi di YouTube, che includono contenuti senz’altro non adatti alla fascia di utenti che vi accedono, dimostrazione di come la piena autonomia per i dispositivi tecnologici possa essere inquietante oltre che pericolosa per gli utenti, in un momento storico in cui non ne abbiamo ancora (e chissà se ce l’avremo mai) piena padronanza e consapevolezza.

Nonostante quest’incomprensibilità e questa difficoltà di possedere totale controllo non va dimenticato che i codici iniziali per la gestione dei meccanismi di automazione sono comunque inseriti dall’uomo, che resta il motore primario di avvio del sistema. Ed è così come se esistessero dei vuoti, che rischiano di imbrogliare la stessa struttura umana, prima generatrice effettiva di quel meccanismo.

La macchina in sè non può essere un’entità completamente autonoma e nemmeno può essere lasciata allo sbando come tale, visti i rischi che questo può comportare.

A molti di questi vuoti di sistema al momento non si sono trovate risposte o soluzioni concrete, eppure, aumentando il grado di comprensione di questi meccanismi attraverso un’educazione all’uso – una “pedagogia hacker “- ci si potrà accorgere più facilmente delle sue falle.

Parliamo comunque di un sistema complesso, che è quasi utopistico pensare di poter capire del tutto, ma prendendo come punto di partenza un approfondimento che miri in primis alla conoscenza, forse si arriverà a poter effettivamente pensare in maniera più lucida il meccanismo, tentando di ricombinare tra loro le componenti.

Il libro percorre una sorta di storiografia del cloud, fino al punto in cui ci troviamo oggi, affermando che probabilmente questa capacità di ricostruzione storiografica con il tempo si farà sempre più complessa e risalire a tutta la sequenza di passaggi che ha portato alla costruzione di determinati algoritmi non sarà più possibile. Questo rimarca l’importanza di studiare e di approfondire queste tematiche, ora, finchè il processo è ancora ricostruibile. Nonostante, come scrive Bridle:

Esiste sempre un significato superiore di significato, e possono esistere risposte multiple, contestabili, possono esistere risposte infinite.

La citazione si collega alla riflessione già avviata dalla casa editrice con la pubblicazione della prima traduzione italiana di Realismo capitalista di Mark Fisher, dove i pensieri sull’esaurimento del presente nascevano anche da un certo approccio positivista al capitalismo, come forma alla quale, secondo la celebre citazione della Thatcher “There is no alternative”, non esiste alternativa. Allora importante, in questo caso, è il recupero di un approccio che miri all’elaborazione di alternative, al ripensamento del presente cercando soluzioni differenti, immaginando un futuro che possa intraprendere una strada diversa rispetto a quella percorsa fino ad ora.

La tecnologia e il sistema della rete comprendono oggi tutta una serie di fattori che non ci vengono più soltanto proposti, ma imposti: i dati personali di chiunque sono online, in possesso di strutture private che ne fanno uso e li trattano grazie alla nostra volontaria autorizzazione, ci siamo adeguati e abituati così tanto a determinati meccanismi da non far più caso a tutte quelle stranezze “alla Black Mirror” che sono già parte del nostro presente, e non sono più soltanto fantasiose distopie.

E allora forse soltanto se ci sforzeremo di comprendere quanto più ci è possibile, cercando di far luce in quest’era oscura, riusciremo a fare davvero un passo avanti, non avanti su questa stessa strada, ma su una che sia in tutti i sensi più avanzata e vivibile di quella percorsa fino ad oggi.

Arianna Preite
Studentessa di Lettere Moderne.
Mi appassionano le conversazioni stimolanti, ma non le chiacchiere di prima mattina.