Comprare la Groenlandia? Trump ci pensa -Vulcano Statale

Comprare la Groenlandia? Trump ci pensa

Ogni tanto Donald le “spara”. Noi lo sappiamo, gli americani lo sanno, i suoi corrispettivi nel mondo lo sanno. Niente di nuovo quindi.

Quando la sparata però è davvero grossa, ecco che questa diventa subito un magnete per l’attenzione di ogni singolo soggetto interessato. Attenzione che potrebbe sia lasciare il tempo che trova, sia al contrario smuovere le acque non proprio limpide della geopolitica internazionale, come in questo caso.

Il 15 agosto, alla faccia di Ferragosto, l’autorevole Wall Street Journal pubblica un articolo a metà tra un pezzo folkloristico e un’acuta indagine geopolitica. Pare infatti che il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, abbia messo gli occhi sulla Groenlandia, e che sia di fatto pronto a fare un’offerta irrinunciabile alla Danimarca per l’acquisto dell’isola. Appunto, una sparata.

E così la pensano un po’ tutti. Troppo folle come idea, una soluzione impossibile e che non sembra offrire nessun tipo di vantaggio economico nell’immediato. 

È davvero così?

La domanda è ovviamente una provocazione. Se, infatti, il fronte che vede in quest’uscita nulla di più che una “balla”(perdonate il francesismo) è già più che gonfio, qualcuno al contrario sta ragionando nei termini dell’assurdo facendo notare come, al netto della sparata, ci possa essere effettivamente un fondo, piccolo, di verità. 

La Groenlandia è l’isola più vasta del mondo, e fa capo a uno dei paesi più piccoli del continente europeo, la Danimarca. Pur essendo formalmente autonoma dal 2008, l’isola rimane a tutti gli effetti una Nazione Costitutiva del Regno di Danimarca, e soggetta in quanto tale al controllo da parte del Regno, soprattutto in politica estera. Chiaro a questo punto come la situazione politica attuale sia abbastanza complicata, le cose non migliorano sul piano geografico. La Groenlandia  è infatti geograficamente parte dell’emisfero Nord-Americano, sensibilmente più vicina agli Stati Uniti e al Canada che non alla Danimarca e, cosa sicuramente molto più importante, è uno dei pochissimi paradisi minerari ancora quasi intatti. In pratica, una miniera d’oro di risorse per le quali moltissimi paesi ormai da anni assediano di sguardi il governo di Copenaghen. 

Ma questa è storia recente. L’isola è in realtà al centro dell’attenzione geopolitica ormai dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando divenne fondamentale nella Guerra Fredda, con la costruzione della base americana di Thule, la più a nord di quelle gestite dall’Aeronautica Statunitense.

Trump in tal senso è arrivato addirittura tardi, dato che già nel 1947 il Presidente Truman aveva offerto 100 milioni di $ per comprare la Groenlandia.

Ma torniamo a Trump. Come riporta il WSJ, questa matta idea imprenditoriale sarebbe nata in seguito ad alcune osservazioni, «con diversi gradi di serietà», di suoi vicini collaboratori in merito alle difficoltà riscontrate dal governo danese nel pagare annualmente i sussidi previsti, che ammontano a diverse centinaia di milioni di dollari, necessari al sostentamento della popolazione locale. Osservazioni che avrebbero fatto brillare gli occhi di The Donald, il quale avrebbe poi parlato in più occasioni dell’argomento, sondando i pareri del suo staff. Quasi scontato dire che l’opinione pubblica a stelle e strisce non ha ben accolto l’idea. Troppo folle, una soluzione impossibile e che non sembra offrire nessun tipo di vantaggio economico nell’immediato. Tutti punti condivisibili, ma che commettono l’errore di restare in superficie e non indagare a dovere la propria storia. 

Proprio così. Quella dell’acquisto della Groenlandia non sarebbe l’unico esempio nella storia degli USA.

Nel 1867 infatti il governo statunitense, dietro l’orchestrazione del Segretario di Stato William H. Seward, acquistò niente di meno che l’Alaska, una fetta di terra molto importante che allora era di proprietà dell’Impero Russo. L’operazione, costata 7.200.000 $ (circa 120.000.000 $ attuali), venne all’inizio salutata come una enorme follia, la follia di Seward, piuttosto che lo zoo degli orsi polari di Andrew Johnson (il Presidente in carica). Ma quando nel 1898 venne scoperto l’oro, e nel 1968 il più grande giacimento di petrolio e di gas naturale di tutto il Nordamerica, chi dava più del folle a William Seward? 

Non si vuole certo paragonare le due situazioni così distanti sul piano temporale. Forse, però, un richiamo all’eredità dell’Alaska, — non certo a Seward quanto piuttosto a Eisenhower che nel ’58 trasformò l’Alaska in uno Stato , uno spazio lo occupa nei sogni di Donald Trump. 

Oltretutto, l’idea avrebbe un fondamento economico ben più motivato rispetto alla scommessa vincente dell’Alaska. Sotto la Groenlandia infatti il tesoro minerario è conclamato, e le notizie di questi ultimi giorni che hanno dedicato molto spazio ai ghiacciai groenlandesi messi sotto stress dal cambiamento climatico, potrebbero aver riacceso un tema che, come lo stesso territorio, era rimasto congelato per diverso tempo. 

Certo, finora le risposte mediatiche alla notizia sono state molto negative, e per lo più sul ridere. Lo stesso ex primo ministro danese Lars Lokke Rasmussen, su Twitter, ha commentato la notizia come “Uno scherzo da Primo Aprile fuori stagione”

Tuttavia, in previsione di questa mossa, vedendo qualche reticenza da parte dell’establishment danese, il presidente americano ha rimandato l’incontro previsto da qui a poche settimane in cui probabilmente si sarebbe parlato anche della Groenlandia.

In gioco infatti non c’è solo un interesse economico, ma anche una questione di prestigio. È proprio grazie alla Groenlandia che a oggi la Danimarca è uno dei più grandi paesi del mondo, e pedina importantissima nello scacchiere Artico. Una posizione che forse vale le centinaia di milioni di dollari che Copenaghen versa ogni anno a Nuuk.

Riccardo Sozzi
Da buon scienziato politico mi faccio sempre tante domande, troppe forse. Scrivo di tutto e di più, perché ogni storia merita di essere raccontata. γνῶθι σαυτόν