Cosa ci ha insegnato la Fashion Week

La Fashion Week si è appena conclusa, ma l’invito alla sostenibilità che le sue 58 sfilate e 110 presentazioni hanno presentato rimane bruciante nel mondo della moda.

La settimana si è conclusa con la cerimonia dei Green Carpet Fashion Awards tenutasi alla Scala domenica 22 come celebrazione dell’eco sostenibilità in campo tessile: sul tappeto verde è stato conferito a Valentino il Legacy Award, il premio che celebra una carriera nella moda impegnata nel design e nell’artigianato italiano. L’intento dei Green Carpet è mostrare come sia possibile dirottare la moda su un altro binario, uno che non si renda responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica, rendendo il settore tessile secondo solo a quello Oil&Gas nell’inquinamento dell’ambiente. Giunta alla terza edizione anche la Green Carpet Talent Competition, il contest che ha invitato designer emergenti a produrre un look che esaltasse l’artigianalità italiana, nel rispetto dei Principi dell’Eccellenza Sostenibile proposti da Eco-Age: obiettivo è fare della sostenibilità l’asse su cui orientare il panorama della produzione tessile del futuro, compiere “una vera rivoluzione culturale promossa dai millennials per i millennials”, come l’ha definita il presidente della Camera della moda italiana, Carlo Capasa.

Nuovi talenti e sostenibilità ambientale, le due linee guida delle 170 collezioni presentate.

Le grandi maisons hanno dimostrato di essere in prima linea nel percorso verso una produzione meno inquinante: Gucci, ad esempio, è andato in scena domenica 22 con la prima sfilata completamente sostenibile, dal legno riciclato del palco alla compensazione delle emissioni per il viaggio di mille invitati e novecento lavoratori, all’incremento nell’uso di fibre organiche e materie prime a basso impatto. E’ stata anche inaugurata una nuova piattaforma, “A new awareness£, esposta la settimana scorsa in corso Como 10, che si propone di essere un “acceleratore della sostenibilità” mostrando come sia concretamente possibile conciliare lusso e produzione attenta.

La grande novità è costituita però dall’impegno preso recentemente dalle catene a basso costo: Zara, ad esempio, ha da poco annunciato un piano per rendere le collezioni 100% sostenibili entro il 2025, impegnandosi, tra le altre cose, nell’azzerare l’emissione di sostanze tossiche e l’impiego di fibre da foreste a rischio estinzione. Subito si sono unite all’iniziativa H&M, Asos, Mango e Uniqlo, che ha deciso di ridurre sostituire le borse di plastica con altre in carta, introducendo una tariffa di 10 centesimi, il cui ricavato andrà in beneficenza.

Potrebbe essere una svolta enorme nel mondo della moda, che negli ultimi anni è stata travolta dai colossi del Fast Fashion, ovvero il sistema sviluppato per aumentare la capacità dell’industria di rispondere alla domanda sempre più imponente di vestiario, abbassando i costi e creando indumenti di bassa qualità la cui produzione ha un impatto disastroso sull’ambiente: secondo un rapporto McKinsey ogni anno vengono impiegati 93 miliardi di metri cubi d’acqua per produrre 100 miliardi di capi, che quando vengono scartati si trasformano in 92 milioni di tonnellate di rifiuti che finiscono nelle discariche.

Un fenomeno di tali dimensioni si può davvero arrestare completamente entro il 2025, come promesso da Zara?

Incoraggiante in questa direzione è anche il Fashion Pact, presentato dal presidente francese Macron allo scorso G7: l’accordo consiste in una serie di impegni che le industrie prenderanno per allineare il settore tessile agli obiettivi di sviluppo sostenibile dichiarati dalle Nazioni Unite. Una gran cosa, non fosse che ha aderito a questo patto solo il 20% delle industrie mondiali: una percentuale ancora troppo bassa per invertire la rotta significativamente.

In più, manca ancora forse un po’ di luce sull’impatto umano che ha la produzione tessile non sostenibile, questione ben rappresentata nel documentario “The true cost”: un’indagine su cosa avviene nelle fabbriche dei paesi sottosviluppati dove le catene low-cost hanno le proprie industrie, i rischi del duro lavoro in strutture pericolanti, le condizioni di semi schiavitù in cui sono tenuti i lavoratori e le malattie causate dai pesticidi. Tutto quello, insomma, che c’è dietro l’etichetta “Made in Bangladesh”, applicata su ogni t-shirt a 9.90€.

Michela La Grotteria
Made in Genova. Leggo di tutto per capire come gli altri vedono il mondo, e scrivo per dire come lo vedo io. Amo le palline di Natale, la focaccia nel cappuccino e i tetti parigini.

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