La fine dell'era Draghi

La fine dell’era Draghi

Se c’è una persona che l’Unione Europea – e in particolar modo l’Italia – deve ringraziare per aver evitato lo sfascio finanziario negli ultimi otto anni, è senza ombra di dubbio Mario Draghi. L’uomo che ha salvato l’Euro sta per terminare i suoi otto anni di eccelso lavoro come Presidente della più alta istituzione economico-finanziaria comunitaria, la BCE, e dal primo di novembre al suo posto siederà Christine Lagarde, ex ministro dell’economia francese ed ex direttrice del Fondo monetario internazionale, la quale si presume abbia tutte le carte in regola per continuare l’operato portato avanti dal nostro connazionale banchiere.

Naturalmente Draghi non poteva andarsene senza un lascito, o come è stato definito “un colpo di bazooka”: un’ultima manovra economica espansiva della quale l’Eurozona e l’Italia in primis potranno godere a partire da novembre, un ultimo Quantitative Easing. Tuttavia, per quanto siano meritati gli elogi, è giusto porre anche un bilancio del suo operato.

Prima di esprimere qualsiasi giudizio di valore è indispensabile porre l’accento sul fatto che Mario Draghi alla BCE ha operato in un momento storico difficilissimo, caratterizzato da una grave crisi finanziaria in un contesto di globalizzazione. Giudizi frettolosi a posteriori, in particolare quando dati senza le basi di conoscenza necessarie per comprendere a fondo le dinamiche riguardanti lo spread o i BTP, sono senz’altro fuori luogo.

Negli anni a cavallo tra il 2011 e il 2013 si parlò apertamente di possibile fallimento dell’Euro, di quasi certo crollo dell’Eurozona. Una serie di micce, prima quella greca, poi quella portoghese, poi quella spagnola e italiana, minarono la stabilità e l’esistenza dell’Euro. In quegli anni si parlava di contagio, PIIGS, uscita della Grecia dall’Euro, uscita dell’Italia dall’Euro, prospettive disastrose e tutta una serie di possibili scenari che avrebbero alimentato di lì a poco i deliri della propaganda sovranista che ha impestato il Vecchio Continente.

Come non ricordarsi del primo atto che Draghi fece alla guida della BCE per l’Italia?

La famosa lettera inviata al governo italiano in cui annunciò che la BCE era pronta a sostenere i titoli di stato italiani fornendo quello che poi verrà definito l’ombrello, chiedendo in cambio al governo italiano la messa in atto di riforme non più rinviabili per mettere in sicurezza i conti pubblici di un paese caratterizzato da un debito pubblico altissimo. E queste riforme vennero in parte fatte, tra gioia e tristezza degli italiani, per evitare il collasso. Ma la figura di Draghi acquistò ancora più notorietà con quello che passerà alla storia come il discorso del Whatever it takes del 26 luglio del 2012:

Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the Euro, and believe me, it will be enough.

Le sue parole, pronunciate a Londra davanti ad un’ampia platea di uditori, hanno avuto l’obiettivo di frenare le speculazioni sulla tenuta dell’Unione europea, colpita dal rally dei rendimenti obbligazionari. Draghi ha tentato di convincere gli investitori internazionali e ha dipinto l’economia dell’Eurozona come non così spacciata. In quella stessa occasione il presidente BCE ha promesso di fare tutto il necessario per salvare la moneta unica e ha accompagnato le sue dichiarazioni con un programma di acquisto del debito dei Paesi più in difficoltà, il tutto in cambio di riforme strutturali. Una semplice frase pronunciata dal presidente Draghi è bastata a convincere gli investitori e a frenare le speculazioni sul collasso dell’euro e del blocco. Ma non solo. Il discorso è stato un vero e proprio appello ai governi dell’Eurozona per una maggior integrazione e l’adozione di riforme economiche necessarie per rafforzare la comunità, due elementi che tuttavia stanno arrivando con molto rilento – complici anche i già menzionati deliri sovranisti anti-Euro che stanno frenando l’adozione di policy comunitarie e lo sviluppo dell’Unione.

Il nome di Mario Draghi alla BCE sarà per sempre legato al Quantitative Easing europeo. Grazie al QE, ossia al piano di acquisti di titoli pubblici, Draghi è riuscito nell’ambizioso obiettivo di stimolare l’inflazione e tenere a bada lo spettro giapponese di una deflazione strutturale che per Tokyo può andare bene ma per l’Europa sarebbe stato un dramma. La manovra riuscì, gli spread sui titoli di stato rientrarono gradualmente, le condizioni dei sistemi finanziari si normalizzarono. Qualcuno dice che venne privilegiato il salvataggio delle banche e non si pensò a sostenere l’economia reale, cioè le famiglie e le imprese. È un’obiezione infondata: se non si fossero salvati prima di tutto i governi indebitati e poi i sistemi creditizi, sarebbero state proprio le famiglie e le imprese a pagare il conto più salato. Una crisi generalizzata avrebbe travolto tutti e quindi averla scongiurata è stato un beneficio collettivo. Impossibile valutare chi ne abbia tratto più vantaggi.

A livello di denaro, il discorso sull’Euro e la conseguente azione della BCE ha incrementato di 5 mila miliardi di euro il valore delle Borse e degli asset a reddito fisso, cioè bond governativi, corporate e high yield. L’impatto del discorso sui bond (calcolato su Francia, Germania, Italia e Spagna), è stato poi di circa 1.500 miliardi di euro. Tuttavia gli anni seguenti al QE hanno osservato un rapido deprezzamento della moneta unica contro il dollaro statunitense, il contrario di quanto successo durante il “Draghi Day” in cui l’Euro aveva guadagnato un punto percentuale sulla valuta a stelle e strisce. Questa maggiore debolezza ha reso comunque le società europee più competitive sui mercati internazionali. Quella politica d’emergenza è proseguita a lungo e dura a tutt’oggi. Misure che si rendono necessarie a causa della perdurante debolezza dell’economia nell’Eurozona, con importanti rischi al ribasso, e dell’inflazione che continua a restare sotto la soglia ottimale del 2%.

L’ultimo consiglio direttivo a guida dell’economista italiano promette di farsi ricordare concedendo la misura che i mercati attendevano con ansia: un nuovo QE da 20 miliardi di euro al mese, senza scadenza, che partirà a novembre e immetterà nuova liquidità negli Stati membri dell’Unione, rimpolpando le casse delle banche e stimolandole a concedere finanziamenti all’economia reale.

Consiglio direttivo di certo non a prova di coltelli da parte dei governatori delle banche nazionali francese e tedesca, François Villeroy de Galhau e Jens Weidmann, che hanno bocciato il nuovo piano di acquisto dei titoli. Ma alla fine l’ha spuntata Draghi e la BCE tornerà a iniettare liquidità. Questo, tuttavia, non sgombra il campo dai dubbi sulla sua possibile riuscita. Ma soprattutto apre la prima vera questione che caratterizzerà il mandato di Christine Lagarde, pronta a prendere il testimone da Draghi il primo novembre: la Lagarde pare sulla scia del suo predecessore, ma ora che la Francia ha votato contro al QE, cosa farà il nuovo capo della Bce?

Ci sarà tempo per vedere e capire. Oggi è il giorno della vittoria di Draghi. In Italia si festeggia: dal ministro per gli Affari europei Enzo Amendola al commissario UE Gentiloni e alle Borse. Draghi fa volare i BTP, i cui rendimenti hanno segnato un nuovo minimo storico. Lo spread a 138 punti base, ai minimi da maggio di un anno fa. Anche questo è l’effetto dell’ultima vittoria di Draghi a Francoforte. Mario l’italiano, come direbbe qualche tedesco.

In conclusione, seppur con alcune pecche, i risultati raggiunti da Draghi sono indiscutibili: senza Draghi alla BCE il default dell’Italia sarebbe stato molto probabile e l’Euro sarebbe crollato. L’attacco speculativo violentissimo contro i BTP avrebbe costretto l’Italia a tornare alla Lira, con conseguenze inimmaginabili per società e famiglie. Se è vero che senza Draghi l’Euro sarebbe finito allora è altrettanto vero che senza moneta unica l’Eurozona avrebbe dovuto fare i conti con una corsa dell’inflazione. Mai dimenticare, infatti, che negli anni più caldi della crisi finanziaria si parlava di scenario argentino per l’Italia e per l’Europa. Draghi è destinato a entrare nella storia dell’Eurozona e in ogni testo di economia.

Ragionare a posteriori su errori e sbagli è lecito ma si dovrebbe sempre considerare quello che era il contesto di quegli anni. Investitori ed economisti lo sanno. Draghi ha dato lustro al nostro Paese, contrastando perfino il sospetto dei suoi avversari che le sue scelte fossero volte a favorire la sua Italia. La coesione europea da lui auspicata purtroppo tarda ancora a farsi sentire, ma è qui che entra in gioco quello che si può considerare il lascito di Mario Draghi: utilizzare gli aiuti e i soldi della BCE non come mera e comoda liquidità, ma per fortificare e migliorare l’economia. Sia dal punto di vista nazionale che da quello comunitario.

Lorenzo Rossi
Studente di Scienze Politiche. Nichilista e appassionato di geopolitica. Solo la ricerca persistente e inquieta della conoscenza crea uomini di ragione.