La metamorfosi di Conte

Un nuovo, sconosciuto fenomeno politico: Giuseppe Conte.

Il momento fatale è stato il 20 agosto, tra le sete e i velluti del Senato. Quel giorno Conte ha attaccato ripetutamente Salvini, come un pugile sul ring, fino a mandare l’avversario al tappeto. A un certo punto si è girato verso il ministro, gli ha posato una mano sulla spalla e con una frase sibilante ha portato l’attacco fino al cuore della costruzione di propaganda e consenso del leghista:

Chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare, durante i comizi, di accostare agli slogan politici i simboli religiosi. Matteo, nella mia valutazione questi comportamenti non hanno nulla a che vedere con il principio di libertà di coscienza religiosa, piuttosto sono episodi di in- coscienza religiosa, che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e nello stesso tempo di oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello Stato moderno.

Nel frattempo Salvini si agitava, facendo smorfie e faccette. È stato questo l’atto finale della crisi di Ferragosto che lui stesso aveva provocato, da una spiaggia assolata, 12 giorni prima.

Non è un caso, e tale non deve sembrare, il fatto che Conte abbia usato la vicenda religiosa per colpire Salvini. Essa ha rappresentato per mesi lo spauracchio del dibattito politico: Salvini lo faceva, a sinistra si indignavano, al governo tacevano. Era stata una delle catene con cui il leghista aveva assoggettato e legato a sé il Movimento 5 Stelle. Tirarlo fuori alla resa dei conti, dunque, era la dimostrazione che il premier stesse riconquistando spazio di manovra. Sottinteso: per andare con il Pd.

La soluzione della crisi, con la nascita del Conte bis, consegna un nuovo panorama politico. Giuseppe Conte ha nuovo ruolo. Dismessi i panni del garante del contratto di governo tra Lega e grillini, sta provando a rivestirsi, questa volta da leader illuminato e progressista. Parla di “nuovo umanesimo”, di “stagione riformista”. Sogna di porsi a capo di una alleanza organica tra il centrosinistra e i Cinque Stelle, in grado di governare e mantenere la nuova destra all’opposizione. Il punto di partenza di questa strategia risale proprio a quel 20 agosto, mentre elencava tutte le recriminazioni e i riprovi che aveva taciuto per quattordici mesi. Sfruttava insomma il palco che Salvini aveva pensato per sé — la rampa di lancio verso le elezioni anticipate e il trionfo elettorale — per indebolire il suo vicepremier e, probabilmente, segnarne la prima grande sconfitta della sua carriera.

La tempistica di questa crisi è emblematica. Salvini liquida il governo e solo dopo, quando probabilmente aveva già in tasca l’accordo con il Pd, Conte decide di attaccarlo. Inutile dire che questa linearità è sospetta.

Non solo. A inizio settembre Francesco Verderami ha proposto sul Corriere della Sera una versione alternativa della crisi d’agosto:

Il 16 luglio i giallo-verdi si erano divisi nel voto sulla presidenza della Commissione europea. L’elezione della popolare von der Leyen con il concorso di Pd e M5S non era considerata allora l’atto di nascita della nuova maggioranza, ma nemmeno una settimana dopo (il 22 luglio) il dem Franceschini rilasciava al Corriere un’intervista in cui sosteneva che «i Cinquestelle sono diversi dalla Lega», e si appellava a Conte e Fico dicendo che «insieme possiamo difendere certi valori». Due giorni più tardi al Senato, il premier — oltre a parlare di Salvini e del Russiagate — annunciava che «in questo consesso tornerò se ci fosse una cessazione anticipata del mio incarico». Così “la crisi più pazza del mondo” appare adesso una sorta di crisi pilotata.

Adesso Conte — ed è il risultato di questa ardita manovra politica — non ha più vicepremier, e nemmeno contraenti. Solo i leader dei due partiti che lo sostengono. Su questa nuova alleanza — che nei giorni scorsi ha trovato battesimo per la prima volta anche a livello locale, in Umbria — Zingaretti sembra scommettere più di Di Maio. Il segretario democratico, schiacciato tra la giravolta di Renzi e la richiesta di responsabilità di Mattarella, ha dovuto inizialmente cedere. Adesso, però, insiste molto sulla necessità di far funzionare questo accordo, di dare risposte, come unica alternativa al ritorno trionfale di Salvini.

Ecco il punto. Cosa può fare di concreto questo governo? Se il leader leghista è stato l’anima del precedente esecutivo, Giuseppe Conte ne è stato il volto. Ha firmato i due decreti sicurezza, gli atti di chiusura dei porti (arrivò ad autodenunciarsi alla Procura di Catania con gli altri ministri), ha difeso Salvini sulla vicenda delle presunte tangenti russe, ha avallato la scelta di salvarlo dal processo per sequestro di persona, ha sposato la linea leghista sulla Tav e le grandi opere, gli ha consentito insomma di fare tutto ciò che faceva. Nei quattordici mesi in cui Salvini è stato al Viminale, tra felpe, costumi da bagno, bagni di folla e polemiche, non ha mai accennato a una seppur minima presa di distanza. Mentre il leghista egemonizzava il governo, oscurando i Cinque Stelle ed esponendo l’Italia alla più radicale svolta a destra della sua storia, Conte taceva. Sulla Russia e i rapporti con Putin, sull’amicizia con Orban, sugli insulti alla Francia, Conte taceva.

Come può ora essere il volto di un cambiamento radicale, per giunta di sinistra?

Solo sulle questioni europee il premier ha maturato un po’ di credito, per essersi imposto come dialogante nei confronti delle istituzioni comunitarie. Oggi infatti la prima evidenza del nuovo governo è l’accentuata impronta europeista.

Per quanto si è visto fino a oggi, Conte non rappresenta solo l’essenza del trasformismo italiano.

Non è semplicemente passato da destra a sinistra, dopo peraltro essere stato di sinistra fino al 2018, per quanto ha dichiarato. C’è uno stadio successivo del trasformismo. Conte va bene per tutte le stagioni, per tutte le alleanze, per tutte le maggioranze. È uno sconosciuto fenomeno politico, oltre ogni forma di schieramento, di ideologia e persino di idea. Non perché non abbia idee: le ha tutte, a seconda del periodo. La scomparsa dei partiti e l’appiattimento del dibattito pubblico su questioni microscopiche ha spalancato praterie politiche, dentro le quali possono inserirsi solo figure come quella di Conte. Non solo sbiadite, ma proprio vuote.

Il filosofo Massimo Cacciari ha parlato di “destrutturazione totale dello spazio politico”. Come se non ci fosse più bisogno di idee e visioni politiche. E infatti Conte ha guidato un’operazione politica che ha estromesso Salvini dal governo e ha conservato la carica di premier in due diverse maggioranze radicalmente alternative senza esprimere una sola posizione politica. Non male.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

Commenta