Odiare ti costa: un progetto tra due fuochi

Il fatto che il web, e le sue infinite possibilità di come agire, sia un’arma a doppio taglio, è ormai consuetudine e riconosciuto da tutti. Il fenomeno dell’hate speech virtuale, sia da parte di semplici persone, che da personaggi pubblici, è frequente, e prevede una catena di reazioni che, talvolta, si rivoltano contro lo stesso odiatore, che lestamente si rifugia in un qualche fantascientifico “diritto alla critica” o “discorso satirico”.

Tuttavia, le reazioni da chi voglia arginare il fenomeno dell’odio sul web, che spesso si può trasformare in vero cyberbullismo con conseguenze tragiche, nonostante siano presenti appaiono ancora chimeriche; “Odiare ti costa” è un progetto con pochi mesi di vita, ma che ha già ampiamente fatto parlare di sé, specialmente in modo negativo.“Odiare ti costa” è un progetto creato dall’avvocatessa Cathy La Torre e Maura Gancitano, filosofa e gestrice della casa editrice “Tlon”, nato il 21 luglio scorso, il cui campo d’azione è quello del fenomeno dell’hating online. Tuttavia, l’obbiettivo di questo progetto è il vero bandolo della matassa, poiché nonostante le ingentissime adesioni iniziali (ben 24mila in poco più di una settimana), il suo manifesto, così come il video introduttivo, apparirebbero fuorvianti, tramite sistemi di contravvenzione verso gli haters poco consoni.

I canali principali su cui informarsi dell’iniziativa sono prevalentemente Facebook e Instagram; da essi siamo in grado di ricostruire cronologicamente l’andamento del progetto, notando l’enorme ambiguità delle premesse iniziali, conoscibili grazie al primo video caricato sulla pagina Facebook di Odiare ti costa, il 22 luglio.

I punti che stonano arrivano quando La Torre e Gancitano enunciano sì di voler contenere l’odio in rete, ma con le vie legali come mezzo principale, se non unico. Visualizzando il primo video, la conclusione è quella di essere davanti ad un progetto di “querela dei vaffa”, in cui si risponde davanti ad un tribunale ad insulti o diffamazioni, una pratica tanto dispendiosa di tempo quanto di denaro (escludendo quindi i casi in cui il diritto deve necessariamente intervenire a riguardo, come discriminazioni razziali o diffamazioni rese pubbliche).

Non solo, ma vi è anche un appello agli spettatori, in cui si chiede la partecipazione di volontari dalle più disparate competenze, tra cui “investigatori privati” e “hacker etici”; ruoli (specialmente l’ultimo) che a caldo richiamerebbero attività poco ortodosse per chi vorrebbe combattere il fenomeno senza passare dalla parte del torto, facendo emergere un lato del progetto volto alla promozione del farsi giustizia da sé, escludendo l’intervento della polizia postale.

Neanche a dirlo, ciò che ottenne inizialmente la pagina fu uno scetticismo serpeggiante.

Open ha voluto dedicare un articolo a riguardo, manifestando l’errata modalità con cui il progetto vuole combattere gli haters. Fortunatamente, i chiarimenti da parte dei rappresentanti del progetto non si sono fatti attendere.

In una live risalente al 7 agosto, Maura Gancitano ha voluto far luce sui punti più contestati della vicenda, asserendo che: «Odiare ti costa non è un progetto giustizialista», ma con l’obbiettivo di combattere il fenomeno dell’hating senza ricorrere a misure drastiche; lo scoglio rimane il “come”. La stessa Gancitano ha asserito che il progetto, essendo ancora in fase embrionale, non ha ancora una metodologia per sensibilizzare su questo fenomeno, ma che si sarebbero messi all’opera, avendo come punto di forza quello della prevenzione iniziale, che attuano già altri movimenti di contrasto come “Generazioni connesse” e “Parole O_stili”, tramite la vendita di testi pedagogici per i più piccoli, e documenti didattici rivolti invece a tutti.

Altra persona di spicco e fervida sostenitrice del progetto è Michela Murgia, che durante la trasmissione “Che Tempo Che Fa”, ha voluto introdurre agli spettatori “Odiare ti costa”, il cui fine è quello di aiutare le parti lese a difendersi dagli insulti, oltre ad un’analisi che il progetto eseguirà sul fenomeno dei bot, ossia account fake volti esclusivamente a soffiare sul fuoco dell’indignazione online.

Matteo Lo Presti
Calciofilo e meme lord, il tutto innaffiato da Poretti 9 luppoli. Amo i tatuaggi, la filosofia morale, la Liguria e scrivere. Sogno l'autarchia e l'atarassia.

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