Buenos Aires’ diary. Parte 1

Buenos Aires.
Capitale dell’Argentina, sud America, mondo nuovo. A dire il vero questo paese, per noi italiani, non è proprio del tutto sconosciuto. A ondate migratorie in tempi differenti ci siamo, per buona parte, “impadroniti” di questa terra tanto che, secondo alcune statistiche, più di un argentino su due ha almeno un antenato o un nonno italiano.

La città di Buenos Aires è composta da una “capitale”, formata dai quartieri più importanti come Puerto Madero, Recoleta, Palermo, Belgrano e un, come lo chiamano qui, “conurbano” che comprende e include tutte le periferie e l’hinterland della città.
Per comprendere la vastità di questa metropoli basta pensare che per raggiungere dalla prima periferia il centro della città ci vogliono, a piedi, 4 ore e mezzo, per un totale di 21 km.
All’interno del famigerato conurbano vivono circa 16 milioni di persone e nell’intera Argentina, ossia un paese grande quasi 9 volte e mezzo l’Italia, si riscontra un totale di poco meno di 45 milioni di abitanti (dati INDEC 2019).
 

I “barrios”, o quartieri, rappresentano una parte di città in piena linea con la visione dei quartieri nord americani.  Ci muoviamo attraverso il quartiere Martinez, che ospita le famiglie che appartengono economicamente ad una fascia abbiente che, lì in Argentina, rappresenta circa l’11% della popolazione totale. Villette a schiera con piscina, strade attorniate dal verde di piante curate e super macchinoni. 

Se nei film targati USA siamo abituati a vedere le ville a schiera bianche, del tutto uguali e con la più classica delle bandiere a stelle e strisce in stile “We will make America great again!”, qui è completamente diverso. Le villette hanno i colori più disparati e le modalità costruttive sono estremamente differenti. Si passa dalla casa domotica di ultima generazione a quella in stile vintage anni ’60. Oppure da quella che appare come una casa olandese, alla villetta mal ridotta con piante allo stato selvaggio.

La città di Buenos Aires è però anche ricca di forti contrasti. Alla ricchezza di alcuni barrios si contrappone la povertà delle cosidette “villas”. Le villas sono un po’ come le banlieue parigine, dei veri e propri quartieri sparsi un po’ dappertutto per la città caratterizzati da una povertà e un degrado imperante. Sono luoghi dove, se non si conosce la zona o persone al suo interno, non è consigliabile addentrarsi, dato anche l’alto tasso di criminalità.
La presenza di queste villas e della conseguente criminalità, data dal forte tasso di povertà, ha costretto e condizionato l’ambiente urbano. Infatti alcuni quartieri benestanti sono stati costruiti, fin dal principio, chiusi. Vengono chiamati appunto, “barrios cerrados”. Ho assistito personalmente alla visione di uno di questi “barrios cerrados” in costruzione. La prima cosa che viene infatti costruita sono le mura esterne e solo una volta completate queste ultime si procede all’edificazione delle villette interne. Come se fosse un’oasi privata e protetta.

Perché la regola numero uno che contraddistingue il Sud America dall’Europa, per esempio, è che – a detta degli argentini stessi-mentre per quasi tutte le città europee l’aggettivo “quartiere brutto” non corrisponde forzatamente a “quartiere pericoloso”, qui in Sud America si.

Parlare di quartiere “brutto”, infatti, significa parlare di insicurezza costante.


La sicurezza qui costa e si paga. Non a caso, una curiosità dei quartieri aperti e benestanti, che perciò non hanno mura, è la presenza di gabbiette agli angoli degli incroci con un uomo costantemente di guardia 24 ore su 24.
Questo “giro di guardie” funziona in modo molto semplice: le persone che vivono in una via o in un insieme di “cuadras” (metro di misura che usano loro per indicare l’ubicazione, una “cuadra” equivale a 100 metri più o meno.)  pagano una terza persona, una specie di “imprenditore di guardie”, che a sua volta pagherà i vigilanti all’interno dei gabbiotti.

Altro aspetto importante è il sistema scolastico.
A Buenos Aires la concezione della “scuola privata” è estremamente significativa. Fin dall’infanzia vi è una forte distinzione appunto tra liceo pubblico e liceo privato. Il livello dei licei statali, salvo un paio richiestissimi, lascia molto a desiderare. La scuola pubblica costa, più o meno, come la nostra ma vi è una scarsa attenzione e preparazione generale.
Secondo le statistiche INDEC (Instituto Nacional De Estadistica y Censos), l’80% totale della popolazione argentina aderisce ad un insegnamento in una scuola pubblica, mentre la media nella sola città di Buenos Aires (di alunni aderenti a scuole pubbliche) si abbassa al 60%.
Per quanto riguarda licei o college privati, la situazione è differente. Mediamente l’insegnamento è eseguito del tutto in lingua inglese, salvo spagnolo, e il livello di preparazione è più che buono. Anche in Argentina si predilige il modello d’insegnamento “anglosassone”; Più pratica, meno teoria.

Parlando di università, qui le università pubbliche sono completamente gratis e di livello. La famigerata UBA, l’università statale di Buenos Aires, è considerata performante tanto quanto le altre università private se non di più. La pecca di quelle statali però, riguarda l’organizzazione dei corsi e la “presenza saltuaria” di professori in alcune materie.
Le rette universitarie si pagano ogni mese (per 12 mesi l’anno) e vanno in base alla qualità dell’insegnamento, al prestigio dell’università e al prestigio proprio di ciascuna carriera. Per capirci, la retta di medicina, che è una tra le più care, costa di più di psicologia o di lettere.
Per fare i conti in tasca agli argentini, una retta di psicologia, in una università privata (es. UB, Universidad de Belgrano) ti costa in media 15000 pesos al mese, il nostro corrispettivo di 300 euro (più o meno). Una di medicina (es. Universidad Austral) arriva a costare 30000 pesos ogni mese, quasi 600 euro.
Un dato statistico significativo risiede nel fatto che solamente l’11% degli adulti argentini possiede una laurea (di minimo 4 anni) o un “titulo terciario”, che sarebbero le nostre corrispettive triennali.
In Europa invece, i dati Eurostat sentenziano che l’Italia sia penultima per numero di laureati, davanti solo alla Romania, con una percentuale del 26% (tra maschi e femmine) rispetto alla media europea del 38,8%. 

Ma l’Argentina è ben altro oltre quanto descritto in precedenza e il vero “espìritu argentino” si può trovare nel famoso quartiere della Boca.


Seppur sia diventato negli anni una delle mete turistiche principali di Buenos Aires, per le sue viuzze con case colorate, la Boca racchiude e conserva un fascino superiore poiché, da quartiere povero di periferia qual è, rappresenta l’emblema della vera Argentina.


Persone dal sorriso accogliente, ristoranti all’aperto che includono la possibilità di assistere ad uno show di tango, bancarelle di souvenir argentini e un costante aroma di carne alla brace.
Questo è un quartiere dove, quasi ad ogni angolo della strada, ti puoi imbattere in un classico sud americano “tarchiatello” che gestisce divinamente una griglia larga quanto un pianoforte.  Filetto di maiale, costine, salsicce, salamelle, la Boca non rappresenta per eccellenza il “paradiso del vegano”. A contorno della carne si sentono gli odori più classici da furgoncino-panini dello stadio, ovvero, peperoni e cipolle grigliate. Qui un pasto che si mangia spessissimo è il “choripan”. Il choripan assomiglia al nostrano panino con la salamella. Nel loro caso però la salamella è accompagnata obbligatoriamente da una salsa piccante a base di peperoncino; la salsa chimichurri.

Un ultimo emblema rappresentativo di questo paese; il calcio, con il suo fanatismo e i suoi campioni. La Boca ospita, tra le altre cose, la famigerata “Bombonera”, ovvero lo stadio della squadra locale del Boca Juniors. La Bombonera, per intenderci, rappresenta “La Mecca” di ogni appassionato di calcio. Almeno una volta nella vita ti devi recare lì in pellegrinaggio a contemplare quel “sacro tempio” legato a questo sport.

Proprio qui, in questo barrio, si possono osservare intere famiglie, in cui tutti sono vestiti da capo a piedi con le casacche e cappellini del Boca. Tutti riuniti ad un tavolino a mangiare i choripan e a ridere e divertirsi aspettando la partita.
Vita reale, vita vera. Cultura, costume e tradizione ma soprattutto bellezza in quanto diversità.
E può anche capitare di riscoprirsi vulnerabili, sensibilmente parlando, se tra un coro e l’altro ci si imbatte in un bambino che, scalpitante, canta l’inno della propria squadra con ancora il suo “musino” sporco di salsa chimichurri.