Hong Kong: mesi di proteste senza tregua per libertà e diritti civili

Le immagini che rimbalzano su giornali e telegiornali inquadrano fiumi di persone con elmetti gialli e mascherine antigas che si scontrano ferocemente con la polizia. Centinaia i feriti gravi, migliaia le persone ricoverate negli ospedali, ormai pieni ben oltre la loro capienza. Eppure le proteste non si placano e la gente si riversa ancor di più per le strade. Vi è una data di inizio degli eventi e risale a qualche mese fa; 31 marzo 2019. Ma per comprendere al meglio le vicende narrate bisogna fare il punto di questa situazione, non tanto chiara alla maggior parte di noi.

Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese. Per regione “speciale” s’intende che fa sì parte della Cina ma che non si può definire totalmente cinese. Per capirci di più su quest’ultima frase bisogna fare un passo indietro. Nello specifico, dobbiamo tornare alla metà dell’800 quando, tra Cina e Regno unito, si combatterono le così dette “guerre dell’oppio”. Questi due conflitti decretarono il passaggio e la cessione dell’isola di Hong Kong al Regno Unito.

Nel 1997, tra le due potenze, fu siglato un nuovo accordo che prevedeva che dal primo luglio di quell’anno, la sovranità sul territorio di Hong Kong sarebbe passata alla Cina ma che, allo stesso tempo, per altri 50 anni, fino cioè al 2047, sarebbe rimasto in vigore un principio fondamentale.

“One country, two systems”, “un paese, due sistemi”, che avrebbe permesso agli abitanti di Hong Kong, e anche a quelli della vicina ex colonia portoghese di Macao, di vivere secondo i valori occidentali.

Non a caso, Hong Kong è considerata un’isola di libertà in stile occidentale, altamente sviluppata e densamente popolata con quasi 7 milioni di abitanti su una superficie poco inferiore a quella di Roma. Ricopre l’importantissimo ruolo strategico di snodo commerciale e finanziario, nonché approdo per i dissidenti in fuga dalla Cina continentale dove viene rigorosamente rispettato lo stato di diritto.

Il suo sistema politico è democratico e multipartitico e include la tripartizione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), esattamente come nelle nostre democrazie occidentali. La Cina continentale, d’altro canto, è una repubblica socialista monopartitica che noi occidentali, per comprenderci meglio, definiremmo una dittatura guidata da un solo partito. Tutti i poteri costituzionali sono affidati al Partito Comunista Cinese.

Ogni cosa, all’interno del paese, è controllata dal Partito. La magistratura, il parlamento, l’esercito, l’economia, l’industria, la proprietà privata e tutto il resto. I manifestanti, scesi in piazza ad Hong Kong il giorno del ventiduesimo anniversario del ritorno alla Cina, chiedevano la cancellazione di un progetto di legge, poi soltanto sospeso, che consentiva l’estradizione sul continente di contestatori e sospetti criminali, così sottoposti al giudizio dei tribunali cinesi. Un provvedimento voluto fortemente dalla governatrice Carrie Lam, accusata di essere una pura esecutrice delle disposizioni di Pechino.

Gli oppositori della Lam, già poco considerati in passato anche a seguito della “rivoluzione degli ombrelli” (2014), vedono un’opprimente stretta su giustizia e diritti umani. Ingiusti processi e dubbi sequestri sono all’ordine del giorno e stanno smantellando in fretta quello stato di libertà che è sempre stato parte fondamentale di Hong Kong.

L’intento, da ciò che si dice, sembra quello di anticipare il ritorno alla Cina continentale e di imporre un vero e proprio progetto di configurazione identitaria sul modello autoritario. Un estremo ed anticipato tentativo di “cinesizzare” quello che viene considerato da tutti il vero faro occidentale dell’estremo oriente. La paura che sta continuando a far smuovere le masse è derivante anche dal ricordo delle proteste di piazza Tienanmen, represse duramente nel sangue nel 1989. La totale censura messa in atto dal potere centrale, per celare quei tragici eventi, sembra dare i suoi frutti. Infatti oggi i ricordi di quelle drammatiche proteste si fanno sempre più sbiaditi e il governo di Pechino ne ha ordinato la cancellazione più totale rendendo inconsapevoli di quanto successo le nuove generazioni.