Joker mette in scena il Disagio della civiltà

Commentare un film non è un compito semplice, in tutti i casi. In certi casi, diventa anche più complicato del solito. A volte, la pellicola parla così nel profondo allo spettatore, la storia ha così tanto da raccontare, il lavoro di regia e di recitazione porta alla luce così tante sfumature di emozioni diverse che trovare le parole adatte per raccontare ad altri tutto ciò che si è provato in sala diventa estremamente difficile. Sono pochissimi i film del genere, c’è chi sostiene che addirittura ne esca solo uno ogni cinque – se non dieci – anni. Joker di Todd Phillips (il vincitore del Leone d’Oro di Venezia 2019) è uno di questi.

Una sola parola universalmente comprensibile già richiama alla mente di chi si accinge ad entrare in sala un certo tipo di sottotesto e di background fumettistico-cinematografico: Joker, “il cattivo di Batman”, “quello del «Why so serious?»” e così via. “Joker” implica la dicotomia bene-male, la forza della pazzia che si scaglia contro l’eroicità statuaria di Bruce Wayne, il tutto nella cornice cupa della città di Gotham. Ma, a differenza di quanto accade con i cinecomics più in voga di questi tempi, nel momento in cui le immagini iniziano a susseguirsi sullo schermo ogni nostra aspettativa è distrutta, e ci rendiamo subito conto che tutte le pre-informazioni che avevamo su Joker sono in realtà inutili. Joaquin Phoenix impersona Arthur Fleck, che è sì un personaggio tratto dall’universo DC, che sì vive a Gotham, che sì si confronta con i Wayne, che sì diventerà Joker, ma che con l’origine questo universo non ha nulla a che fare.

La scelta di portare in scena il personaggio di Joker da parte di Phillips è in realtà una scelta dal significato metaforico.

Tralasciando le speculazioni di alcuni riguardo a movimenti economici di botteghino (d’altra parte, i cinecomics sono appunto i film più in voga del momento), tra i vari villains possibili la scelta di Joker dona la possibilità di analizzare a fondo la profonda contraddizione interna della nostra società: è sempre richiesto un livello alto di allegria, serenità e spensieratezza, restando però “nella norma” e senza mai prendere atto di situazioni di problematicità create dall’ambiente stesso che si vive tutti i giorni.

In questo senso, la risata di Arthur è la rappresentazione più forte della crepa della comunità. Cosa, infatti, più della risata è un gesto spontaneo e ben visto da tutti? La chiediamo ai bambini piccoli, siamo contenti quando la suscitiamo in altri, la cerchiamo in continuazione. Eppure, nel momento in cui Arthur inizia a ridere, chiunque, intorno a lui, gela: la sua risata acuta e per nulla rassicurante, che su di lui funziona più come un continuo accesso di tosse involontario, è scatenata non da momenti di ilarità ma da un disturbo mentale, e mette a disagio chiunque: proprio come mette a disagio Arthur, che vorrebbe diventare un comico ma a cui nessuno vuole dare ascolto. E se le persone non danno ascolto, non si ha nessuno a cui raccontare i propri problemi, ma neanche a cui dire le proprie barzellette.

La storia di Arthur è fortissima: descrive accuratamente il disagio psicologico, la violenza cruda, l’ipocrisia del mondo, persino la lotta di classe.

Seppur in modo diverso, parla a tutti gli spettatori della sala. Ci si sente chiamati in causa in ogni scena: l’apporto emotivo è così forte, che passano in secondo piano le teorie sulla linea temporale del film. Conta solo Arthur che, lentamente, si trasforma in Joker, cadendo sempre più nel burrone della disperazione e dell’inquietudine, ma guadagnandone in qualche modo in autenticità e leggerezza, divenendo così un danzatore folle che lascia dietro di sé una scia di sangue e una Gotham distrutta e in rivoluzione.

Freud parlava di un “disagio della civiltà”: l’uomo moderno si trova in contrasto con il mondo in cui vive perché questo lo obbliga a frenare le sue pulsioni istintive, in cambio di sicurezza e progresso. Inevitabilmente, quindi, l’uomo si sentirà sempre a disagio, sempre infelice, sempre insoddisfatto. Joker porta tutto questo alle estreme conseguenze: con tutta la sua poesia, lo fa in maniera straordinaria.

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Valentina Testa
Guardo serie tv, a volte anche qualche bel film, leggo libri, scrivo. Da grande voglio diventare Vincenzo Mollica.

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