La danza dei due Matteo

La politica italiana si nutre da sempre di dualismi profondi, accesi, polarizzanti: Togliatti e De Gasperi, Craxi e Berlinguer, D’Alema e Veltroni, Prodi e Berlusconi.

Da qualche mese se n’è affacciato un altro, quello tra Matteo Salvini e Matteo Renzi.

Sono loro i due leader al centro della scena: si annusano, si stuzzicano, in fondo si assomigliano. Poco dopo la nascita del Conte due, l’ex sindaco di Firenze confessò di sentirsi con il leghista via sms:

Ho mandato un messaggino a Salvini quando si è dimesso e lui aveva fatto lo stesso com me dopo il referendum. Era giusto dire: sei il mio avversario e lo sarai sempre ma ti concedo l’onore delle armi.

Emerse allora un rapporto di ammirazione tra i due, un rapporto in grado di sorvolare sulla dura battaglia politica e ideologica innescata dall’arrivo di Salvini al Viminale e dall’adozione di politiche restrittive sull’immigrazione.

L’attuale panorama politico li vede entrambi in difficoltà. Da una parte l’ex ministro dell’Interno ha subito in estate una sconfitta pesantissima: il suo progetto di andare a Palazzo Chigi passando per le urne è fallito e la sua immagine è offuscata dalle inchieste sulla Russia e i presunti affari tra la Lega e gli ambienti vicini al presidente Putin. Lunedì 21 Report (Rai Tre) ha mandato in onda un servizio inquietante che ha ricostruito la vicenda e ha gettato luce sull’antico rapporto tra il segretario leghista e il suo collaboratore Savoini. Salvini, su questo punto, non risponde. Si ostina a evitare la questione e a liquidarla con qualche battuta. Il problema di fondo è che nelle ultime settimane, a dispetto dei sondaggi sempre confortanti per la Lega, si sta affermando per lui l’immagine di leader poco trasparente.

Cosa nasconde Salvini? Perché non risponde definitivamente e non allontana i sospetti che lo circondano?

Probabilmente queste domande resteranno senza risposta a lungo. Ciò che si può cogliere con facilità è però il dualismo della condizione attuale dell’ex vicepremier: da una parte riempie le piazze e ricompatta il centro-destra, dall’altra appare in difficoltà, incapace di risollevarsi dallo smacco subito a ferragosto. È come ingabbiato nel personaggio duro, pragmatico e sbrigativo che si è costruito. Ha alzato l’asticella delle aspettative — sempre di corsa, onnipresente — e adesso fa fatica a restare al passo.

Questa situazione è straordinariamente affine a quella dell’arcinemico Matteo Renzi. Dopo le sconfitte al referendum del 2016 e alle elezioni politiche del 2018 la sua leadership è entrata in forte crisi. Persi il governo e il partito, si è ritrovato a capo di una minoranza rumorosa e abbastanza antipatica. Renzi e i renziani, infatti, sono la fazione politica meno popolare del Paese. L’ex premier ha provato in tutti i modi a rimanere a galla, a non mollare definitivamente gli ormeggi. Questa estate ha avuto l’occasione di tornare in campo e l’ha sfruttata con grande furbizia.

Abiurando la storica avversione ai Cinque Stelle e propiziando la nascita del nuovo governo, Renzi ha riconquistato il centro della scena.

Non è certo tornato simpatico, né popolare. Ha però ritrovato lo spazio politico che aveva perduto e si è riscoperto il politico spregiudicato che è sempre stato. La fondazione di Italia Viva, partitino per definizione, gli consente di controllare il governo. Nel sistema italiano, infatti, una manciata di parlamentari può diventare decisiva: è questo il gioco scelto da Renzi per i prossimi mesi. Intanto, si alimentano le voci: farà cadere il governo? Durerà? E il dibattito che ne consegue gioca a suo favore, lo rivitalizza. Inutile dire che in questo schema il grande assente è il dibattito sull’utilità di questo esecutivo: se non porterà risultati consegnerà il Paese a Salvini, con tanti saluti a Conte, Di Maio, Zingaretti e allo stesso Renzi.

In ogni caso la mossa di Renzi — prima il governo e poi la scissione — è stata una vera e propria mossa del cavallo che ha rimescolato le carte in gioco

La scelta di andare da Vespa per un dibattito dimostra l’attrazione tra i due leader.

Il confronto è stato prevalentemente personale, tra due proposte, due atteggiamenti, due immagini che si dipingono come radicalmente alternative. Il linguaggio disinibito e l’ostentata rivalità non hanno fatto che esaltare il cortocircuito di fondo: due leader simili che si affannano a sembrare diversi. I pochi contenuti espressi e la vaghezza delle proposte non deve sorprendere: entrambi, in modi e tempi differenti, si sono fatti alfieri del populismo nostrano. La politica degli slogan, degli annunci, del presenzialismo l’ha inventata Renzi. E Salvini l’ha sublimata. Il dibattito tra i due è stato duro, ruvido, teso a rimarcare le differenze. Ma in fondo non sono sembrati così diversi, tra le battutine scontate, gli ammiccamenti e gli attacchi personali.

La spinta innovativa che entrambi avevano espresso si è arenata nei barocchismi del palazzo. Per sopravvivere Renzi è diventato il leader di un partito del 4 per cento e ha fatto carta straccia della sua vocazione maggioritaria, mentre Salvini ha dovuto resuscitare il solito centro-destra con Berlusconi e Meloni, sempre uguale a se stesso dal 1994. Tornare indietro, per andare avanti.

Insomma: giocano allo specchio, si studiano e, soprattutto, dipendono l’uno dall’altro. Il futuro di Salvini dipende dalla volontà o meno di Renzi di tenere in vita il governo. E il futuro di Renzi dipende dalla capacità di resistenza di Salvini. Perché se Salvini resta in campo, il suo avversario naturale è proprio l’ex sindaco di Firenze. Sembra quasi che i due manovrino per riportare in auge il bipolarismo e per arrivare a scontrarsi. Due Italie opposte, persino nemiche, rappresentate da due Matteo simili e affini. Nelle urne, una volta tanto.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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