“Maitress of a Married Man”, la serie tv che scandalizza il Senegal

Si è da poco conclusa la messa in onda della prima stagione di “Maitress of a Married Men”, una serie televisiva senegalese che ha visto il suo debutto a gennaio e che velocemente ha raggiunto altissimi livelli di popolarità (solo il primo episodio conta 3 milioni di visualizzazioni, più o meno quanto tutti gli abitanti di Dakar, la capitale). Si tratta di una sceneggiatura coraggiosa e frizzante, la trama è caratterizzata dai tipici intrighi amorosi di una soap opera ma, al contempo, si propone il chiaro obiettivo di portare sugli schermi la reale e quotidiana cultura senegalese al di là dei tabù. L’ideatrice della serie, la 34enne Kalista Sy, stanca dei personaggi femminili scritti da uomini o estranei alla cultura senegalese, afferma di fare «qualcosa molto senegalese. In primo luogo è per le persone del senegal, poi per il resto del mondo». E ci sta riuscendo: in Francia, chi ha preso parte alla diaspora senegalese non fa altro che scambiarsi opinioni proprio su questo show.

A cosa è dovuto tutto questo successo? Sicuramente dal coraggio spudorato con cui viene offerta una fotografia dello spaccato sociale vissuto dal punto di vista femminile.

Lo show, infatti, porta alla luce tematiche scottanti riguardo la sessualità femminile che, nella realtà, sono nascoste dietro una cultura di “sutura” (discrezione e pudore): si parla infatti di stupro e abuso, di malattia mentale, del potere maschile all’interno della casa, della violenza domestica e della gelosia femminile suscitata dalla poligamia. In Senegal, vige una forma di Islam che il presidente Macky Sall ha definito «moderato e tollerante», ma, tuttavia, è un paese non privo di contraddizioni.

Si pensi, in primis, alla differenza tra come viene vissuta la sfera privata e la sfera pubblica: la donna è libera in spiaggia di indossare il bikini, ma, una volta tornata a casa, l’uomo conserva un potere violento, possessivo e irrispettoso e la donna è costretta ad accettare dinamiche come il tradimento o la violenza fisica. 

“Maitress of a Married Man” ha quattro personaggi principali: Djalika, una professionista di successo, moglie di un marito violento e alcolizzato che la picchia, con il quale alla fine (spoiler alert) riesce a divorziare; Marème, la donna che più ha portato scalpore con le sue parole (vedremo perché) che è l’amante segreta di Cheikh; Lalla, prima moglie di Cheick, la quale crolla mentalmente quando lui prenderà Marème come seconda moglie; Racky, costretta a sottostare alla volontà del suo capo.

Numerose sono le critiche allo show, a partire dallo spontaneo moto d’animo inorridito degli anziani senegalesi, fino ad arrivare all’Organizzazione nazionale del broadcast per la quale lo show non è altro che «parole, comportamenti e immagini scioccanti, indecenti, oscene e offensive».

Il gruppo musulmano più importante in Senegal, Jamra, ha organizzato in un solo anno numerose marce di protesta contro lo show.

Il vicepresidente senegalese, Mame Mactar Gueye, afferma che si tratta di «uno specchio della società senegalese» ma preferirebbe che venisse scoraggiata l’infedeltà femminile piuttosto che giustificata. La critica si è inasprita arrivando a toccare minacce statali di censura quando, in una scena, Marème, prima di uscire per il suo appuntamento, indicando sotto la cintura, dice: «è mia, la concedo a chiunque sia di mio gradimento». Questa frase consiste in una ribellione estrema a cui il Conseil National de Régulation de l’audiovisuel (CNRA) ha risposto con la Decisione N. 0001 / “Denuncia contro la serie TV Maitress of a Married Man”: appellandosi a varie fonti, tra cui la costituzione, al fine di “conservare l’identità culturale senegalese”, la trasmissione dello show viene permessa con la condizione di essere “soggetta ad azioni correttive”.  

È doveroso notare quanto, attualmente, in tutta l’Africa si stia intensificando il fenomeno della censura statale: famoso è il caso in Kenya del film drammatico “Rafiki”, uscito nel 2018, e bannato dalla Kenya Film Classification Board dato che parlava di omosessualità femminile e delle pressioni politiche sui diritti LGBT. Ancora più conosciuto, a noi occidentali (dato che ne parla sia Internazionale che Le Monde), è il recente caso del film “Papicha”, presentato al Festival di Cannes, che parla di un gruppo di ragazze che frequentavano l’università di Algeri negli anni novanta, il “decennio nero”: la proiezione di questo film nello stato algerino è stata vietata perché aveva registrato il tutto esaurito e «quando un film algerino desta interesse e ha addirittura successo all’esterno, diventa automaticamente qualcosa per cui insospettirsi»

È difficile e teso, dunque, il dialogo tra la censura e la libertà di rappresentazione. «Le persone dicono che io stia pervertendo i giovani»,  afferma Halimatou Gadji, attrice che interpreta Marème. «Ma non sono d’accordo. Sto solo ricordando a loro che ciascuno è libero di fare ciò che vuole con la propria sessualità».

Articolo di Virginia Presi

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