“Oriente Mudec”: perché il Giappone non smetterà mai di affascinarci

“Oriente Mudec” è il nome che il Museo delle Culture di Milano ha scelto per l’ambizioso progetto al quale dedica tutti i suoi spazi espositivi. Questi, infatti, dall’1 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020 ospiteranno due mostre: “Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone” e “Quando il Giappone scoprì l’Italia. Storie d’incontri (1585-1890)”.

Le due rassegne hanno curatele differenti, così come le tematiche affrontate; tuttavia, si avverte chiaramente l’eco di una nell’altra.

La prima, Impressioni d’Oriente, è stata curata da Flemming Friborg, storico dell’arte danese, e Paola Zatti, conservatore della GAM. I due studiosi si propongono di indagare quel fenomeno conosciuto come Giapponismo, ovvero come intorno agli anni ’60 dell’Ottocento l’Occidente sia entrato in contatto con le prime suggestioni nipponiche.

Friborg e Zatti, però, suggeriscono una lettura interessante di tale fenomeno, una lettura bilaterale: così come l’Occidente è stato influenzato dal lontanissimo Oriente, anche quest’ultimo non è rimasto immune al fascino occidentale.

La mostra si apre e si chiude con un paravento, quasi a indicare una sorta di circolarità: il paravento, come altri oggetti esposti, stuzzica quell’immaginario comune che vede certi oggetti immacolati entro gli schemi dell’orientalismo. Quello che chiude la mostra è stato realizzato da Galileo Chini per la scenografia della Turandot di Puccini.

“Oriente Mudec”: perché il Giappone non smetterà mai di affascinarci -Vulcano Statale

Questa non è l’unica opera di Chini esposta: in mostra l’artista fiorentino dialoga con le opere di chi, come lui, ha tratto ispirazione da quel lontanissimo mondo dal quale provenivano uomini come Hokusai o Hiroshige (dei quali, per altro, ritroviamo dei lavori esposti).

I due curatori lasciano allora che siano artisti come Giuseppe De Nittis, Van Gogh, Gauguin, Rodin, Henri de Toulouse-Lautrec o Vincenzo Ragusa e la sua scuola a raccontarci quel Giappone tra realtà e fantasia (titolo stesso di una sezione della mostra), orientandoci con una narrazione testuale accurata ed essenziale e un coinvolgente apparato audiovisivo.

La seconda mostra, Quando il Giappone scoprì l’Italia, come spiega Carolina Orsini (archeologa del ricco team curatoriale) «si basa su un episodio molto concreto». Per la prima volta in Europa viene esposto il ritratto di Itō Mancio realizzato da Domenico Tintoretto. Ma chi era Itō Mancio? Veniamo catapultati nel 1585, quando quattro nobili giapponesi convertiti al Cristianesimo intraprendono un rischioso viaggio di due anni tra Spagna e Italia. Si presume quindi che proprio nel nostro paese, più precisamente a Venezia, abbiano incontrato il famoso pittore Tintoretto. Quest’ultimo decide di dipingere il giovanissimo capo dell’ambasceria, Itō Mancio, in abiti tipicamente occidentali.

“Oriente Mudec”: perché il Giappone non smetterà mai di affascinarci -Vulcano Statale

Il racconto ci conduce poi a una seconda ambasceria, quella del 1615 e si premura di narrarci le fasi cruciali della storia politica giapponese, come il periodo di isolamento che accompagnerà il paese dal 1639 al 1853.

Come per la prima mostra, anche in questo caso la volontà è quella di mostrare al pubblico le forme artistiche “contaminate” provenienti dall’incontro di questi due mondi. Veniamo quindi a conoscenza dell’arte nanban, termine con il quale i giapponesi solevano chiamare i portoghesi e gli spagnoli, che si concretizza in una serie di preziosissimi manufatti (come porcellane e lacche).

“Oriente Mudec”: perché il Giappone non smetterà mai di affascinarci -Vulcano StataleL’ultima sezione della mostra è dedicata al museo di Giovanni Battista Lucini Passalacqua, che negli anni ’70 dell’Ottocento decide di collezionare privatamente una serie di oggetti provenienti dal Giappone (dopo la sua riapertura politica) ed è l’esempio lampante del Giapponismo di cui parlano anche Friborg e Zatti.

Se di facoltosi collezionisti nel 2019 se ne contano pochissimi, altrettanto pochi sono coloro che possono affermare di non essere stati, almeno una volta nella vita, “vittime” di quel Giapponismo che oggi non ritroviamo solamente nei manufatti antichi, ma anche nelle sue note manifestazioni più “pop” alle quali non serve alcun tipo di introduzione.

 

fotografie di Silvia Bonanomi

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Silvia Bonanomi
Mi chiamo Silvia virgola Marisa, sono qui per rispondere a chi mi chiede cosa voglio fare dopo l'università.