Praxe: un rituale di solidarietà

Praxe: un rituale di solidarietà

Aggirandosi per Coimbra, Porto, Lisbona o qualsiasi altra città universitaria del Portogallo a inizio autunno, è possibile scorgere per le strade stormi di studenti con familiari toghe nere e scuri mantelli svolazzanti. Ed è anche probabile che vengano seguiti da un esercito di ragazzi urlanti.

I più accaniti fan di Harry Potter potrebbero pensare che sia uno di quei casi di interferenza tra il mondo dei babbani e quello dei maghi, invece ci troviamo esattamente lì dove tutto è cominciato.
Infatti, come forse non tutti sanno, J.K Rowling deve alcuni dettagli della sua fantasia ad una permanenza in Portogallo, dove ebbe l’idea di spogliare gli studenti portoghesi delle loro uniformi per cucirle addosso ai personaggi della sua saga.

Forse fu in un giorno di fine settembre che le venne l’idea, perché è proprio in questo periodo che le città sono attraversate dalla vivacità e dallo spirito goliardico tipico della Praxe. Nata a Coimbra nel sedicesimo secolo, la Praxe è una tradizione accademica portoghese, un insieme di rituali di iniziazione a cui vengono sottoposte le matricole al loro ingresso in università. L’intento originario è quello di battezzare i nuovi studenti al mondo universitario, al fine di incoraggiare la perdita delle inibizioni sociali.

I tratti caratteristici sono gioia, euforia e rituali tradizionali.

Gli studenti più grandi, riconoscibili dalle uniformi pittoresche, organizzano giochi, prove e situazioni rocambolesche per dare il benvenuto ai nuovi arrivati. Alla fine delle iniziazioni, si celebra il battesimo e le matricole sono finalmente integrate nella comunità universitaria.


L’esperienza di Laura, della facoltà di psicologia di Algarve, renderà tutto più chiaro.

[L’intervista è stata editata per brevità e chiarezza]

In quanto matricola cos’hai dovuto fare, o meglio soffrire, in vista del tuo battesimo?

Al nostro arrivo gli studenti più grandi, ci hanno messi in fila e ci hanno ordinato di non avere alcun contatto visivo con nessuno. Ci hanno poi attaccato un foglietto dietro al collo, con scritto il nostro nome, precisando che non eravamo degli umani, ma delle bestie, quindi il nostro “nome da bestia”. Il cartellino riportava poi il numero dei nostri ferri di cavallo (vale a dire la nostra età) e il nostro recinto (ossia la nostra città di provenienza). Dopo di che hanno chiesto a ognuno di presentarci e se fossimo a conoscenza dei loro nomi. Così abbiamo descritto chi fossimo secondo questi tre parametri e qualora non sapessimo i loro nomi dovevamo gridare: “Oh eccellentissimo, degnissimo, magnificissimo, puoi concedermi l’onore di conoscere il tuo nome?” Il tutto mentre mantenevamo lo sguardo rivolto a terra, perché non ci era concesso guardarli negli occhi, eccetto per il secondo in cui potevamo alzare lo sguardo, fissarli brevemente e pronunciare i loro nomi.
Qualche volta, inoltre, ci chiedevano di inginocchiarci e dire cose stupide, senza una ragione. Ogni tanto, poi, uno dei veterani ci ordinava di andare da un altro studente più grande, dicendo qualcosa di poco carino o di divertente sul suo conto. A quel punto lo studente in questione ci chiedeva chi avesse ordinato di dire tali cose. Ovviamente non ci era concesso rivelarlo, perché uno dei valori della Praxe è la lealtà verso i propri colleghi. Se non confessavamo, lo studente offeso ci urlava di metterci in ginocchio e chiedere scusa per essere stati irrispettosi. D’altro canto, se vuotavamo il sacco, dovevamo comunque inginocchiarci e chiedere perdono per aver fatto la spia. Insomma, tutte le strade conducevano allo stesso risultato. So che forse a sentirlo raccontare può sembrare aggressivo, ma in realtà si sono sempre create situazioni esilaranti.

Una sfida molto comune della Praxe consiste poi nel cantare gli inni propri dei diversi corsi di studio a squarciagola. Il gruppo che grida più forte vince. Così ci sono state insegnate le canzoni tipiche della facoltà di psicologia e abbiamo dovuto intonarle urlando a pieni polmoni, confrontandoci con altri corsi di studio, che a loro volta gridavano i loro inni. Eravamo molto uniti mentre cantavamo all’unisono e alla fine il nostro corso ha vinto!

Un altro giorno, nel giardino dell’università, i veterani hanno preparato un piano di plastica con alcuni materiali riciclati e ci hanno versato sopra acqua e zuppa. Noi bestie dovevamo slittarci su come fosse uno scivolo. Anche gli studenti di un altro corso si sono uniti a noi e, oltre a essere stato davvero divertente, ci ha permesso di conoscere molte persone.

Un altro giorno ancora, poi, gli accademici hanno portato un enorme Teddy Bear e ci hanno chiesto di scegliere una parte del corpo dell’orso e di baciarla. Dopo di che abbiamo scoperto che dovevamo baciare la bestia seduta accanto a noi nella stesso punto…

Una notte, invece, ci hanno raggruppati in cerchio e hanno iniziato a cantare bisbigliando: “Morte alla matricola, la matricola sta per morire.” Mentre cantavano, dovevamo andare al centro di un cerchio, bere del “sangue”( sangria) e toccare un pollo, anch’esso ricoperto di sangue (sempre sangria). Questa prova è stata senza dubbio la mia prova preferita, perché per la prima volta nessuno strillava.

Inoltre, ogni sera prima della Praxe ci recavamo tutti insieme a casa degli accademici. Loro compravano il cibo e noi dovevamo cucinare. Erano momenti molto importanti, perché avevamo modo di fare amicizia, conoscerli e capire che, nonostante tutto il loro gridare e impartire ordini, sono davvero delle persone amichevoli e accoglienti.

Malgrado il romanticismo al lume di candela appena descritto, anche durante le cene c’erano delle piccole prove. Durante la prima dovevamo mangiare con le mani legate a quelle delle bestie sedute accanto a noi, durante la seconda ci era concesso di utilizzare solo il coltello e infine, alla terza, potevamo usare solo dei fiammiferi.

C’è anche stato un giorno in cui abbiamo potuto vendicarci: gli studenti più grandi dovevano ignorarci e noi potevamo fare loro tutto quello che volevamo. Molti scrivevano sulle loro facce con i rossetti o attaccavano loro addosso biglietti con scritte buffe. Nel frattempo, dovevamo scegliere i nostri padrini e le nostre madrine per il battesimo. A mezzanotte, la pacchia finiva e gli accademici smettevano di ignorarci e tornavano a urlarci contro per tutto quello che avevamo fatto loro durante il giorno. Anche in questo caso il tutto è stato più divertente che aggressivo! Quella stessa notte ci siamo stretti in cerchio e a turno, al centro, abbiamo dovuto chiedere ufficialmente ai veterani che avevamo scelto, di essere i nostri padrini e madrine. Hanno tutti risposto di sì, dicendo che per loro era un onore.

L’ultima prova della Praxe è stata una corsa per tutta la città, insieme alle matricole di tutti i corsi. C’era anche chi indossava costumi bizzarri. Mentre correvamo gli accademici ci cospargevano di birra, fiori, uova, ketchup, aceto, maionese e altre sostanze commestibili e non. Anche a noi era concesso di portare qualcosa da buttare addosso ai veterani. Quando siamo arrivati a destinazione, un camion dei pompieri ci aspettava per versarci l’acqua addosso con le autopompe.

Esattamente in cosa è consistito il tuo battesimo?

Qui ad Algarve, è tradizione usare dell’acqua di baccalà conservata per lungo tempo. Ogni accademico sceglie con che sostanza battezzare il proprio figlioccio o figlioccia. Una volta dei veterani hanno scelto dell’acqua di baccalà vecchia di tre anni. La puzza era terribile!

Fortunatamente la mia madrina e il mio padrino sono stati più clementi: lei ha usato della sangria e lui della birra e del Jack Daniel’s. Durante il battesimo la madrina e il padrino hanno pronunciato il nostro nome da bestia e versato il liquido sulle nostre teste. Dopo di che abbiamo scattato una foto tutti insieme.

Pensi che quando sarà il tuo turno come veterana sarai vendicativa?

No, non lo sarò. Ovviamente alzerò un po’ la voce, perché è parte del gioco della Praxe e tutti lo capiscono, specialmente se riesci a renderla divertente. Ho saputo di alcuni corsi che l’hanno resa troppo estrema e le matricole non si sono divertite affatto. Ma i miei veterani sono riusciti a farsi rispettare, hanno fatto sentire la loro autorità, ma allo stesso tempo, quando cenavamo insieme e andavamo in giro per i pub, ci hanno fatto capire che erano di buon cuore e che quello che interpretavano durante la Praxe era solo un personaggio.

Quindi, quando sarà il mio turno, interpreterò il mio ruolo di autoritario, ma cercherò di far divertire i nuovi arrivati il più possibile, perché il vero significato della Praxe è conoscere persone, farsi degli amici e supportarsi gli uni con gli altri. Ora siamo come una famiglia, che ha attraversato tante cose strane insieme, fin dal giorno in cui ci siamo incontrati e non sapevamo niente gli uni degli altri. La Praxe è finita, ma usciamo tutti insieme, anche con i nostri padrini e le nostre madrine. Nessuno si comporta come se fosse superiore agli altri e gli accademici sono sempre lì per noi, pronti a supportarci in ogni esigenza.


Un rituale di trasmissione di valori studenteschi, molto più profondi di quanto la superficie possa far sembrare: collaborazione, lealtà, uguaglianza (infatti le matricole di oggi saranno i veterani di domani). Insomma, valori che annientano la competizione e lo spirito agonistico che talvolta conduce gli studenti a prevaricare gli uni sugli altri, in nome della collaborazione.

A fronte di ciò una domanda sorge spontanea: chissà se la Rowling, prima ancora delle uniformi, non abbia cucito addosso ai suoi personaggi i valori della Praxe: amicizia, coraggio e solidarietà.

Maria Marcellino
Ho gli occhi leggermente all’infuori. Ragion per cui molti si domandano se ho problemi alla tiroide o se faccio uso di sostanze stupefacenti. Ci tengo a smentire entrambe le ipotesi.