Il lungo tramonto di Angela Merkel

Solo lo scorso dicembre aveva scelto la sua erede politica Annegret Kramp-Karrenbauer facendola eleggere leader dei cristiano democratici (Cdu). Ormai dal 2005 a Berlino domina incontrastata Angela Merkel, la politica occidentale più longeva degli ultimi decenni e il vero punto di riferimento per i moderati e i democristiani europei.

Ma oggi, dopo pochi mesi, la situazione sembra essersi enormemente complicata tanto per lei quanto per Karrenbauer.

In questi quasi 15 anni Merkel ha guidato solo governi di coalizione: dal 2009 al 2013 con i liberali dell’Fdp e nei periodi dal 2005 al 2009 e dal 2013 ad oggi con i socialdemocratici. La sua fama di tessitrice e di precisa e abile politica è stata costruita in questa era di governo, tra i marosi della crisi economica e le grandi crisi internazionali, dal Medio Oriente all’immigrazione. Il fascino di Merkel ha alimentato l’immagine della “donna di ferro”, glaciale come una statua. Lo slogan che la portò per la prima volta alla vittoria fu il semplice e geniale “Die mitte”, il centro, con il quale convinse l’elettorato moderato a compattarsi intorno alla sua candidatura. Per tre lustri i tedeschi l’hanno riconfermata, in quattro tornate elettorali, premiando la stabilità e l’affidabilità e preferendola alle sinistre e alle destre liberali.

L’ex direttore de Linkiesta Francesco Cancellato ha tracciato nel libro “Il Muro: La fine della guerra fredda in quindici storie”, (Egea), un appassionato ritratto della cancelliera:

Fu Tony Blair a dire che quella strana tedesca dell’Est, luterana e divorziata, che guidava i democratici cristiani cattolici in gran parte occidentali, era un’intrusa nel suo stesso partito e nella sua nazione. Wessi, occidentale, nella Germania dell’Est. Figlia di un pastore protestante in un Paese comunista. Ossi, orientale, nella nuova Germania unita. Donna nella politica tedesca maschilista della fine del secolo scorso. Divorziata e senza figli in un partito cristiano-democratico. Sempre apparentemente fuori posto. Sempre centrale.

Se è vero che il potere logora chi non ce l’ha, andreottianamente parlando, è anche vero che l’affaticamento dovuto a una carica di responsabilità come la cancelleria finisce per consumare le forze.

Il 7 dicembre dell’anno scorso il congresso della Cdu ha eletto presidente del partito Annegret Kramp-Karrenbauer, che a luglio è diventata anche ministra della Difesa del governo Merkel.

Da anni è considerata l’erede naturale di Merkel. Come ha scritto Il Post:

Viene da una famiglia cattolica e ha una storia molto diversa da quella di Merkel, che è figlia di un pastore luterano dell’ex Germania est. Kramp-Karrenbauer è conosciuta per essersi opposta al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma anche per essere una forte sostenitrice dei diritti dei lavoratori e dei diritti degli immigrati, tema su cui si è scontrata molto spesso con la CSU, lo storico partito bavarese alleato della CDU, che negli ultimi anni si sta spostando sempre più a destra

Come spesso avviene nella politica tedesca, l’idea dei cristiano democratici è quella di consentire una transizione indolore e senza scossoni. Alle prossime elezioni federali del 2021, se Merkel sarà ancora cancelliera, semplicemente passerà il testimone ritirandosi dalla vita politica. In questi due anni, dalla guida del partito, Karrenbauer potrà farsi conoscere e affinare la sua leadership.

Lo scorso 28 ottobre la Turingia ha dato un duro colpo a questo piano. I risultati delle elezioni regionali hanno provocato un vero terremoto: Die Linke, lo storico partito della sinistra tedesca, è balzato al 32,2 per cento, mentre l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) ha ottenuto il 22 per cento. La Cdu si è fermata al 21 e i suoi alleati di governo della Spd al 12,4. Le difficoltà dei partiti della coalizione del governo Merkel (Spd e Cdu) hanno aperto la strada all’ipotesi di un prematuro ritiro di Merkel. Friedrich Merz, ex deputato e principale sfidante di Karrenbauer al congresso di fine 2018, ha usato parole molto dure:

Adesso anni di inazione e la mancanza di leadership della cancelliera scendono come una coltre di nebbia sul paese. Non posso immaginare che questo modo di governare possa durare altri due anni.

Dichiarazioni come questa sono piovute da molti esponenti della Cdu, soprattutto dalle correnti oscurate nei 15 anni di dominio di Merkel. Le accuse principali rivolte alla cancelliera riguardano, paradossalmente, la sua presunta mancanza di leadership, nonché il grave errore di aver scelto e favorito l’inesperta Karrenbauer per la guida del partito. Anche la coalizione con i socialdemocratici, da anni indeboliti dall’ascesa a sinistra dei verdi e della Linke, produce sempre più interrogativi. Sulla stampa tedesca alcuni osservatori hanno proposto un rimpasto del governo, che preveda l’ingresso in maggioranza anche dei liberali e dei verdi.

L’avversario principale, in questa ridda di ipotesi e alternative, è l’Afd, la cui avanzata preoccupa gli osservatori.

La cancelliera non ha risposto alle critiche. Lo Spiegel, importante settimanale tedesco, spiega «che in questa fase finale del suo cancellierato, Merkel sia interessata solo alla politica estera». Il dato di fatto è che per la prima volta, proprio al crepuscolo del suo lungo incarico di governo, Merkel viene contestata dentro e fuori dal suo partito, e la sua leadership messa in dubbio.

Non solo Merkel e l’erede Karrenbauer sono in difficoltà. Anche l’altra merkeliana, Ursula von Der Leyen, designata per la guida della Commissiona europea, naviga in cattive acque. Dal 2005 è stata sempre presente nei governi Merkel: ministra della Famiglia, del Lavoro, e dal 2013 ministra alla Difesa. La sua nomina, frutto dell’accordo tra Macron e Merkel nel tentativo di ancorare al centro le istituzioni europee, si è scontrata con l’iniziale bocciatura di alcuni commissari da parte del Parlamento europeo. L’1 dicembre, con notevole ritardo rispetto ai tempi previsti, la commissione von Der Leyen entrerà in carica. In ogni caso queste fibrillazioni in ambito europeo hanno messo ulteriormente in luce la difficoltà di Merkel a difendere e affermare la sua eredità politica.

Anche le elezioni europee di maggio avevano dimostrato la radicalizzazione del panorama politico e l’indebolimento dei partiti di centro come il Partito popolare (Ppe). L’intera Europa guarda a destra, dove si affermano partiti di matrice neofascista, o a sinistra, dove movimenti di protesta e radicali drenano voti ai socialisti: in questo schema è la sopravvivenza stessa del centro a essere posta in dubbio.

Il mito della cancelliera di ferro sembra proprio in procinto di oscurarsi.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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