Del: 11 Novembre 2019 Di: Virginia Presi Commenti: 0

Si è conclusa ieri la settimana del festival commemorativo dei trent’anni dalla rivoluzione pacifica che ha visto la caduta del muro di Berlino; dal 4 al 10 novembre i Berlinesi, così come i turisti, hanno potuto assistere agli eventi (più di duecento) del programma del festival, tra cui proiezioni di arte, concerti, film, letture e la memorabile installazione artistica La tua visione in cielo sopra Berlino di Patrick Shearn, Poetic Kinetics (in foto).

Ma che cosa ha significato il muro di Berlino per la sua epoca e cosa significa adesso a trent’anni dalla sua caduta?

Potremmo tentare una ricostruzione del simbolo del muro ripercorrendo i quattro famosi discorsi che i presidenti americani Truman, Kennedy, Reagan e Obama, hanno tenuto in occasioni diverse ma sempre a Berlino. Con i loro speeches, infatti, sono riusciti a creare dalle macerie di Berlino un simbolo di libertà, dal muro un simbolo di democrazia, dal ricordo della storia della città un invito ad abbattere tutti i muri. 

A metà luglio del 1945, il presidente americano Truman, si recò a Berlino. Sul fronte occidentale la guerra era finita da poco, solo l’8 maggio; al contrario sul fronte orientale era destinata a continuare ancora un mese. Truman ebbe modo di camminare nella devastata Berlino, sulle sue calci, sui resti del bombardamento e, di getto, decise di tenere un discorso ai soldati Americani ancora presenti in città, iniziando così: “General Eisenhower, officers and men: this is an historic occasion. We have conclusively proven that a free people can successfully look after the affairs of the world”. Tali parole furono destinate a rimanere nella storia e a solidificarsi, in quanto contribuirono alla consolidazione dell’idea che l’America abbia il compito e l’onere di portare la pace nel mondo, la libertà e la democrazia. 

Diciotto anni dopo, il 26 giugno 1963, in Rudolph Wilde Platz davanti alla sede del Municipio di una Berlino Ovest che all’alba del 13 agosto 1961 si era ritrovata divisa dal muro, Kennedy annulla la distanza di appartenenza ad una città o nazione in generale, rendendo il cittadino berlinese un esempio: proclamando “Ich bin ein Berliner” alla cittadinanza berlinese non più un semplice valore civico, ma un significato di libertà e resistenza per la democrazia. Kennedy imposta tutto il suo discorso al fine di creare il parallelismo tra essere un cittadino di Berlino e motivo di vanto; non solo, alla fisicità di un muro risponde con la creazione di un forte simbolo, quello del baluardo della resistenza. Berlino da “esempio” citato diventa un “modello esemplare” da emulare. La Berlino di cui parla Kennedy è resistenza e rassicurazione.

Il 12 giugno del 1987, Reagan, ventiquattro anni dopo la visita di Kennedy, in uno dei momenti più critici della guerra fredda, parla ai Berlinesi, sia della parte Ovest che quelli che ascoltano della parte Est, presso la porta di Brandeburgo e, ampliando l’uditorio, parla anche al presidente Gorbačëv, chiedendogli di abbattere il muro. “There is one sign the Soviets can make that would be unmistakable, that would advance dramatically the cause of freedom and peace. General Secretary Gorbachev, if you seek peace, if you seek prosperity for the Soviet Union and Eastern Europe, if you seek liberalization: Come here to this gate! Mr. Gorbachev, open this gate! Mr. Gorbachev, tear down this wall!”

E’ importante notare che Reagan, per comunicare la sua ideologia geopolitica, utilizza il simbolo della divisione della città tedesca, affermando che c’è solo una Berlino. “Behind me, standing before the Brandenburg Gate, every man is a German, separated from his fellow men. Every man is a Berliner, forced to look upon a scar”. Come Kennedy aveva parlato di sguardo, quando chiedeva al cittadino mondiale di guardare a Berlino per vedere il suo coraggio, così ora Reagan si limita alla popolazione di Berlino stessa: parla del coraggio dello sguardo che i Berlinesi divisi devono avere ogni giorno nei confronti della ferita e del dolore. Infine, tramite le parole del presidente americano, il muro di Berlino si fa anche simbolo della “cortina di ferro”.

Facendo un salto temporale notevole, Obama, in veste di senatore dell’Illinois, durante la campagna elettorale delle presidenziali, il 24 luglio 2008 si presenta a Berlino tenendo il famoso discorso “non muri ma ponti”. Obama è un rivoluzionario, cambia tutte le carte in gioco: si presenta non da presidente americano (ci tornerà poi dopo qualche anno in veste ufficiale); tiene il discorso all’ombra della Colonna della Vittoria; infine, la difficoltà più grande con cui deve scontrarsi Obama è quella di parlare del simbolo di Berlino una volta che il muro è già crollato. Obama ha di fronte un “new world”, con sfide diverse e una storia e geopolitica mondiale variata. Truman parla ai suoi soldati, Kennedy alla Berlino Ovest, Reagan ai Tedeschi e ai Sovietici, Obama a tutto il mondo: l’uditorio si è fatto ormai universale, il ricordo del muro di Berlino è attivo nell’immaginario e nelle coscienze dei cittadini di tutto il mondo. D’altro canto, non è un avvenimento facile da dimenticare. 

Obama, allora, parla del muro non più nella sua concretezza ma come esempio di tutti quei muri invisibili che ai suoi giorni si ergevano, muri tra ideologie, religioni, confini, valori, rapporti sociali. La caduta del muro, dice Obama, è stata un gesto fisico ma, purtroppo, non anche ideologico: ha comportato una vicinanza non controllata, per cui dalla divisione siamo arrivati, senza governare le regole giuste, a una connessione fin troppo stretta, una invasione di spazi. Egli parla di rispetto di confini, e cerca di porre l’attenzione sul fatto che un processo se non si regola implode nel caos, come il terrorismo o i cambiamenti climatici. “The fall of the Berlin Wall brought new hope. But that very closeness has given rise to new dangers – dangers that cannot be contained within the borders of a country or by the distance of an ocean”

Obama, dopo aver dimostrato quanto l’apertura, se non controllata, può generare caos, afferma che si deve lavorare assieme a tutti i problemi attuali, ci devono essere dei collegamenti, un reciproco aiuto. Non muri ma ponti. Obama afferma che le nazioni tendono ad unirsi molto spesso per paura di un nemico: il fatto che ora non ci sono più i carri armati sovietici che fisicamente fanno paura, non vuol dire che possiamo permetterci di dividerci mentalmente perché tale distanza è forse ancora peggiore. Berlino, come ricorda Reagan e annuncia Kennedy, è simbolo di resistenza mentale allo sforzo del dolore.“In this new world, such dangerous currents have swept along faster than our efforts to contain them. That is why we cannot afford to be divided. No one nation, no matter how large or powerful, can defeat such challenges alone. None of us can deny these threats, or escape responsibility in meeting them. Yet, in the absence of Soviet tanks and a terrible wall, it has become easy to forget this truth. And if we’re honest with each other, we know that sometimes, on both sides of the Atlantic, we have drifted apart, and forgotten our shared destiny”. 

 I Berlinesi non si sono divisi mentalmente neanche con un muro di mezzo. In questo adesso dobbiamo prendere esempio da loro, questa è la Berlino che ci ha descritto il senatore Obama nel 2008 ed è quanto possiamo, e dobbiamo, ancora imparare dal muro di Berlino.

Virginia Presi
Classe '98, laureata in Filosofia. Nata in Toscana ma colleziono radici: Trento, New York, Milano e chissà poi. Eternamente pigra eppure sempre dinamica nel pensiero. Mi spingo laddove mi conduce la mia curiosità!

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