Politica e social, una relazione complicata

Da sempre i mezzi di comunicazione sono i partner fedeli del mondo della politica, un veicolo indispensabile per portare ideali e programmi dentro le case degli elettori. Franklin Delano Roosevelt si servì della radio per accrescere i suoi consensi; i totalitarismi del novecento inculcarono precetti e pregiudizi tramite propagande basate sull’impiego di giornali; poi arrivò la televisione, che accrebbe le possibilità dei politici di raggiungere i cittadini.

Ma oggi questo matrimonio tra media e politica ha raggiunto un livello decisamente superiore.

I social hanno allestito un vero e proprio palcoscenico per i politici odierni, che sfilano, recitano, mettono in piedi dibattiti e raccolgono like e commenti, tutto nel meraviglioso mondo virtuale di internet. Era impensabile che la politica, attività che più di tutte deve sforzarsi di non essere anacronistica, non si adattasse ai moderni mezzi di comunicazione di massa, rischiando di perdere appeal sugli elettori.

Ed ecco dunque che sui più conosciuti social media sono sbarcati gli account ufficiali deileader della politica mondiale, che aggiornano i propri profili con commenti sempre molto visualizzati. In un periodo in cui è sempre più difficile trovare il tempo per seguire i telegiornali o leggere un giornale, l’approdo della politica sui social si è affermato come il modo più semplice per rimanere sempre aggiornati.

E fin qui tutto bene: permettere ai cittadini una maggiore informazione sui programmi politici presentati non è mai un danno. Purtroppo, però, il confine tra fare informazione e un’eccessiva propaganda che arrivi a stordire le opinioni degli elettori è molto labile, come dimostra il Russiagate, quando Facebook si è trasformato in un’arma digitale per il dirottamento dei voti.

Il rischio, che ormai è più una realtà preoccupante, è che l’utilizzo dei social imponga un nuovo mododi concepire la politica, dove programmi che dovrebbero essere basati prima di tutto su ideali eproposte per il paese, si fondino, invece, sulla propaganda. Il bravo politico oggi non è più chi ha le idee migliori, ma chi si sa presentare meglio al grande pubblico. E’ una vera e propria battaglia all’ultimo tweet quella che si sta consumando nei nostri telefoni, in cui tag e hashtag si sostituiscono a dibattiti e dichiarazioni.

I post dei nostri leader spesso rispecchiano l’immagine di una persona normale, con interessi normali, che ride e si preoccupa per le stesse cose per cui ridono e si preoccupano gli elettori.

Una presentazione ben diversa dall’antiquata idea del politico come essere lontano dalla quotidianità cittadina che sa cose e dice cose spesso incomprensibili ai più. L’illusione di un contatto diretto con i leader di partito, come se dietro ad ogni post non ci fosse una schiera di esperti di comunicazione che studiano minuziosamente l’immagine giusta da veicolare alla società, accresce la popolarità dei politici che basano proprio su questo gioco d’immagine il loro successo elettorale.

Ma se da un lato questo avvicinamento del politico all’ideale di persona comune consente ai cittadini di sentirsi meglio rappresentati, dall’altro rischia di appiattire l’attività politica a frasi fatte e brevi post che vanno subito in tendenza. Si dimostra quindi necessario optare per un uso consapevole dei social, siada parte dei politici sia degli elettori, che devono saper scindere la condivisione su Facebook o Instagram dalla reale ed impegnata partecipazione politica.

Lo afferma Adriano Fabris, docente di Filosofia morale all’Università di Pisa, in un’intervista rilasciata a AgenSir:

Condividere non è partecipare. (i social) finiscono per essere per lo più uno sfogatoio. Si scambia la libertà di accesso aduna piattaforma con la possibilità di contribuire alla costruzione del bene comune. Ci si accontentadi un’espressione costretta su binari ben precisi. Il problema è che poi le decisioni le prendono altri:e noi ne subiamo le conseguenze.

Ed è proprio Adriano Fabris a porre l’accento su un altro aspetto allarmante dell’abuso dei social network nel mondo della politica: «La cultura dei social porta ad una polarizzazione delle opinioni: mi piace o non mi piace. E la polarizzazione porta allo scontro».

E’ quando un’opinione diventa solo bianca o solo nera che si trasforma in un pericolo per la società, causando radicalizzazione e violenze: i social, riducendo le possibilità di argomentazione ad un semplice sì o no, contribuiscono a questo processo.

Ma cosa ne pensano gli elettori? La risposta arriva da un’indagine svolta dalla Pew su 4.200 adulti statunitensi, che dimostra come solo il 27% degli intervistati consideri i post relativi alla politica su i loro feed interessanti ed educativi, in netto calo rispetto al 35% del 2016, mentre solo il 15% è felice di vedere notizie relative al governo sui propri account.

Sembra quindi che il divorzio tra il mondo dei social e quello politico non sia più una prospettiva così improbabile: un modo più sano di fare e concepire la politica risulta ancora possibile.

Articolo di Beatrice Balbinot

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