Venezia: pietre, acqua e storia

Venezia: pietre, acqua e storia

A rimanere sommersa, in questi giorni, non è stata un’immaginaria e utopica Atlantide, ma una città ben più tangibile, Venezia.

E davvero, scorrendo le foto, sembra di rivedere le drammatiche immagini che dipinsero la cosiddetta “Aqua Granda” del 4 novembre del 1966. Da 50 anni ormai non si assisteva a un simile disastro.

Oltrepassata un’incompleta, inefficace barriera, il MO.S.E (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), un mare scuro si è riversato senza fare rumore nella laguna, durante la notte tra il 12 e il 13 novembre, conquistando la città casa dopo casa, calle dopo calle, campiello dopo campiello.

187 i centimetri raggiunti, solo tre in meno rispetto al ’66, ma a differenza di quell’anno il mare non si è definitivamente ritirato e resta alto il timore di altre invasioni a breve.

Anche la sicurezza delle persone, oltre a quella dei grandi capolavori artistici, è a rischio. A testimoniarlo, tristemente, la morte di un anziano nel tentativo di riattivare una pompa elettrica.

Ma sono le pietre a subire di più. Piazza San Marco allagata, con la basilica e i suoi sotterranei. L’acqua è penetrata anche nel teatro La Fenice, in questo caso, fortunatamente, senza causare danni. E poi ci sono stati i vaporetti affondati e i pontili distrutti.

Tra gli episodi eclatanti quello di un’intera edicola sollevata da terra e inabissatasi poi nel canale della Giudecca. In una Venezia che è stata lambita da raffiche di vento oltre i 100 km/h, le prime stime danni parlano di un ammontare di centinaia di milioni di euro.

Ma il danno reale – che si vedrà nel tempo e riguarda anche le speranze per il futuro della città – è molto più grande.

Le cause immediate? Il cambio improvviso, sia di direzione sia di velocità, dello Scirocco, e la luna piena portatrice dell’alta marea.

Se si volesse risalire alle cause profonde di questo disastro, bisognerebbe prendere in considerazione due fatti.

Il primo è di natura, potremmo dire, storica. Dal 1950 al 1970 il suolo e la città con esso si sono abbassati di ben 12 centimetri. La ragione è stata lo sfruttamento insensato delle falde acquifere, soprattutto legato alle industrie della zona Marghera. Poi, finalmente, davanti alla subsidenza quello sfruttamento è stato fermato; ma ciò non impedisce che ogni dieci anni, il suolo si abbassi ancora di un centimetro, secondo i dati riportati dal Comune. Ciò, accostato all’innegabile innalzamento del livello dei mari, ha sicuramente reso la città più vulnerabile all’insidia dell’acqua.

Consideriamo poi il secondo fatto, ovvero la costruzione del MO.S.E: ci troviamo davanti a una lunga storia di corruzione, inchieste e azzardate promesse. Dopo anni di discorsi e progetti, nel 2003 a tagliare il nastro dell’inaugurazione lavori è stato Silvio Berlusconi e l’opera assegnata al Consorzio Venezia Nuova. Il 4 giugno 2014 un’inchiesta anticorruzione porta a 35 arresti e 100 indagati. Un intervento dello Stato giunge allora per assicurare la conclusione dell’opera. E in dicembre l’ANAC (Autorità Nazionale Anti-Corruzione) propone una nuova gestione del Consorzio, cui segue la nomina di tre amministratori straordinari.

A oggi, però, il MO.S.E. non può certo dirsi ultimato e tra le mani, concretamente, si ha solo la promessa di una conclusione lavori nel 2021.

E c’è chi dice poi, come ha fatto anche il Governatore regionale, Luca Zaia, che comunque quest’opera non basterà a evitare l’acqua alta; e le prove tecniche evidenziano costanti problemi.

La sera del 13 novembre si è svolta presso la sede della polizia locale una riunione d’emergenza durante la quale, naturalmente, non sono mancate le promesse a caldo dei politici. Un classico.

Presenti personalità di spicco come il Premier Giuseppe Conte, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e Luca Zaia, mentre il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, ha inviato ispettori presso la Basilica di San Marco, dichiarandosi pronto a finanziare quanto la Soprintendenza richiederà.

E, intanto, Venezia come città muore: nel 1966 gli abitanti erano più di 150mila, oggi sono solo 65mila e il numero continua a calare. E il livello del mare continua a salire.

Senza parlare poi delle enormi navi da crociera che incombono sui fragili palazzi della città, come un tir che sfiora uno splendido cristallo; e del flusso dei turisti che si rivela in certi momenti troppo pesante. 

Qualche anno fa è stato pubblicato un libro, Le pietre di Venezia, di John Ruskin che ha colpito, tra l’altre cose, per l’idea che espone secondo cui, venuto meno lo spirito dei tempi d’oro della Serenissima, quelle pietre meravigliose sarebbero comunque morenti perché prive dell’anima che le aveva forgiate. Però quando poi capita di andare a Venezia ci si chiede se l’attaccamento delle persone a quella bellezza potrebbe, o dovrebbe, bastare salvarla

Deve sopravvivere, tuttavia, la speranza. Un disastro come quello di questi giorni però rischia di minarla: come potranno gli abitanti e tutti sfuggire, dopo tanti anni di discorsi e dopo tanti soldi spesi invano, al pensiero di una città destinata a finire secondo le più classiche immagini letterarie che l’associano alla morte?

Immagine di copertina: Joseph Mallord William Turner, The Dogana and Santa Maria della Salute, Venice, British, 1775 – 1851, 1843, oil on canvas, Given in memory of Governor Alvan T. Fuller by The Fuller Foundation, Inc.

Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno studente di lettere. Appassionato anche di storia e filosofia, non mi nego mai letture e approfondimenti in tali ambiti, convinto che la varietà sia ricchezza, sempre.

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