Labour, l’analisi della sconfitta oltremanica

Boris Johnson ha vinto le elezioni britanniche del 12 dicembre 2019. Le prime dal 1923 che si svolgono in dicembre e le prime dagli anni della Thatcher ad assegnare una maggioranza così schiacciante ai conservatori. Jeremy Corbyn ha perso le elezioni definite da lui stesso e dai media “le più importanti di questa generazione”.

Entrambi hanno scommesso su se stessi e su due idee completamente diverse di politica. BoJo consapevole delle sconfitte e delle difficoltà incontrate negli scorsi mesi. Corbyn conscio dell’incredibile pressione sulle sue spalle e delle future difficoltà che sarà costretto ad affrontare il Regno Unito.

Le elezioni hanno espresso per la seconda volta il pensiero di una nazione che sente definitivamente fallito il progetto europeo, cestinando, sembrerebbe in modo definitivo, l’utopica possibilità di un nuovo referendum. 

La fantastica utopia di Corbyn

La campagna elettorale è stata disastrosa per Jeremy Corbyn. Le accuse di antisemitismo mosse dal capo della comunità ebraica britannica Ephraim Mirvis, l’incerta linea politica sulla Brexit e la poca popolarità non hanno aiutato il socialista britannico a promuovere il suo manifesto. Manifesto uscito nell’ultima settimana di novembre e che, secondo molti cittadini e diversi commentatori, aveva troppi punti inattuabili nella loro interezza in soli 5 anni. 

Rispetto alle decisioni sulla Brexit invece non è stato saggio basare la sua campagna elettorale sulla scelta di proporre per la seconda volta in meno di 4 anni lo stesso referendum. A causa sia dell’incertezza del risultato, sia della mancanza di legittimità che un eventuale vittoria dei remainer avrebbe avuto agli occhi dei leavers, sia per la dubbiosa gestione del post voto.

Bye bye Jack Union?

Il tutto si è rivelato essere una disfatta per i Labour. Disfatta che rimette in discussione l’unione stessa del Regno Unito, perché se da una parte i conservatori hanno riunificato il parlamento, gli elettori di Scozia e Irlanda del Nord hanno espresso un forte di scetticismo nei confronti delle decisioni politiche inglesi.

In Scozia infatti si riconferma il Partito Nazionale Scozzese che ottiene, grazie all’uninominale, 48 seggi su 59. Nicola Sturgeon – segretaria del SNP – in un’intervista poco dopo gli exit poll ha chiaramente spinto in direzione di un’eventuale indipendenza. 

Anche in Irlanda del Nord il risultato ha dimostrato che a molti non è andato giù il nuovo accordo con l’Ue presentato da Johnson a inizio novembre (di cui potete leggere qui), che di fatto sacrifica la regione in ottica di ottenere politiche doganali più vantaggiose. Il DUP, alleato di Johnson nel vecchio parlamento ha perso due seggi. E per la prima volta nella sua storia i Repubblicani – favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda – hanno la maggioranza a discapito degli unionisti.

BoJo Mr. Nice Guy

Boris Johnson ha vinto. Ha dimostrato di non essere solo il personaggio goffo di un cartone animato, ma un ottimo politico che dal primo giorno del suo mandato aveva due obiettivi. Il primo, quello di indire e vincere nuove elezioni per riottenere una maggioranza Tory nel parlamento, per di più senza franchi tiratori remainer e ce l’ha fatta. E il secondo, invece, testimoniato dallo slogan per l’attuazione del primo, “Get Brexit done”. Brexit che ora, per la prima volta in quattro anni, sembra davvero dietro l’angolo.

Luca Pagani
Tento di esprimermi su un po' di cose e spesso fallisco.
Però sono simpatico.

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