I 10 eventi internazionali più “vulcanici” del decennio

Ecco che siamo giunti alla conclusione di un decennio: ricco di novità e stravolgimenti, da un punto di vista culturale, sociale e politico, e a livello nazionale e globale.

Non è stato un lavoro facile, ma noi della redazione di Vulcano Statale abbiamo provato a tirare le fila, stilando delle classifiche di ciò che di “vulcanico” ha segnato questi primi dieci anni del nuovo millennio.


A cura di Lorenzo Rossi e Riccardo Sozzi.

Un decennio di fuoco sulla scena internazionale.

Come nei precedenti articoli, anche sul piano internazionale abbiamo deciso di elencare gli avvenimenti che più hanno scosso i media e il mondo intero. Non è stato semplice realizzare una lista con 10 posizioni, considerando la mole di fattiche ci troviamo davanti. Stiamo parlando di un decennio che ha riservato innumerevoli sorprese, tragedie e crisi, un decennio che ha modificato il nostro modo di vedere i rapporti di cooperazione e di forza tra le varie aree del mondo – e che farebbe andare fuori di testa qualsiasi esperto e politologo. Ci teniamo che anche voi lettori esprimiate i vostri pareri sui fatti più eclatanti del decennio. Tuttavia ecco la nostra personalissima selezione.


La primavera araba (2010 – 2012)

L’inizio di questo decennio è stato segnato da una serie di rivoluzioni che hanno cambiato totalmente il volto del mondo arabo. Le proteste, iniziate in Tunisia, ebbero un effetto domino sui paesi del Maghreb, fino ad arrivare al Medio Oriente. I fattori che hanno portato alle proteste iniziali sono numerosi e comprendono la corruzione, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e il disinteresse per certe condizioni di alcune fasce della popolazione che rasentavano la povertà estrema. Delle rivolte hanno poi cercato di approfittarne movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come i Fratelli Musulmani e l’ISIS. Il tutto cominciò il 17 dicembre 2010, in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi, il quale si diede fuoco in seguito a maltrattamenti subiti da parte della polizia. Il gesto innescò l’intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini, propagandosi al resto dei Paesi arabi e Nord-Africani. Il tutto si tramutò in una reazione a catena che, oltre alle proteste, portò alla caduta dei governi di Ben Ali (Tunisia), Mubarak (Egitto) e Gheddafi (Libia). Negli stessi anni e in quelli appena successivi potemmo vedere un fenomeno migratorio senza precedenti: milioni di persone furono costrette a scappare in altri Stati africani o cercare salvezza nel Vecchio Continente. In certi Paesi ancora vige l’instabilità e la guerra, come in Libia, Siria e Yemen.


La crisi economica colpisce l’Eurozona (2010-2012)

La crisi partita dagli Stati uniti nel 2007-2008 ha messo in difficoltà tutta l’economia globale. Ma se all’inizio del decennio gli USA sembravano dare segni di ripresa, così non è stato per l’Europa. Nell’area dell’euro l’attività economica continuò a perdere vigore nell’ultimo trimestre del 2012. La crisi economica apparve ulteriormente aggravata dalla situazione dei debiti pubblici di alcuni stati europei (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Cipro, Slovenia), i cui piani di salvataggio finanziario (erogati dalla cosiddetta troika) furono volti a scongiurare il rischio di default. In Francia e Germania la produzione industriale declinava, mentre nei paesi dell’Europa meridionale si evidenziavano pesanti segnali di stagnazione. Questi piani furono subordinati all’accettazione di misure di politica di austerity, pesantemente discussi a livello accademico. Con le successive misure di quantitative easing effettuate dalla BCE – operazione volta ad aumentare la quantità di moneta in circolazione attraverso l’acquisto di titoli – si riuscì ad evitare il peggio e a stabilizzare una situazione estremamente critica.


La guerra civile siriana (2011- Oggi)

Le sommosse popolari in Siria del 2011-2012 furono un moto di contestazione, simile a quelli che si svolsero nel resto del mondo arabo nello stesso periodo. Le proteste, che assunsero connotati violenti sfociando in sanguinosi scontri tra polizia e manifestanti, avevano l’obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie a dare un’impronta democratica allo stato. Tuttavia il regime procedette a sopprimere, anche ricorrendo alla violenza, le dimostrazioni messe in atto dalla popolazione, provocando un numero elevato di vittime tra i manifestanti e le forze di polizia. In seguito, dalla sostanzialmente pacifica ribellione popolare, anche a causa della risposta dura e violenta del regime, la Siria precipitò in una guerra civile. Numerose fazioni, sia straniere che locali, sono state coinvolte nella guerra civile siriana. Tra di esse le più note sono l’ISIL, l’Esercito siriano libero appoggiato dalla Turchia, il Fronte Islamico, al-Qaida in Siria, le milizie a prevalenza curda YPG e YPJ. Sia il governo siriano che l’opposizione sono stati oggetto di numerose operazioni di sostegno militare da parte di altri Paesi – dalla parte dei ribelli troviamo, tra i tanti, la Francia, il Regno Unito e gli Usa mentre a sostegno di Assad possiamo trovare Iran, Russia e Iraq. Per tale motivazione il conflitto è stato spesso descritto come una guerra per procura. La guerra ha tuttavia causato un numero incalcolabile di vittime, sfollati erifugiati ed è ancora in corso.


La nuova via della seta (2013 – previsto 2049)

La Belt and Road Initiative (BRI), all’inizio conosciuta come il progetto One Belt One Road (OBOR), è un immenso piano di investimenti infrastrutturali multi decennale – completamento previsto nel 2049 – con l’obiettivo di ridisegnare l’impegno commerciale della Cina nel mondo. Annunciata nel 2013 da Xi Jinping, l’iniziativa darà numerosi vantaggi alle multinazionali cinesi; costruirà infrastrutture in Asia, Africa, Europa e Medio Oriente; creerà nuovi mercati per prodotti prevalentemente cinesi ma anche stranieri. È anche una strategia per rispondere alla crisi di sovrapproduzione di cui il colosso asiatico soffre. Con Belt and Road si intendono rispettivamente: un corridoio di terra che attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Europa, collegando due delle maggiori economie del mondo ed emergendo come un importante corridoio logistico che creerà nuove opportunità sia come polo di trasbordosia come fornitore di materie prime; una rotta marittima che attraversa l’Asia sud-orientale, l’Asia meridionale, il Medio Oriente e l’Africa orientale, una regione che ospita il 42% della popolazione mondiale e il 25% del suo PIL, esclusa la Cina. Il progetto pone però dei sospetti sull’influenza che la Cina vuole avere nell’economia europea, specialmente riguardo l’impatto sul mercato interno.


La parabola dell’ISIS (2014 – Oggi)

Molti di noi si ricorderanno di aver sentito parlare per la prima volta di ISIS nel 2014. Nato da una costola di al-Qaeda, l’autoproclamatosi califfato riuscì a conquistare, partendo da una forte presenza delle proprie milizie in quell’area, cospicui territori in Siria e Iraq – prendendo pure Mosul –, proclamando la nascita dello Stato Islamico nel 2014. Ora l’ISIS era diventato la minaccia principale legata al terrorismo e alla jihad. Nel 2015 si insediò pure in alcune aree della Libia, approfittando dell’instabilità post Gheddafi. La prima minaccia diretta all’Occidente è legata alla circolazione in rete, nell’agosto del 2014, del video della decapitazione di James Foley, fotoreporter americano. Nei mesi successivi ci fu un’escalation di attentati in varie parti del mondo, atti soprattutto a colpire le democrazie: gli attacchi alla sede del giornale Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, al museo nazionale del Bardo di Tunisi il 18 marzo, in una moschea in Kuwait, a una marcia della pace dei Curdi in Turchia, contro un aereo russo abbattuto da un ordigno in volo il 31 ottobre con 224 persone a bordo e gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi che provocano 130 morti, i peggiori della storia di Francia e i secondi più gravi mai avvenuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. La comunità internazionale reagì con una controffensiva che, insieme all’aiuto dei Curdi e degli Stati arabi più minacciati dal califfato, portarono negli anni alla riconquista dei territori occupati. L’ISIS esiste ancora ma di certo non provoca più lo stesso timore di qualche anno fa.


La guerra di Crimea (2014)

De iure ucraina, De facto russa. La Crimea da cinque anni ormai vive in uno stato ambivalente, e costantemente messo alla prova dal mancato riconoscimento giuridico di una parte della comunità internazionale. Questo a causa di ciò che ivi accadde nel 2014. Esautorato il governo del Presidente ucraino Viktor Janukovic, il governo locale della Crimea non riconobbe il nuovo governo, poiché salito al potere in violazione della Costituzione ucraina vigente. Da lì vi fu un periodo incandescente, che portò prima ad un referendum per l’indipendenza, e subito dopo ad uno per l’annessione alla Russia. Già, la Russia. Considerando il 58% della popolazione appartenente a gruppi etnici russi, l’interesse di Putin e co. nella regione è sempre stato molto forte, sia geograficamente, che economicamente, che strategicamente. Già diversi anni prima infatti erano stati varati importanti accordi per agevolare la collaborazione tra i due paesi, come gli accordi sul gas ed il permesso per la flotta russa di usare la base di Sebastopoli. Non deve quindi sorprendere che da cinque anni ormai sulla Crimea sventoli la bandiera della Federazione Russa, ma va considerata anche la reazione della comunità internazionale. Dopo un iniziale interventismo infatti, si è preferito intraprendere la via dello scontro economico, con l’introduzione di sanzioni economiche tuttora in vigore, ma senza scalfire lo status quo che regna sulla penisola dal 2014. Un segnale forte di come un’azione in Crimea non sembra valere il ritorno economico delle sanzioni, specie se si considera il larghissimo supporto civile di cui l’annessione alla Russia ha goduto. Lo stallo giuridico tuttavia permane, senza che a livello internazionale ci si sforzi di trovare una soluzione.


Brexit (2016 – Oggi)

Se ne parla ormai tutti i giorni, ogni volta con una sfumatura nuova dell’accordo. La Brexit è di sicuro uno degli avvenimenti più discussi degli ultimi anni del Vecchio Continente. Il referendum si è svolto il 23 giugno 2016 nel Regno Unito e a Gibilterra e ha visto un risultato a sorpresa, con i favorevoli all’uscita dall’UE attestati sul 51,9%, contro il 48,1% degli elettori che ha votato per la permanenza. Tutto iniziò quando David Cameron, allora leader del Partito conservatore e primo ministro, negoziò nel febbraio 2016 un nuovo accordo con Bruxelles; tuttavia, per avere maggior margine di manovra nelle trattative, scelse di indire tale referendum ma il solo intento era di mostrare a Bruxelles e ai partner europei la concretezza dell’opzione di uscita del Regno Unito dall’Unione, per renderli più malleabili nella trattativa in corso. Egli stesso si pose comunque contro l’uscita, che non era un suo obiettivo politico. I risultato fu uno choc per tutti. Da lì se ne sono viste di tutti i colori: l’UE pose le sue condizioni e la nuova premier Theresa May non riuscì in alcun modo a far passare un disegno di uscita che fosse approvato dalla maggioranza parlamentare. Questioni cruciali sono il backstop sull’Irlanda del Nord e gli accordi commerciali. Tutto ora ricade sul Brexit Deal ideato da Boris Johnson e come esso sarà applicato in futuro.


Donald Trump è presidente degli USA (2016)

Alzino la mano coloro che nel 2016 avrebbero scommesso seriamente sulla vittoria di The Donald alle elezioni. Sicuramente non molti, ma chi invece ci ha preso ha senz’altro vinto la scommessa della vita. Trump ha infatti fatto irruzione in un mondo politico che al momento della sua candidatura neanche lo considerava un candidato serio, finendo poi per appoggiarlo con entrambe le braccia, lui che raccoglieva le voci degli investitori messi in grossa difficoltà dal progressismo di Obama, e che volevano invece “Make America Great Again!”. Una pseudo-rivoluzione la sua anche nei toni della dialettica presidenziale, molto più legata ai temi del moderno progresso tecnologico soprattutto sui social. Anche in politica internazionale la sua rivoluzione non si è fermata, ed ha ristabilito quell’intromissione imprescindibile degli Stati Uniti in molte delle questioni che Obama aveva rimosso dalla retorica internazionale. Il dualismo con Putin, il freno imposto alla Cina, l’agitazione causata dalla presenza o meno (fisica o immaginata) delle truppe statunitensi in particolari scenari, sono tutte conseguenze di questi “soli” tre anni di presidenza di Trump. Una presidenza che farà discutere ancora a lungo, e che con un secondo mandato influenzerebbe anche il prossimo decennio.


Guerra commerciale Cina-Usa (2017 – Oggi)

Dazi. Una delle prime parole che vengono in mente quando si sente parlare di questo argomento è questa. E tuttavia i dazi non sono che una parte di quello che sta accadendo nel confronto economico che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni. Iniziamo col dire che no, non è stato solamente Trump ad aver spinto nel frenare la crescita economica della Cina. Già Obama infatti aveva intrapreso la stessa strada, ma lo aveva fatto senza far scoppiare un caso internazionale, cosa che invece il suo successore non si è frenato dal fare, respingendo dichiaratamente le intrusioni commerciali della Cina sia in Europa sia negli Stati Uniti, con il 5G di Huawei e la Nuova Via della Seta. Questo perché entrambi hanno visto nella Cina un pericolosissimo rivale, un attore esterno che in pochi anni si è intromesso violentemente nel mercato globale attirando i capitali di chi cominciava a non sopportare più l’unilateralismo a stelle e strisce. Cina che però non poteva, e non può, fare altrimenti. Con l’enorme crescita demografica dell’ultimo secolo ed una gestione delle faide interne sempre più complicata, creare un forte mercato globale rimane l’unica soluzione per il proprio sostentamento, ed è stata quindi costretta negli ultimi anni anche a dichiarare in maniera manifesta i propri bisogni, in barba alla classica linea d’azione nell’ombra che la aveva fin lì contraddistinta. Il freno americano si è finora fatto sentire in maniera già piuttosto pesante, ma il mutamento delle zone d’interesse e le poche risorse ancora disponibili sul pianeta rischiano di esacerbare il conflitto che finora è esistito solo sulla moneta, e che potrebbe diventare ancora più distruttivo.


Crisi in Catalogna (2017 – Oggi)

Il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre 2017 è stato il fulcro della nascita delle tensioni che al giorno d’oggi persistono nella regione. Nonostante il risultato vide prevalere il voto degli indipendentisti, il risultato è stato invece contrastato dal governo spagnolo in carica, secondo cui la Costituzione della Spagna non consente di votare sull’indipendenza di alcuna regione spagnola, e la consultazione sarebbe stata quindi incostituzionale. A seguito del ricorso del governo, il Tribunale costituzionale della Spagna ha ordinato il blocco di ogni attività relativa al referendum. Il 2 novembre 2017 la procura spagnola emette un mandato d’arresto per Carles Puigdemont, nel frattempo “auto-esiliatosi” in Belgio, da dove dichiara di non avere intenzione di rientrare in Spagna senza la garanzia di un giusto processo. Ciò ha causato malumori che sono sfociati in numerose proteste. Nell’ultima parte di quest’anno esse hanno subito un’escalation di violenza che ha gettato la Catalogna nel caos e causato numerosi feriti.

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